giovedì 2 giugno 2011

Galeotto fu il party

Pairing: Gabriel Merz-Jared Leto
Rating: NC17
Questa storia è frutto della mia invenzione e soprattutto della mia mente malata.
Non conosco gli attori o le loro preferenze.
Spero che le Echelon e le fan di Jared non se la prendano a male per questa coppia così inusuale.

Il tappeto rosso era affollato di uomini impettiti nei loro smoking e donne bellissime ingioiellate e strette in abiti attillati. Nonostante fosse elegante nella sua giacca scura, Gabriel Merz si sentiva quasi fuori posto. Non partecipava spesso ad eventi del genere. L’ultimo era stato in occasione delle 1000 puntate della soap Rote rosen. I flash dei fotografi lo sorpresero quasi accecandolo. Quella sera alla Berlinale c’era la premiere della nuova stagione di Alarm fur Cobra 11 alla quale aveva nuovamente partecipato come protagonista di un episodio. Accanto a lui gli altri membri. Tom Beck gli portò un braccio intorno alle spalle per farsi fotografare, poi insieme s’incamminarono verso l’entrata del teatro. Al termine della proiezione tutto il cast venne invitato ad un party esclusivo. Dopo molte resistenze Gabriel si lasciò convincere da Tom ed Erdogan ad andare con loro, ma avrebbe preferito tornarsene a casa a riposare. Quella sera era triste e non aveva molta voglia di divertirsi. La sala era gremita di persone che ballavano al ritmo della musica techno ad un volume tale che era quasi impossibile intraprendere qualunque una conversazione. Il caldo costrinse Gabriel a togliersi la giacca e ad aprire un paio di bottoni della camicia. Sedette al bancone del bar, accanto a qualcuno di cui non poteva vedere il volto, si teneva la testa con le mani. Davanti a lui un bicchierino di tequila.
Gabriel ordinò una birra e sorseggiandola lentamente, si guardò intorno alla ricerca di qualche ragazza con la quale fare conversazione, ma sembravano tutte troppo prese da altri uomini o dalla musica per accorgersi di lui. Sospirando riportò la sua attenzione sulla bottiglia davanti a sé.
“Che c’è amico? Non ti diverti?” sussurrò in inglese il suo vicino allungandosi verso di lui.
Gabriel si voltò e due pozze azzurre lo colpirono mozzandogli il respiro. Quel giovane era di una bellezza travolgente: pelle candida, capelli biondi e occhi eccessivamente truccati.
“Come?” balbettò anche lui nella medesima lingua. Non riusciva a smettere di fissarlo
“Hai l’aria di annoiarti, amico” gli sfiorò il braccio con un dito.
“Non mi piacciono queste feste” rispose: “ma neanche tu sembri sprizzare felicità!”
“Faccio parte della band” alzò le spalle. “Sono costretto a stare qui!”
“La band? Non seguo molto la musica rock, siete famosi?” si pentì della sua domanda quasi immediatamente.
“In effetti, sì. Dove vivi, amico?” lo prese in giro. “Non conosci i 30 Seconds to Mars?
“Scusa, non volevo essere scortese” imbarazzato Gabriel si toccò la nuca.
“Fa niente! Ti perdono perché sei tanto carino” sorrise mostrando una dentatura perfetta.
Gabriel deglutì, quel ragazzo stava cercando di sedurlo e ci stava riuscendo. Si sentì attratto da quel giovane: neanche conosceva il suo nome e già fantasticava su di lui.
“Visto che non mi conosci, mi presento. Io sono Jared, Jared Leto” gli porse la mano: “E tu come ti chiami, begli occhi?”
“Gabriel” gliela strinse indugiando con lo sguardo sulle dita affusolate. “Gabriel Merz”
“Sei spagnolo?” domandò non ravvisando in lui caratteri teutonici.
Gabriel scosse la testa: “Tedesco”
“Tedesco?” strabuzzò gli occhi “Con questa carnagione scura e i lineamenti latini?”
“Non sei il primo che si sorprende”
“Io invece sono americano, vivo tra Los Angeles e New York”
“Wow, non so se riuscirei a stare in città del genere”
“Si può dire che sono cittadino del mondo” svuotò il bicchierino con un solo sorso. “Ti va qualcosa di più serio?” fece una smorfia indicando la birra di Gabriel.
“Che mi proponi?” Gabriel era sempre più eccitato. Dopo Marco, il suo collega in Soko Leizig e anche grande amico, non si era mai sentito così attratto da un altro uomo come in quel momento.
Jared ridacchiò e alzando un braccio ordinò altre due tequila. Non appena il liquido scivolò lungo la gola, Gabriel avvertì le fiamme, che si propagarono fino allo stomaco. “Cazzo!”
Jared scoppiò a ridere “Troppo forte? Io di solito non bevo, ma questa sera ho voglia di non pensare”
“No, è che devo abituarmici” Gabriel tossì.
Divertito Jared si sporse verso di lui. “Tu che lavoro fai?” lo scrutò con interesse.
“L’attore, ma non sono famoso nel nuovo continente”
“Davvero? Anche io”
Guardandolo attentamente, Gabriel ravvisava un volto familiare: “Sì, devo averti visto in qualche film”
“Ne ho girati tanti” alzò le spalle “ma forse mi avrai visto in Alexander, di Oliver Stone” sussurrò.
“Eh?” Gabriel sgranò gli occhi. Cavoli, uno dei miei film preferiti! Ma certo! “Tu…eri Efestion?”
Jared annuì: “In carne ed ossa!”
“Cazzo, amo quel film. Come ho fatto a non riconoscerti” Dopo essere andato al cinema a vedere il film aveva fantasticato su quel macedone per settimane e non riusciva a credere che il suo sogno erotico fosse lì davanti a lui: “Eri il mio personaggio preferito”
“Quanto sei tenero” accorciò la distanza che li separava. “Senti, che ne diresti di…”
Qualcuno gli sferrò una pacca sulla schiena impedendogli di terminare la domanda. Era un giovane con una maglia nera e jeans strappati sulle ginocchia.
“Ehi, Jay, vieni, tocca a noi!” disse il giovane in inglese.
“Merda!” imprecò “Non vedi che sono impegnato, Shan?”
“Muovi il culo, fratellino. Dobbiamo essere sul palco tra tre minuti!”
Gabriel osservò incuriosito lo scambio di battute tra Jared e il nuovo arrivato. Capiva bene l’inglese, ma quei due parlavano troppo veloce e alcune parole non riuscì a comprenderle.
“Che strazio, Shan” sbuffò alzandosi non senza difficoltà dallo sgabello.
L’altro lo sorresse: “Quanto hai bevuto, Jay? Cazzo, devi cantare! Non sei più abituato a bere così!
“Finiscila di rompermi le palle, fratellone!” lo spinse via.
“Te le rompo perché ci tengo a te. Su, andiamo!”
Jared si voltò di nuovo verso Gabriel: “La prima canzone è per te, begli occhi!” e si allontanarono tra la folla senza lasciargli il tempo di terminare la frase.
Gabriel lo fissò incredulo considerando che era la prima volta che gli dedicavano una canzone.
Ridacchiò inorgoglito: “Non ci credo! Ho appena parlato con Efestione ed è anche più bello che nelle mie fantasie”
Un attimo dopo la musica cessò e un uomo calvo salì sul palco per presentare il gruppo dei Thirty seconds to Mars.
Quando Jared apparve, le ragazze urlarono impazzite agitando le braccia in aria. Gabriel si appostò in un angolo strategico dal quale poteva avere una perfetta visuale del giovane. Lo vide afferrare il microfono e salutare la folla che ricambiò con grida scatenate. La risata cristallina di Jared risuonò nella sala, il suo sguardo si spostò, quasi come se stesse cercando qualcuno e quando finalmente si posò su Gabriel sorrise e gli strizzò l’occhio. Gabriel arrossì e ricordò le sue parole: ‘La prima canzone è per te’ poi la musica cominciò.
Immobile, con un sorriso ebete sulle labbra, ascoltò la voce profonda e avvolgente del cantante e il suo modo di dominare il palcoscenico. Un vero leader, pensò. Quando la canzone terminò, si avviò verso l’uscita, pentendosi immediatamente di non aver salutato Jared.
Restò più di mezz’ora in attesa di un taxi. Essendosi recato al Festival con Tom ed Erdogan era a piedi. L’aria era gelida e un leggero nevischio cominciava a bagnargli il volto e i ricci scuri. Si strinse la giacca con le braccia, il vento gli penetrava fin dentro le ossa. Mai quanto in quel momento desiderava il cappuccino bollente di Starbucks.
“Dannazione!” imprecò quando il terzo taxi gli passò davanti senza fermarsi.
“Te ne vai senza salutare?” fece una voce maschile alle sue spalle.
Gabriel si voltò. Jared era a meno di un metro da lui, le braccia incrociate al petto. “Che fai qui fuori? Si gela!” Gabriel notò che il viso era arrossato e le labbra stavano cominciando a diventare viola per il freddo.
“Allora?” l’americano avanzò verso di lui.
“Scusa, sono molto stanco” scrollò la neve dai capelli “e poi, eri sul palco”
“Potrei anche offendermi, sai?” la distanza tra loro era minima.
“Fortuna che non ho trovato un taxi, allora, così ho la possibilità di salutarti” Gabriel resistette a stento alla tentazione di sfiorare il viso delicato, la bocca carnosa e il naso all’insù.
Jared sorrise: “Mi sono rotto di questo party! Vuoi un passaggio?”
Le sue labbra si mossero per accettare. Negli occhi del cantante un lampo.
“Torno subito” Jared si fiondò nel locale tornando qualche secondo più tardi “Andiamo!”
“A piedi?”
“La limousine aspetta la fine dell’esibizione dietro il vicolo, poi lo chiamiamo e lui si ferma davanti all’entrata posteriore, ma mi va di camminare. Ci mettiamo cinque minuti a raggiungerla”
“Okay” Gabriel affondò le mani nelle tasche e s’incamminò al suo fianco.
Quella vicinanza gli provocò uno strano sfarfallio nello stomaco. Jared cominciò a fischiettare, poi gli domandò “Che ti è sembrato il concerto?”
Gabriel si fermò a pochi passi da lui “Ho sentito solo la prima canzone, ma mi è piaciuta molto”
“Te l’ho dedicata, si chiama Hurricane” accorciò la distanza che li separava.
Gabriel arrossì “Pensavo stessi scherzando”
“Pensavi male” allungò una mano e gli sfiorò una guancia.
Gabriel indietreggiò trovandosi bloccato dal muro “Che fai?”
“A te che sembra?” Jared si pressò contro di lui. “Cerco di sedurti”
“Davvero?” piegò la testa di lato. Considerò che il suo approccio schietto e sincero lo intrigava parecchio.
Per tutta risposta Jared lo baciò. Dopo un attimo di smarrimento, l’altro rispose con trasporto. Ribaltò le posizioni tanto che Jared si ritrovò pressato contro il muro. Gabriel gli afferrò le mani portandogliele sopra la testa.
“Così mi piaci” ansimò l’americano mordendogli il mento. “Ero certo che saresti stato selvaggio”
“Selvaggio?” gli occhi erano scuri come braci: “Mi piace” abbassò il viso ad incontrare la sua bocca implorante. Quando si fusero di nuovo, la lava percorse il tedesco scatenando in lui una passione irrefrenabile. Gli liberò le mani, scendendo ad esplorare il suo corpo. Le dita s’insinuarono sotto il giubbino di pelle sfiorandogli il torace. Attraverso il cotone della maglia, giocarono con i capezzoli, poi scesero verso gli addominali scolpiti.
“Non ti fermare!” lo supplicò Jared avvicinandolo maggiormente a sé con circondandogli la vita con una gamba.
Gabriele si lasciò sfuggire un termine volgare nella sua lingua madre e Jared puntò le iridi chiare su di lui: “Ripetilo! Mi arrapa il tedesco. Parlami ancora!”
Lui obbedì sciorinando tutto il suo repertorio. Jared non era il primo uomo con cui stava. Aveva avuto una lunga relazione con Marco Girnth, ma ormai erano anni che tra loro c’era solo un rapporto d’amicizia. In quel momento Gabriel si sentì disarmato, spaventato da ciò che provava.
Jared mosse il bacino per incontrare la sua mano.
Gabriel non era tipo da farsi rimorchiare da uno appena conosciuto, ma in quel momento il suo cervello stentava a formulare pensieri concreti.
“Il mio hotel è a due passi. Possiamo essere a destinazione in cinque minuti!” ansimò.
Gabriel annuì. Jared lo palpeggiò tra le gambe: “Cazzo! Tutta questa mercanzia è per me?” si leccò le labbra.
“Aspetta e vedrai!” si scostò in modo permettendogli di riaggiustarsi i vestiti.
“Vieni! La limo è dietro l’angolo!” Jared lo prese per mano trascinandolo con sé verso l’enorme limousine nera parcheggiata dall’altra parte della strada.
Una volta all’interno, dopo aver impartito gli ordini all’autista, Jared salì in grembo al suo ospite e tornò ad impossessarsi della sua bocca.
Il gusto dell’alcool misto a quello del giovane inebriò Gabriel che si lasciò sfuggire un gemito. Allacciò la lingua alla sua, gustando il sapore deciso, così diverso da quello di una donna, ma ugualmente appetitoso.
Jared spinse il giubbotto giù dalle spalle, armeggiando poi con i bottoni della camicia. Le dita giocherellarono con un ciuffetto di peli: “Amo gli uomini pelosi”
Gabriel insinuò le mani sotto la maglietta accarezzando il ventre piatto e il torace glabro. Quel corpo era la perfezione e rischiava di diventare la sua ossessione. Lo baciò ancora e ancora fino ad esserne ubriaco.
Quando le labbra di Gabriel raggiunsero il collo, l’americano buttò la testa all’indietro: “Vuoi uccidermi?”
La limousine si fermò. Erano arrivati davanti all’hotel.
Jared sbuffò riabbottonandosi i pantaloni: “Ce la fai ad arrivare alla suite?”.
“Tenterò”
Scoppiando a ridere, Jared scese dall’auto attendendolo all’esterno. Dopo essersi aggiustato alla meglio, Gabriel lo seguì nella hall. Mentre Jared chiedeva la chiave della suite, Gabriel si avvicinò all’ascensore. L’ultima cosa che voleva era creare scandali facendosi vedere in compagnia di un attore di Hollywood. L’americano lo raggiunse e quando le porte si spalancarono, lo spinse ad entrare.
Una volta soli, Jared tornò ad assaltargli le labbra, lo desiderava e Gabriel pensò che se non lo avesse fermato avrebbero fatto sesso lì in ascensore. E non era ciò che voleva.
Boccheggiante Gabriel si staccò allontanandolo leggermente: “Non sono abituato a tutto questo, Jared”
“Questo cosa? Un albergo a cinque stelle?”
Scosse la testa: “Andare con uno che ho appena conosciuto”
“Non vuoi più?”
“Mi piaci, Jared. Sei il ragazzo più bello che abbia mai visto”
“Sento che c’è un ma. Cosa ti blocca, dolcezza?”
“Non voglio che sia solo una scopata e via! Mi piaci troppo” ammise Gabriel attendendosi una risata che non giunse.
Jared lo fissò per qualche istante, poi gli prese la mano: “Andiamo”
“Mi hai sentito?”
“Certo che ti ho sentito, Gabriel. Hai intenzione di parlarne in corridoio? Dai, vieni” gli prese la mano conducendolo fino alla loro meta finale.
La suite era talmente lussuosa che Gabriel restò a bocca aperta: due camere, due bagni, un terrazzo dal quale si poteva vedere tutta Berlino e un salotto con divani di pelle e marmi ovunque.
“Cazzo” si lasciò sfuggire in tedesco.
“Ti piace? Sono un tipo eccentrico, mi piace circondarmi di cose belle” si tolse il giubbetto lanciandolo sul divano. “Un goccio?”
“Eh?” il suo inglese era buono, ma quando parlava in quel modo, non lo capiva affatto.
“Vuoi da bere?” si corresse avviandosi verso il bar.
Gabriel annuì e si mosse verso il terrazzo, aprendo la porta finestra scorrevole. Si appoggiò alla ringhiera e un vento gelido lo investì, ma a lui non sembrò importare. Ciò che provava era troppo intenso, aveva bisogno di schiarirsi le idee, di prendere aria.
“Ehi, che fai lì? Ti prenderai un raffreddore” gli circondò la vita con un braccio, appoggiando il mento sulla spalla.
“Sta nevicando” sorride sgrullandosi una spalla. “Mi piace molto la neve”
“Anche a me. Sai, quando posso, scappo a New York, ho un appartamento e dalla finestra dell’attico si vede tutta Manhattan. Uno spettacolo fantastico. Quando nevica, la Grande Mela assume un fascino tutto particolare” sorrise guardando un punto nell’orizzonte: “Devo ammetterlo, adoro New York, l’odore che si respira per le strade, i piccoli caffè, le panetterie aperte all’alba, Central Park, il Village.” la sua aria sognante lo coinvolse.
“Deve essere stupenda” sussurrò.
Jared si rese conto che stava divagando “Scusa, ti sto annoiando”
“Non mi stai annoiando affatto. Da come ne parli, devi amarla molto. Mi fai venire voglia di seguirti a New York”
“Verresti davvero?” gli occhi s’illuminarono.
Quelle parole gli provocarono un brivido di piacere, avrebbe voluto accettare, ma come poteva seguire qualcuno appena conosciuto solo perché lo attraeva da impazzire?
“Dai, entriamo” Jared lo prese per mano attirandolo verso la finestra.
Una volta al caldo, Jared gli porse il bicchiere di whiskey, proponendo un brindisi: “A New York”
“A New York”
Jared avanzò di un passo, poi gli tolse il bicchiere di mano: “Sono felice di essere andato a quel dannato party”
“E come mai?” sussurrò quando fu ad un niente dal suo volto.
“Perché ora sei qui con me, dolcezza” lo spinse sul divano.
“Jared, che fai?” balbettò. “Io non penso che sia una buona idea”
Sedutosi sul suo grembo, il cantante gli appoggiò un dito sulle labbra: “Shhh, lasciati baciare” le bocche si fusero scatenando un fuoco. “Solo un bacio” si spostò sul mento lasciando una scia umida. “Anzi, due o trecento” continuò a scendere lambendogli la gola.
Gabriel ansimò buttando la testa all’indietro e chiudendo gli occhi.
“Sai di buono, mio bel tedesco”
“Ti prego, fermati” lo allontanò.
Jared obbedì controvoglia.
“Non posso fare sesso con te, Jared”
“Mi piaci, Gabriel, più di quanto vorrei. Era da tanto che non mi capitava” non voleva ammetterlo, ma era turbato.
Gabriel lo fissò esterrefatto.
“Sei splendido” con il pollice Jared sfiorò quelle labbra carnose “ e vorrei non dover partire domani”
“Parti domani?” la consapevolezza di poter restare con lui solo poche ore, lo colpì come uno schiaffo in pieno viso.
“Sì, siamo in piena tournée, dolcezza”
“Capisco”
“Sei triste perché parto?” gli occhi chiari brillarono.
“No, è che…” non seppe cosa inventare “un po’ si” ammise infine.
Jared tornò a baciarlo, con dolcezza, lambendo le labbra. Si spostò agli angoli, risalendo verso la guancia. Con le dita, sfiorò la basetta sale e pepe “Quanti anni hai?”
“Trentanove”
“Abbiamo la stessa età, allora” gli scompigliò i ricci.
Gabriel sgranò gli occhi per la sorpresa, a lui era sembrato un ragazzino, invece era sulla soglia dei quaranta. “Non dici sul serio”
Jared ridacchiò “Invece sì, li ho fatti a dicembre”
“Cazzarola. Hai fatto un patto col diavolo come Dorian Grey?”
“Chissà!” slacciò i primi due bottoni della camicia e posò un bacio in mezzo al ciuffetto di peli.
Gabriel gemette “Sei un demonietto”
“Un demonio con il volto d’angelo” Jared non riusciva a tenere le mani apposto, lo toccava ovunque facendolo impazzire di desiderio.
“Jared, fermo!” ad un suo ennesimo attacco, inarcò la schiena.
“Lasciati andare, sei talmente sexy. Non ci posso credere che non hai nessuno”
“Ho rotto da poco” confessò tristemente, ancora ci soffriva per la fine della sua ultima storia d’amore.
“Povero cucciolo, è finita male, eh? Era un lui o una lei?” malizioso cacciò la lingua tra i denti.
“Una lei”
“Stai ancora male, vedo” gli accarezzò la nuca.
Gabriel distolse lo sguardo “Vado avanti. Ora parlami un po’ di te, Jared”
“Chiamami Jay”
“Jay” sussurrò “mi piace”
“A me piaci tu” lo attirò a sé, voleva stringerlo, toccarlo. In sua presenza si sentiva diverso, in pace, come se lo conoscesse da sempre. Con lui sentiva di poter essere se stesso e non come gli altri volevano lui fosse.
“Sei sicuro di essere una rock star?”
Jared scoppiò a ridere “Perché? Credevi che avrei rotto qualcosa o fatto una serata di sesso e droga? Non mi drogo, sono vegetariano e di solito non bevo. Il sesso mi piace e lo pratico spesso”
“Non credo avrai difficoltà a rimorchiare”
“In effetti, no”
Gabriel avvertì un pizzico di gelosia “Io invece non sono abituato a scappatelle di una notte o a sesso con una sconosciuta. Sarò all’antica ma a me piace conoscerle le persone con le quali vado a letto”
“Me lo hai detto che non sei uno facile” ghignò “al contrario del sottoscritto”
“Non intendevo che tu lo sei… non l’ho mai pensato” si scusò.
“Respira, non mi offendo”
“Che idiota sono”
“Sei tenero, invece” e portandogli una mano dietro la nuca lo attirò in un ennesimo bacio. Spinse la lingua all’interno ad incontrare la sua. Si pressò contro di lui divorandogli la bocca fino a quando la mancanza d’aria non li costrinse a separarsi.
“Sarà meglio che vada” Gabriel lo scostò per alzarsi. Riacciuffò il giaccone e si avviò verso la porta. “Scusami, Jay, ma non posso restare”
Colto di sorpresa Jared balbettò “Perché?”
“Mi sono ricordato che…domani devo recarmi ad Amburgo per girare una soap”
Aprì la porta, ma senza varcare la soglia.
L’americano lo seguì fino al piccolo ingresso bloccandolo per un braccio “Neanche un bacio d’addio?”
Gabriel si voltò senza dire nulla.
“Hai così fretta di andartene?” non riusciva a comprendere il suo comportamento.
“No, è che…” si perse nei suoi occhi chiari “mi piaci troppo, Jay! Da impazzire e la cosa mi spaventa”
“Per quale motivo?”
“Non lo so, da tanto non provavo un sentimento del genere per un uomo” arrossì imbarazzato.
“Anche tu mi piaci e stanotte non vorrei separarmi da te”
Gabriel lo fissò incredulo e Jared aggiunse “Resta! Giuro che non attenterò alla tua virtù!”
“Che scemo” si chiuse la porta alle spalle e sorridendo si lasciò condurre nell’altra stanza.
“So essere convincente quando voglio” Jared lo attirò di nuovo verso il divano.

mercoledì 1 giugno 2011

Bienvenido a Miami cap 4




Soko Leipzig
Personaggi: Vince Becker, Jan Maybach
NC-17
I personaggi non mi appartengono.
Un grazie speciale alla mia socia e nonché editor Giusi senza la quale questa fic forse non avrebbe neanche visto la luce.

4


Jan non era in grado di dimenticare nulla della sua prima volta con Miguel. Disgraziatamente nemmeno la data, il 25 Gennaio, la notte del suo trentaduesimo e ultimo compleanno!
Come avrebbe potuto sapere quella notte che sarebbe rimasto così poco tempo per vivere quell’amore appena sbocciato, ma già così forte? Al solo ricordo sentì occludersi lo stomaco. Tra pochi giorni sarebbero stati quattro anni. Quattro lunghi anni durante i quali si era visto costretto a ricostruire tutta la sua vita e a ricominciare ad amare: Leni, con la quale aveva iniziato una storia poco prima della disgrazia. Ancora si sentiva in colpa per aver accettato le sue lusinghe in un momento di debolezza, quando le cose con Miguel andavano male.
Chissà, si domandò per l’ennesima volta con gli occhi colmi di una tristezza infinita, se avessi saputo che saresti morto forse…
Abbassò lo sguardo mentre le lacrime tornavano a rigargli il volto. Quando Vince gli strinse la mano, si asciugò le guance.
“Jan, cosa ti prende?”
“Niente, non preoccuparti”
“Sono già preoccupato, amore! Da quando siamo stati in quel locale ti estranei. Sembri sempre altrove”
“Non è niente” replicò alterato :“è questo caso che…” si bloccò prima di lasciarsi sfuggire qualcosa.
“Lo so, Jan. L’ho vista anche io”
“Visto cosa?” Finse di non capire
“La somiglianza!”
A quelle parole l’altro scattò fuori dal letto allontanandosi di qualche passo: “Non so di cosa stai parlando!”
“Dannazione! Sì che lo sai!” sbottò Vince esasperato. “Perché non vuoi parlarmene?”
Quando lo raggiunse, Jan gli voltò le spalle: “Non ho niente da dire al riguardo!”
“Ma davvero Jan? Santiago è la copia esatta del commissario Alvarez. Non continuare a negare l’evidenza” Jan non replicò e Vince abbracciò da dietro: “Posso solo immaginare cosa stai provando, perché non me ne parli? Non staresti meglio dopo?”
Con gli occhi lucidi, Jan continuava a dargli le spalle, non voleva che lo vedesse in quello stato.
“Non può essere lui, Vince!” finalmente si voltò a guardarlo “Miguel è morto, non può trovarsi a Miami e di certo, se per qualche fantascientifica quanto irragionevole ragione fosse ancora in vita, non farebbe il narcotrafficante”
“Certo che non è lui, Jan! È solo un tizio che gli somiglia”
“Lo so, ma non posso fare a meno di pensare che…”
Vince si scansò come scottato: “Vorresti che fosse lui, vero?” Non gli lasciò il tempo di rispondere. “Dovevo saperlo, non potrò mai prendere il suo posto nel tuo cuore” stizzito raccolse gli abiti dal pavimento “Amerai sempre e solo Miguel Alvarez”
Infilò i jeans strattonandoli, poi indossò la camicia lasciandola aperta. “Faccio un giro per schiarirmi le idee”
Quando si mosse per uscire un braccio gli circondò la vita bloccandolo: “Non te ne andare, Vince” la voce di Jan fu solo un sussurro.
“Non sono pronto a parlarne adesso” replicò divincolandosi leggermente.
“Non è come pensi! Io ti amo davvero”
A quelle parole Vince si sentì costretto a fermarsi e a voltarsi: “Nel tuo cuore ci sarà posto solo per lui, il tuo compagno scomparso” abbassò la testa: “io non potrò mai competere con l’amore che hai provato per Miguel”
“Vince” le labbra di Jan si aprirono in un dolce sorriso: “non è una gara. Ciò che provo per te è diverso, ma ugualmente forte. Ti amo, darei la mia vita per te” gli sfiorò una guancia. “Miguel resterà sempre il primo uomo che abbia mai amato. Non voglio mentirti, mi manca, ma tu mi rendi ugualmente felice”
“Ce la sto mettendo tutta, Jan” chiuse gli occhi al suo tocco: “voglio renderti felice, ma ci sono momenti in cui non mi sento all’altezza e…”
Jan non lo lasciò finire. Chiusa la porta con un tonfo, lo attirò a sé baciandolo.
“Sei uno sciocco” bisbigliò. Cercandogli nuovamente la bocca, le mani scesero ad accarezzare il torace.
Lo spinse verso il letto stendendosi su di lui. Gli sbottonò i jeans calandoli con forza, voleva averlo nudo sotto di sé, sentire la sua pelle calda.
“Dimmi che non pensi più a lui” lo supplicò Vince ansimando.
“Penso solo a te” Jan gli accarezzò il volto reso ruvido dalla barba che stava cominciando a spuntare: “non devi dubitarne mai più, capito?”
“Con queste premesse come potrei dubitare delle tue parole” ridacchiò malizioso mentre Jan gli alzava le gambe fino porre le ginocchia all’altezza delle spalle.
Vince lo strinse in un abbraccio attirandolo più vicino. Quando lo sentì possente dentro di sé, tutto svanì: ogni pensiero coerente, ogni dubbio, timore. Jan non era in lui solo con il corpo ma anche con l'anima.


Appoggiato ad una colonna, Vince si guardò intorno con aria apparentemente rilassata, ma in realtà, lo attanagliava la paura di commettere qualche cazzata e mandare a puttane l’intera operazione. Il fumo gli faceva lacrimare gli occhi, mentre la musica rendeva difficile sentire le direttive impartite da Jan attraverso l’auricolare, celata dai capelli e questi da un cappello da baseball e da una cimice che permetteva al commissario Maybach di sentire tutto ciò che accadeva nel locale.
Sotto una maglietta rossa il giubbotto antiproiettile, un paio di calzoncini che arrivavano alle ginocchia. Ai piedi scarpe da ginnastica.
Sbuffò, quella serata si stava rivelando estremamente noiosa.
La voce di Jan lo destò dai suoi pensieri: “Ancora nessun movimento sospetto?”
“No e devo ammettere che mi sto rompendo le palle, Jan”
“Da quando usi un linguaggio così scurrile? Vedrai che presto qualcosa si muoverà”
“Lo spero altrimenti per passare il tempo rimorchierò qualche bella ispanica, ne ho viste di molto carine” lo provocò.
“Azzardati e sei un uomo morto” garantì il compagno.
Vince ghignò: “Non preoccuparti, piccolo, mi fai godere talmente che anche volendo non troverei da nessuna parte qualcuno alla tua altezza”
“Stupido”
“Scommetto che sei diventato rosso” lo prese in giro: “dai, non fare il modesto. Se solo penso a stanotte…”
“Vince!”
Il giovane scoppiò a ridere, poi tornò a fissare la pista da ballo.
Lo sguardo si posò su un uomo che si era appena fatto strada tra la calca. Molto alto, robusto, capelli lunghi raccolti in una coda. Sulle labbra un sorriso crudele e gli occhietti vispi si muovevano da una parte all’altra della sala come se si aspettasse di essere aggredito da un momento all’altro.
Il giovane commissario s’irrigidì continuando a seguire ogni sua mossa, poi mormorò in modo che Jan, dall’altra parte della trasmittente, fosse in grado di sentire: “Obiettivo centrato, capo”
“Si tratta di Santiago?”
Vince avvertì ansia nella sua voce, ma cercò di mantenere un certo distacco: “No, è un bestione dall’aria poco raccomandabile. A dopo”
“Aspetta, Vince !” lo bloccò.
“Non vorrei mi sfuggisse” replicò.
“Non commettere imprudenze!”
“Sei preoccupato per me?”
“Ho la Narcotici addosso, Vince. Il tenente vuole dei risultati”
“Conta su di me, amore. Non ti deluderò” sorrise.
Chiusa la comunicazione si mosse verso il presunto spacciatore. Questi si era seduto su un divanetto di pelle e aveva appoggiato i piedi sul tavolino e le braccia sulla spalliera. Vince si fermò a poca distanza. Notando il calcio della pistola che fuoriusciva dai jeans, ipotizzò fosse uno dei pusher di Santiago. Senza esitazioni si avvicinò scimmiottando una camminata da duro.
“Ehi, amico” si piazzò davanti bloccandogli la visuale della pista da ballo.
L’uomo alzò la testa guardandolo truce: “Hai bisogno di qualcosa, pidocchio?”
“Senti, non è che avresti della roba?”
“Togliti dalle palle” ruggì.
“Su, amico, non farti pregare, Paco mi ha detto…”
L’altro non lo lasciò terminare: “Ho detto, togliti dalle palle!” si alzò parandosi davanti.
“Posso pagare, amico. Dammi un paio di Diamond, quelle pasticchette magiche!”
Quando il colosso accorciò la distanza tra loro, Vince fu travolto dalla puzza di sudore.
“Non so di che parli”
“Paco mi ha detto che potevo chiedere a te per le pietruzze”
“Chi cazzo è questo Paco?” replicò.
“Uno dei miei! Basso e con i capelli rasati”
Il pusher lo fissò cercando di capire se volesse fregarlo o meno, poi gli fece segno di seguirlo. Lo condusse fino ai bagni.
“Andiamo, ho voglia di sballare, amico” gesticolò Vince.
“Certo” si voltò di scatto e lo spinse violentemente contro una delle porte: “Sei uno sbirro?” cacciò la pistola puntandogliela contro.
“Cosa? Cazzo, posa quel cannone. Voglio solo qualche pillola” una goccia di sudore solcò la fronte di Vince per poi infrangersi sulla clavicola.
“Non ti credo!” esclamò. “E ora, sputa la verità se non vuoi crepare”
“E va bene!” Vince alzò le braccia in segno di resa “Mi hai scoperto! Ho un affare da proporre al tuo capo”
“Di dove sei con quello strano accento? Parli davvero male”
“Che cazzo ti frega!” sbottò: “Se non ti interessa chiederemo ai Perez” dal cilindro tirò fuori un nome di un loro concorrente suggerito dal tenente Sanchez.
Vince si voltò per andarsene. Gli sembrò di udire i pochi neuroni del cervello del pusher lavorare. Sorrise e mentalmente contò i secondi. Al cinque lo richiamò. “D’accordo! Parla!”
“Davvero pensi che spiffererò tutto a te? Il mio capo è stato chiaro, devo trattare solo con el Senior Santiago”
“E chi sarebbe il tuo capo, pivello?” lo scrutò con attenzione.
Jan glielo suggerì attraverso l’auricolare “Trautzske” rispose “Tu invece chi sei? Non mi piace parlare con qualcuno di cui non so il nome” incrociò le braccia al petto.
“Sono Josè e non conosco questo Trau…” non riuscì a pronunciarlo causando l’ilarità di Vince.
“Che hai da ridere, stronzo!” José lo afferrò per la maglia.
“Rido per la tua idiozia, bestione” lo provocò Vince “riferisci al Senior Santiago che ho un affare vantaggioso per lui”
“Cosa cazzo ti fa pensare che potrebbe anche solo prendere in considerazione la tua proposta?” lo guardò con superiorità.
“Perché gli farà guadagnare milioni di dollari” gli strinse la mano in una morsa costringendolo a mollare la presa.
Josè si divincolò “Non toccarmi, pezzo di merda!”
Vince gli torse il braccio dietro la schiena e José si lasciò sfuggire un gemito.
“Lasciami, bastardo!”
Vince lo spinse via “Se gli interessa, sarò qui ad attenderlo domani sera, altrimenti ci rivolgeremo altrove”
Detto questo uscì lasciandolo piegato dal dolore.
“Vince! Rispondi!” la voce ansiosa di Jan risuonò nell’auricolare “Stai bene?”
“Sì, Jan, sto bene”
“Ho temuto il peggio quando ho capito che aveva estratto l’arma”
“Sono addestrato a cavarmela in situazioni anche più pericolose”
“Esci subito da quel posto!” ordinò con un tono che non ammetteva repliche.
“Agli ordini, capo” ritornò sulla pista che nel frattempo si era ulteriormente affollata.
Urtò una coppietta intenta a baciarsi con ardore, poi la superò per allontanarsi dalla calca. Desiderava solo uscire e liberarsi di quell’identità che non gli apparteneva.
Jan lo attendeva appoggiato al muro in un vicolo nei pressi della discoteca. Il suo viso lasciava trapelare ciò che provava: ansia, inquietudine, ma anche orgoglio.
“Sei un incosciente!”
“Come?” Vince lo fissò incredulo.
“Hai rischiato di farti ammazzare e tutto per dimostrare di essere il migliore!” gli occhi allucinati e il viso rosso per la rabbia.
“A te volevo dimostrare di essere il migliore, Jan!” replicò deluso.
“Dannazione!” imprecò Jan, poi i lineamenti si addolcirono. Lo attirò in un abbraccio. Vince sospirò cingendolo a sua volta e appoggiando la testa sulla sua spalla.
“Mi piace quando ti preoccupi, ma io sono un poliziotto della anticrimine, mentre tu mi tratti come un cucciolo da proteggere”
Ritrovato il controllo lo lasciò andare “Allora, sei riuscito ad avere un appuntamento con Santiago?”
Il commissario più giovane sghignazzò “Vedrai che verrà! La curiosità e la prospettiva di guadagni facili lo faranno emergere dalla sua tana”
“Ben fatto, ma hai rischiato. Poteva spararti!”
“L’ho fatto quasi piangere dal dolore, Jan!” esclamò strafottente “So badare a me stesso”
“Lo so” Jan posò un bacio leggero sulla fronte del compagno “Ora, dobbiamo riferire tutto al tenente Sanchez e discutere su come agire”
“Ora?”
“Ci aspettano in un camioncino poco distante. Andiamo!”
“Speravo di avere un po’ di tempo per noi” sbuffò.
“Vince, siamo qui per lavorare non per un soggiorno romantico”
“D’accordo, ma non fare il barboso”
Lo seguì fuori dal vicolo fino alla postazione della polizia celata in un camioncino dell’azienda elettrica. Saliti sul veicolo, si richiusero il portellone alle spalle. All’interno c’erano varie apparecchiature con videocamere e localizzatori. Il tenente Sanchez e due dei suoi uomini si voltarono: le loro espressioni tradivano ansia.
“Siete riusciti a stabilire un contatto?” domandò la donna.
“Ho avuto uno spiacevole incontro con uno degli scagnozzi di Santiago “ commentò il commissario Becker con una smorfia “ma scommetto che non solo gli riferirà il mio messaggio, ma che Santiago si presenterà all’appuntamento”
“Come può esserne tanto certo?”
Vince alzò le spalle sorridendo borioso “Sesto senso” sorrise borioso.
“Il suo uomo è molto sicuro di sé, commissario Maybach”
Jan annuì e Vince continuò “Ho parlato con un certo Josè, un bestione grosso e stupido. Come ho già detto, Santiago non era presente. E io non vedo l’ora di avercelo davanti!”
Il tenente Sanchez gli sorrise “Commissario Becker, sia prudente, Santiago è un bastardo figlio di puttana. Se solo dovesse avere sentore che lei è un poliziotto si ritroverebbe con una pallottola in mezzo agli occhi” lo guardò severa. “Si sente all’altezza di questo incarico?”
“Sono pronto” dichiarò Vince. Avvertiva lo sguardo bruciante del compagno.
“Probabilmente la farà perquisire, non potremo essere in contatto”
“Non possiamo mandarlo senza almeno una cimice o una trasmittente” s’intromise Jan visibilmente turbato.
“Ci inventeremo qualcosa, commissario Maybach” il tenente Sanchez scrutò stranita il tedesco, quella reazione le sembrava eccessiva.
Intervenne uno dei due uomini: “Sì, tenente, potremmo inserire una cimice nell’orologio. Nessuno la vedrà, a meno che non abbiano degli apparecchi sofisticati, ma ne dubito” “Sarà un azzardo”
“Dobbiamo tentare, ne va della sua incolumità” puntualizzò Jan.
“Guardate che io sono qui! Non parlate come se non ci fossi” protestò Vince.
“Certo” mormorò il suo compagno imbarazzato.
Vince lo fissò alterato, ma non potendo permettersi una scenata, scelse il silenzio.
“Per domani saremo pronti” dichiarò “Ci vediamo domani, signori”
Il tenente li invitò ad uscire. Vince aprì il portellone e senza attendere Jan, si allontanò. Questi
lo raggiunse per poi trascinarlo in una strada senza uscita. “Vince, vuoi fermarti? Che ti prende?”
L’altro si voltò fissandolo con rabbia “Che mi prende? Hai davvero bisogno di chiederlo, Jan?”
“Non capisco”
“È questo il problema, non capisci!” sbottò “Cazzo, Jan, so che sei il mio superiore, ma ti pregherei, per una volta di avere fiducia in me”
“Io ho fiducia in te, Vince” gli appoggiò una mano sulla spalla, ma lui la scansò.
“Davvero? Peccato che non si capisca. Mi tratti da incapace, rideranno di me, anzi di noi. Ho visto come ti guardava il tenente. Credi non abbia compreso che sei particolarmente apprensivo nei miei riguardi?”
“Non ha capito un bel niente” ma non ne era del tutto convinto.
“E come lo sai? Jan, cerca di controllarti se non vuoi che ci tolgano l’incarico e ci rispediscano di corsa a Lipsia”
“Non accadrà” infilate le mani in tasca, gli rivolse uno sguardo carico di dolcezza “scusami, Vince”
Il vicecommissario lo trovò terribilmente tenero, ma aveva deciso di farlo soffrire ancora un po’ “So che sei preoccupato, ma almeno, in presenza di estranei, potresti fingere indifferenza. Ufficialmente, siamo due commissari in missione, a nessuno interessa se stiamo insieme, tranne forse al tuo bel tenente”
“Ancora questa storia?” Jan si avvicinò a lui “Non mi interessa quella donna”
“Sei tu che interressi a lei” Vince mise il broncio.
“Mi dispiace, Vince. Mi sono comportato male nei tuoi riguardi, ti chiedo scusa”
“Lo so che ti dispiace ora, vieni qui” e lo attirò in un abbraccio.
“Io non solo ho fiducia in te, Vince, ma trovo tu sia un eccellente poliziotto” sussurrò all’orecchio.
“Uno dei migliori” lo corresse l’altro.
“Uno dei migliori” ridacchiò Jan posando una scia di baci delicati sul collo “Torniamo in albergo”
“Non ti va di assaporare la vita notturna di Miami?” gli domandò Vince.
“Preferisco assaporare te” e gli catturò le labbra.
Vince ricambiò con trasporto, allacciando la lingua alla sua. Jan lo spinse contro la portiera di una macchina parcheggiata gustando ogni istante di quel bacio che sembrava non avere mai fine.
Vince si staccò per respirare “Andiamo via, amore, altrimenti mi ti faccio qui”
Ridendo Jan lo lasciò andare e raggiunsero l’auto che avevano noleggiato.

sabato 28 maggio 2011

Bienvenido a Miami cap 3



Soko Leipzig
Personaggi: Vince Becker, Jan Maybach
NC-17
I personaggi non mi appartengono.
Un grazie speciale alla mia socia e nonché editor Giusi senza la quale questa fic forse non avrebbe neanche visto la luce.


3


La luce del sole mattutino faceva capolino dalle tende lasciate semiaperte. Vince dormiva completamente nudo, un braccio sotto il cuscino e l’altro abbandonato sull’addome.
Le lenzuola appallottolate sul pavimento, mentre il posto accanto al suo era vuoto. Dal bagno lo scorrere dell’acqua. Pochi minuti dopo la porta si aprì, Jan tornò nella stanza, lo copriva solo un asciugamano. Dai capelli ancora bagnati alcune goccioline ricadevano impunemente sulle spalle. Lanciò uno sguardo al compagno e sorrise dolcemente, doveva essere stremato dopo tutta quell’attività fisica extra! Vince si era rivelato un amante molto passionale, premuroso e anche fantasioso. Anche se con caratteri diversi gli ricordava tanto Miguel. Sospirò tristemente ripensando al compagno scomparso, avevano avuto così poco per vivere la loro storia d’amore. Se non si fossero accorti troppo tardi di ciò che provavano di certo avrebbero avuto più tempo di godersi l’un l’altro.
Si avvicinò al letto, gli sedette accanto attento a non destarlo. Si sentiva in colpa per non aver fatto parola di quello che era accaduto. In fondo, si era trattato di un’impressione, quel tipo gli somigliava solo, non era lui. Non poteva essere Miguel perché lui era morto. Strinse i pugni, poi scosse la testa, non sarebbe ricaduto nel baratro dal quale era a stento uscito. Tornato al presente, scostò una ciocca di capelli dal viso di Vince, subito lui riaprì gli occhi e gli afferrò la mano portandosela alle labbra.
“Giorno” biascicò mordicchiando le dita.
Jan rise: “Stavi solo fingendo di dormire, vero?”
“Aspettavo una tua mossa” Jan si stese su di lui, i corpi ermeticamente attaccati e i visi divisi da un niente.
“Ti osservavo dormire” posò un bacio sulla fronte: “sei proprio carino” poi scese a lambire il naso, giù fino alla bocca.
Lasciandolo entrare, Vince portò una mano dietro la nuca per approfondire il contatto. Jan accarezzò il volto continuando a baciarlo con trasporto. La mancanza d’aria li costrinse a staccarsi.
“Dovresti svegliarmi ogni mattina in questo modo, Jan”
“Se tu vuoi” sfiorò il petto con le dita: “sono disposto a fare questo sacrificio”
Vince si alzò di scatto, spingendolo supino e ribaltando così le posizioni. Gli bloccò le braccia dietro la testa.
“Ehi” protestò Jan :“Cosa credi di fare?”
“Inizio questa giornata nel migliore dei modi” abbassò la testa per baciarlo. “Sono felice di essere qui con te”
“Anche se per lavoro?” Jan alzò la testa per guardarlo.
“Mi sto divertendo, adoro l’azione e quando l’operazione entrerà nel vivo, sarà ancora più eccitante” gli occhi del commissario più giovane brillavano di entusiasmo.
“Vince, non pensare da incosciente, sai che sarà pericoloso e non è detto che il tenente Sanchez acconsentirà alla tua idea”
“E tu, non fare il guastafeste come sempre!” lo rimproverò. “Vedrai che pur di acciuffare quei trafficanti… ” sfiorò il petto di Jan con il naso “mi butterà nella mischia” posò una scia di baci giù fino al ventre.
“Ma come parli?”
Vince mordicchiò la carne: “Mi sono adeguato, amore. Dovresti farlo anche tu, sei troppo rigido”
“Non è vero” protestò mettendo il broncio.
“Su, ora non prendertela, ma devi ammettere che non ti stai adattando a questa realtà. Non siamo a Lipsia, qui ragionano in modo diverso”
“Io sono me stesso e non mi va di cambiare solo per fare colpo su questi detective americani”
“Non ti dico di cambiare, ma di lasciarti un po’ andare”
Jan abbozzò un sorriso: “Lo farò, ma ora… che ne dici di terminare ciò che hai cominciato?”
Vince ridacchiò “Il capo ha sempre ragione”



Ore dopo Jan e Vince erano alla centrale di Polizia. La sezione Narcotici si trovava all’ottavo piano di un enorme edificio. Varcate le porte, si ritrovarono in un’ampia sala dalla quale due corridoi conducevano ai vari uffici. La sala principale era occupata da scrivanie tutte provviste di computer. Un agente dai capelli neri e la carnagione abbronzata si avvicinò per verificare le loro identità.
Jan cacciò il tesserino di riconoscimento “Commissario Jan Maybach e lui è il mio collega Vincent Becker, dobbiamo incontrare il tenente Sanchez”
Il giovane annuì e si allontanò sparendo dietro una porta. Guardandosi intorno Vince si sporse verso Jan: “Questo posto è immenso, ci si potrebbe perdere”
“In America è tutto così esagerato” commentò con una smorfia.
Vince non ebbe la possibilità di replicare poiché il tenente Sanchez li raggiunse con un sorriso “Benvenuti” strinse la mano soffermandosi più a lungo su quella di Jan. “seguitemi, abbiamo molto di cui discutere”
Li condusse attraverso un lungo corridoio, fiancheggiato da numerose stanze, poi si fermò davanti ad una porta aperta: “Dopo di voi”
Furono introdotti in un ufficio esposto ad est molto luminoso: “Accomodatevi, signori” sedette alla scrivania
Vince e Jan presero posto di fronte a lei. Vince si guardò intorno, il solo mobilio, oltre alla scrivania e alle poltroncine sulle quali sedevano, era costituito da una scaffalatura e da un dispensatore per l’acqua.
“Allora, commissario Maybach, mi piacerebbe che ripetesse ciò che è accaduto l’altra notte al ‘Choza’ così da avere le idee più chiare su come muoverci” aprì un fascicolo.
Jan rifletté qualche secondo prima di cominciare a parlare: “Il commissario Becker ed io e siamo entrati nel locale e ci siamo divisi per monitorare meglio la situazione. Ad un tratto ho notato uno scambio sospetto tra dei ragazzi e un tizio”
Vince si accorse che la donna stava prendendo appunti e cercò di sbirciare.
“In seguito questo si è avvicinato ad altri tre uomini e ha passato una mazzetta di banconote al tipo che penso sia il capo”.
“Esattamente dove si trovava?” domandò il tenente senza smettere di scrivere.
“Al bar, cercavo di non dare troppo nell’occhio mescolandomi alla clientela”
“E non ha visto niente altro?”
“No, subito dopo si sono allontanati tra la folla”
“E ha riconosciuto Santiago?” l’interesse della donna era più che evidente.
“Io ho visto un uomo, probabilmente ispanico dai capelli scuri, gli occhi neri e il pizzetto. Portava un berretto da baseball” spiegò Jan.
Vince si voltò verso di lui, guardandolo orgoglioso, gli faceva impazzire quando era così professionale e serio. Il suo Jan era fin troppo modesto, se fosse stato sufficientemente ambizioso avrebbe potuto fare una brillante carriera.
“Io sono arrivato subito dopo” intervenne Vince “e abbiamo deciso di venirvi a riferire l’accaduto”
Il tenente prese un fascicolo da un cassetto e lo porse a Jan.
“Di che si tratta?”
“È il dossier che raccoglie ciò che sappiamo di questa banda di narcotrafficanti”
Jan lo sfogliò con foga, quasi come se cercasse qualcosa: “Hanno precedenti, vedo”
“Solo alcuni. Li abbiamo messi dentro un paio di volte per spaccio, ma sono pesci piccoli”
“Anche quel Santiago?” domandò il commissario non trovando la sua scheda.
“Lui è… ” sospirò come se non sapesse cosa dire: “Estefan Santiago è stato arrestato qualche mese fa, ma sfortunatamente abbiamo dovuto rilasciarlo. Non c’erano prove a suo carico” si mosse nervosamente sulla sedia, poi tossicchiò. “Precisiamo: è il capo, il re della zona” da un cassetto sottostante tirò fuori la sua foto segnaletica e gliela porse “Vede?”.
Quando gli occhi si posarono su quei lineamenti così familiari Jan impallidì. Cercò di fare finta di nulla, ma Vince si accorse di quel cambiamento. “Che hai, capo?”
“Niente” rispose duro
“Commissario, dobbiamo arrivare a lui per avere la possibilità di fermare questo traffico”
“Ce la metterò tutta!” intervenne Vince.
Lei annuì e aggiunse: “ Dovremo stabilire un contatto e prospettargli guadagni facili. Vedrete che, se risulterete abbastanza credibili, come mi auguro, si fiderà fino ad abbassare la guardia e sarà allora che lo fotteremo!” gli occhi scuri si puntarono sul giovane commissario. “Tutto dipenderà dalla sua bravura”
Jan aveva sperato fin all’ultimo che non avrebbero dato credito alla proposta del compagno: “Non sono d’accordo sulla sua decisione, tenente. Non ha qualche altro agente disposto a farlo?”
“Certo, i miei uomini non aspettano altro che prendere quei figli di puttana, ma sono facce conosciute. Non si può intraprendere un’operazione sottocopertura con nessuno di loro”
Vince lanciò un’occhiataccia all’amico “Abbiamo discusso fin troppo. Sono pronto a cominciare”
“Quali sono le sue perplessità, commissario Maybach?” il tenente non riusciva a capire perché si opponesse con tale fermezza, dopotutto erano a Miami proprio per quello!
“Io… insomma… non penso sia una buona idea! Il commissario Becker non si è mai infiltrato in una gang di narcotrafficanti, è giovane e inesperto”
“Sono certo di farcela, Jan” strinse i pugni, costatare che il compagno non avesse fiducia in lui lo faceva ribollire di rabbia.
“D’accordo. Spero solo che vada tutto per il meglio” intervenne la donna passandogli l’incartamento, compresa la foto di Santiago.
Vince vedendola aggrottò la fronte: aveva un’aria familiare.
“Bene, signori” il tenente si alzò porgendogli la mano “tra un paio di giorni saremo pronti” poi si rivolse solo a Vincent “Dovrà avvicinarlo e fargli intendere di voler acquistare un grosso quantitativo di roba”
“Al Choza?” domandò alzandosi a sua volta.
“Tentiamo anche lì e ovunque abbia una clientela”
Il tenente li accomiatò e Jan uscì dall’ufficio seguito da Vince. Quando furono al riparo da orecchie indiscrete il poliziotto più giovane sfogò tutta la sua frustrazione.
“Perché cazzo mi hai fatto quella scenata? Ti diverte farmi apparire come un incompetente?” il caldo afoso li investì.
“Scusami, non era mia intenzione” la mente altrove.
“Jan, si può sapere cosa ti succede? Dall’altra notte sei così strano. Ha forse a che fare con quel tipo?”
L’altro lo fissò sgranando gli occhi: “Che tipo?”
“Jan, credi non lo abbia capito?”
“Non c’è nulla da capire!” la voce tremò. Si voltò. “Andiamo, dobbiamo informare Haio”
Vince, rassegnato, alzò le braccia al cielo, mentre Jan raggiungeva l’auto.


Appena sceso dall’auto, Miguel fu costretto ad aggrapparsi alla portiera per non cadere. Jan lo raggiunse ridendo. Erano stati in un locale, lasciandosi andare a qualche tequila di troppo e ora erano decisamente brilli.
“Sei un disastro, Miguel” gli circondò la vita con un braccio: “dai, ti aiuto”
“Grazie, amico” si appoggiò a lui: “non so che farei senza di te”
“Guarda come ti sei ridotto. Non ti reggi in piedi” lo prese in giro.
“Non esagerare, sono solo inciampato”
“Sì, come no” accese l’antifurto poi lo aiutò a raggiungere il portone. “Te la senti di salire da solo?”
Miguel lo guardò con la sua aria da cucciolo, poi mise il broncio: “Perché non mi accompagni? Anzi, potresti restare“
“E Benny? Non posso lasciarlo” ma la tentazione era forte, tra l’altro, temeva di non essere nelle condizioni di rimettersi alla guida.
“Hai ragione, sono egoista a volerti tutto per me” gli rivolse un sorriso malandrino.
A quelle parole Jan abbassò la testa arrossendo. Da quando si erano baciati, sere prima, non aveva pensato ad altro “Andiamo, ti accompagno altrimenti rischi di romperti l’osso del collo”
Miguel prese le chiavi per aprire il portone e insieme si avviarono verso l’ascensore: il suo loft si trovava all’ultimo piano.
“Domani saremo due relitti, amico mio” ridacchiò lo spagnolo.
“Lo so, non avrei dovuto bere tutta quella tequila” Jan scosse il capo.
“Dovevamo festeggiare il mio compleanno” replicò l’altro.
“Peccato non ci fossero anche Hajo e Ina”
“Meglio così” si sporse in avanti, sembrava quasi volesse baciarlo.
In quel momento la cabina si fermò facendoli sobbalzare leggermente: “Dannato ascensore”imprecò appoggiandosi a Jan per non stramazzare a terra.
“Attento! Sei davvero un pasticcione”
Miguel rise. Quando le porte si spalancarono i due commissari uscirono sul pianerottolo.
Una volta all’interno dell’abitazione Miguel lanciò le chiavi sul tavolino: “Finalmente a casa, sono stanco morto”
“Hai bisogno di una bella dormita, amico mio ed anche io”
“Hai ragione!” si stiracchiò sbadigliando.
“Io vado” Jan si mosse verso l’uscita.
“No, resta” lo bloccò per un braccio.
“Non posso, Miguel” cercò di sfuggire dalla sua presa.
“Benny ormai è grande e poi, starà dormendo”Miguel si mosse barcollando verso il divano.
Sedette pesantemente trascinandolo con sé.
“E dove dovrei dormire? Qui c’è solo un letto!” obiettò incrociando le braccia al petto.
“E allora?” accorciò la distanza tra loro. “È grande abbastanza per entrambi”
Jan sgranò gli occhi e Miguel continuò divertito: “Che c’è? Hai paura che mi approfitti di te?” avvicinò il viso al suo.
“No, ma cosa ti salta in mente”
“Sai, Jan, devo confessarti che”gli occhi neri erano terribilmente brillanti: “da quando è accaduta quella cosa tra noi, insomma… ”
“Di che parli?” fece finta di niente.
“Del bacio, sai, la sera della festa per Ina”
“Avevamo bevuto, Miguel”
“Non faccio che pensarci”confessò appoggiando il braccio sullo schienale: “soprattutto a ciò che ho provato” gli sfiorò il collo con le dita.
Jan fremette e uno strano calore si propagò lungo il corpo: “Eravamo un po’ brilli e…”
“Ci siamo lasciati prendere dall’entusiasmo” concluse Miguel con un ghigno: “A te non è piaciuto?”
Arrossì “Che importanza ha”
“Davvero non ti ha importato? O guarda sei diventato tutto rosso! Il commissario Maybach che arrossisce” lo prese in giro.
“Finiscila” lo spintonò ridendo.
“Sei arrossito” lo pizzicò sul torace e poi sotto le ascelle.
Ne scaturì una lotta nella quale Miguel ebbe la meglio. Lo spinse supino sovrastandolo con il peso del suo corpo “Ti arrendi?”
“Mai!”
“Arrenditi, Jan!” ordinò continuando a solleticarlo.
“Okay, mi arrendo” si contorse cercando di sfuggire a quella tortura.
“Lo sapevo”sul volto di Miguel apparve un’espressione soddisfatta “sono il migliore”
“Stupido” lo spinse via.
Senza preavviso Miguel tornò a pressarsi su di lui bloccandogli le braccia dietro la testa “Ora, sei in mio potere”
“Dai, lasciami ti ho detto che mi sono arreso!” gli girava la testa. Chiuse gli occhi per un attimo, e quando li riaprì, quelli di Miguel erano a pochi millimetri dai suoi.
“Miguel...” sussurrò. Lo pronunciò con una tale dolcezza e arrendevolezza che lo spagnolo non riuscì a trattenersi. Si sporse verso di lui e lo baciò. Jan, dapprima inebetito, rispose socchiudendo le labbra.
Miguel approfondì quel bacio che bramava fin dall’inizio della loro serata insieme “Jan” lasciò scivolare la mano sotto la maglietta accarezzando il ventre.
“Mio dio” gemette Jan godendo del suo tocco sulla pelle incandescente.
Jan scese a lambire la cicatrice con la lingua, poi giù verso il mento fino al pomo d’Adamo. Miguel buttò la testa indietro chiudendo gli occhi, mentre Jan continuava il suo cammino mordicchiando il collo.
Nella stanza solo il suono dei loro ansiti. Si spostarono sul letto, incollati, incapaci di smettere di baciarsi e toccarsi come se per via di un misterioso incantesimo non fossero più in grado di restare separati un istante.
Miguel lo spinse supino stendendosi su di lui. Gli sfilò la maglia lanciandola attraverso la stanza, poi gli perlustrò il petto con la bocca: “Come sei bello, cucciolo” lasciò una scia umida fino all’ombelico.
Jan inarcò la schiena lasciandosi andare: “Miguel”
“Ti voglio da morire, Jan” alzò il capo incontrando i suoi meravigliosi occhi azzurri.
“Anche io ti voglio, ma non così”
“Come?”
“Abbiamo bevuto, le nostre percezioni sono alterate dall’alcool. Non sarebbe giusto”
Miguel distolse lo guardo, ma sapeva che Jan aveva ragione.
“Miguel, devi capire: voglio che desideri fare l’amore con me con tutti i tuoi sensi e non perché reso coraggioso dall’alcol!”
Comprese cosa stava tentando di dire. “Mi dispiace” s’imbronciò: “perdonami se ti sono saltato addosso”
“Non mi sei saltato addosso, Miguel, lo abbiamo voluto entrambi” Jan gli alzò il mento con un dito “capito?”
“Sei tu il capo” ridacchiò.
“Non riesci mai ad essere serio” Jan gli sferrò uno scappellotto dietro la nuca.
Miguel non replicò e preferì appoggiare la testa sul suo petto, accarezzando i peli con le dita: “Mi si chiudono gli occhi” e dopo un attimo sprofondò in un sonno profondo.
Jan lo strinse maggiormente a sé addormentandosi a sua volta.
Furono destati dal trillo invadente della sveglia. Miguel scattò seduto, Jan nascose la testa sotto il cuscino “Spegni quell’aggeggio infernale!”
“Cazzo, ma che ore sono?”
“È sabato, Miguel, il nostro giorno libero, voglio dormire!” protestò voltandosi dall’altra parte.
Miguel appoggiò la mano sulla sveglia facendola finalmente tacere: “Siamo crollati come sassi, stanotte”
“Ho la testa che mi scoppia” si lamentò Jan voltandosi a guardarlo, Miguel costatò che aveva due enormi occhiaie e i capelli spettinati.
“Povero cucciolo” avvicinò il viso al suo, poi posò le labbra sulla fronte baciandola dolcemente “va meglio?”
“Un pochino”
Si guardarono per qualche istante, poi Jan lo attirò a sé cercandogli voglioso la bocca. Miguel si stese su di lui e con ardore accarezzò il torace muscoloso. Scese a mordergli il mento. Jan si lasciò sfuggire un gemito, mentre l’erezione premeva contro la stoffa dei boxer.
Le mani di Miguel si mossero fino all’indumento intimo sfiorandone il bordo.
“Adoro il tuo corpo, Jan” sussurrò tra i baci.
“Non ti fermare, toccami” lo supplicò prendendogli la mano e infilandosela nella biancheria.
Miguel non attese oltre, circondò il membro per dargli piacere.
Jan inarcò la schiena chiudendo gli occhi. Miguel, ritornato a baciarlo, aumentò il ritmo.
“Ti voglio Jan” confessò con desiderio “e non so se riuscirò a fermarmi, questa volta”
“Bene!” il suo sguardo era pieno di maliziosi sottintesi.
“Cosa vuoi da me esattamente?” Miguel sorrise sornione.
“Fammi tuo”
A Miguel si fermò il cuore per qualche secondo. “Ho capito bene cucciolo? Mi vuoi davvero?” sembrava commosso, emozionato. Di certo sconvolto.
“Ti voglio sì, voglio sentirti dentro di me, Miguel”
“Sei sicuro, Jan. Non è che dopo ti pentirai e mi odierai...”
“Anche con le ragazze ti fai tutti questi scrupoli? Ecco perché non concludi mai!”
“Che stronzetto!”
Jan tornò serio. “Te lo giuro Miguel, non sono mai stato più sicuro di qualcosa in vita mia” assicurò attirandolo di nuovo a sé: “prendimi, commissario Alvarez”
“Come il capo comanda” ridacchiò insinuandosi tra le sue gambe: “cercherò di fare piano”
Avvertendo la sua preoccupazione, Jan decise di confessargli qualcosa che non aveva mai raccontato ad anima viva: “Miguel, non devi preoccuparti di farmi male perché non è la mia prima volta”
“Cosa? Di che stai parlando, Jan?”l’ispanico era esterrefatto.
“Quando ero a Colonia mi infiltrai per sgominare un traffico di droga e fu in quell’occasione che...” lasciò la frase a metà: “lo incontrai. Lui si innamorò di me e io ne fui soggiogato. Era così affascinante, ma in seguito scoprii che era lo spacciatore e fui costretto ad arrestarlo.”
Miguel ascoltò il suo racconto a bocca aperta: “Ci hai fatto l’amore?”
Jan annuì e all’idea di lui con un altro, Miguel provò una fitta nel petto.
“Era solo sesso”Jan gli accarezzò una guancia, ma lui si scansò: “Miguel, non reagire così”.
“E come dovrei reagire! Mi spari una notizia del genere. Un bastardo fortunato, quello!”
“Tu lo sei di più” Jan lo strinse a sé “hai il mio cuore”
A quelle parole Miguel fremette e cercò le sue labbra. Lo spinse supino e, dopo avergli calato i boxer, si stese su di lui baciandolo e accarezzandolo dolcemente.
Jan gli spiegò dove voleva essere toccato, baciato. Ansimò realizzando quando Miguel fosse veloce nell’apprendimento, ma quando lo penetrò, Jan urlò, ci aveva messo troppa enfasi.
Miguel si ritrasse preoccupato “Fa male?”
“Un po’. È da tanto”
“Scusa”
“Non importa”
Miguel lo penetrò di nuovo, senza staccare lo sguardo dall’amato. Cominciò a muoversi, prima lentamente, poi con maggiore decisione. Quando il suo sesso trovò un punto particolarmente sensibile, Jan gemette, poi gli circondò i fianchi con le gambe per approfondire la penetrazione “Non ti fermare, mi stai facendo impazzire”
Miguel, eccitato, lo accontentò. Giacché il suo corpo ne era in grado, voleva farlo godere il più possibile.
“Miguel” ripeté l’altro senza sosta toccandosi fino a quando non venne.
Un ultimo affondo e anche Miguel raggiunse il culmine. Si accasciò esausto.
I corpi erano ricoperti da uno strato di sudore, i capelli di Jan appiccicati alla fronte e il fiato ansimante.
“È stato grandioso, Miguel” gli accarezzò la nuca.
“Ma con la pratica si può anche fare di meglio”
“Presuntuoso” rise.
Non uscirai da questo letto finché Miguel Alvarez non ti avrà sfiancato, hai la mia parola!”
“Prospettiva estremamente interessante”
Miguel si sporse per baciarlo riaccendendo così la passione.

Jan si rese conto di non essere più con Miguel, ma nella sua camera da letto con Vince che lo fissava stranito.
“Che hai?” domandò sfiorandogli una spalla nulla.
“Niente” abbozzò un sorriso. Stava impazzendo ed era tutta colpa di quel posto.
Vince annuì, ma sapeva che stava mentendo.

martedì 24 maggio 2011

Bienvenido a Miami capitolo 2




Bienvenido a Miami

Soko Leipzig
Personaggi: Vince Becker, Jan Maybach
NC-17
I personaggi non mi appartengono.
Un grazie speciale alla mia socia e nonché editor Giusi senza la quale questa fic forse non avrebbe neanche visto la luce.

2

L’incarico a Miami si era rivelato più difficile del previsto. Non c’era alcuna traccia di prove che collegassero i capi delle bande schedate al traffico con l’Europa. Il tenente Sanchez cominciava a pensare che la presenza dei due tedeschi fosse superflua giacché non erano riusciti a cavare un ragno dal buco. Dopo il settimo giorno non redditizio la donna fece sapere che qualcuno si sarebbe dovuto imbucare a qualche festa nelle discoteche più frequentate dagli spacciatori per controllare la situazione. Jan, pungolato da Vince, deciso a dimostrare che non erano lì solo in vacanza, si fece avanti. Sarebbero stati loro ad operare in incognito, in fondo, non era nemmeno la prima volta che lavoravano sotto copertura.
Ore dopo erano davanti al “Choza” locale frequentato soprattutto da giovani di origine ispanica. I commissari furono costretti ad indossare degli abiti alla moda per passare inosservati. Si erano recati quel pomeriggio stesso in un negozio dell’usato. Jan fasciato in un paio di jeans scoloriti e una canottiera bianca e camicia rossa aperta. Vince, a sua volta, indossava pantaloni con i tasconi e una camicia a quadri. Vince fissò il compagno estasiato, era sexy anche con quegli stracci che nascondevano il corpo statuario. Aveva sempre trovato Jan attraente ma si era accorto che si stava innamorando di lui in un'occasione che non avrebbe più cancellato dalla memoria, quando lo aveva sorpreso a guardare in lacrime la foto che lo ritraeva insieme al suo ex collega, Alvarez.
Con la mente ritornò a pochi mesi prima.


Durante il tragitto dall’ufficio del socio d’affari di Holtz al Commissariato Jan mantenne un rigoroso silenzio. Vince lo scrutò incuriosito, forse era colpa sua o magari Jan non aveva voglia di parlare con lui.
Sapeva solo che quella situazione non poteva continuare, non sopportava di vederlo in quello stato. Jan rischiava di esplodere da un momento all’altro.
“Ti va una birra?” propose nella speranza di farlo distrarre.
“Dobbiamo fare rapporto ad Haio” rispose senza staccare lo sguardo dalla strada.
“E dopo il turno?” insistette. “O devi tornare dalla tua ragazza?”
Jan sospirò: “No, Leni non mi aspetta, ma non posso. Io… sono a dieta“
“Su, capo, non farti pregare. Offro io”
L’altro finalmente si voltò a guardarlo, poi abbozzò un sorriso, il primo da settimane: “E va bene”
“Grande” ghignò soddisfatto: “sai, Jan, dovresti sorridere più spesso”
Jan distolse lo sguardo imbarazzato, poi parcheggiò davanti al commissariato.
Vince scese per primo: “Dai, togliamoci questa rogna, ho voglia di fare baldoria”
“Fa parte del nostro lavoro redigere i rapporti!”
“Lo so, ma è noioso e poi, detesto scrivere” insistette il commissario più giovane.
Jan scosse la testa, mentre lo spingeva verso l’entrata.
Ore dopo sedevano ad un tavolo in un pub della periferia, Jan sorseggiava la sua birra,nonostante il pericolo incombente di ingrassare mentre Vince si ingozzava di patatine fritte sotto lo sguardo scandalizzato del collega: “Non ti faranno male tutte queste porcherie?”
Ogni giorno che passava quel ragazzo gli ricordava di più Miguel, anche nel modo di mangiare. Nel ripensare al compagno scomparso si rattristò.
Vince rendendosi conto del suo stato d’animo, gli appoggiò una mano sul braccio. “Ti va di parlarne?”
“Parlare di cosa?”
“Del perché ogni tanto sembra che ti sia passato un autotreno sulla testa, Jan” Vince lo fissò con dolcezza.
Jan tacque, non gli andava di confidarsi, erano cose intime, private che non aveva mai detto a nessuno.
“C’è qualcosa che non va con Leni?” alzò la mano per ordinare altre due birre.
“Tutto”
“Mi spiace, il capo lo sa?”
“No, ma il fatto è che…” s’interruppe: “ha accettato un lavoro a Londra. Immagino presto dovrà dirglielo”
“E tu che farai?” la stretta sul suo braccio aumentò.
“Non ne ho idea, Vince, mi sento impotente. Leni ha fatto la sua scelta e io… “ si bloccò: “non so se valga la pena di lottare per questa storia”
“Dipende, tu la ami?”
Jan lo guardò, poi scosse la testa: “Credo che il mio amore si sia esaurito con il tempo o forse… non l’ho mai amata come ho amato…”
“Tua moglie?” tirò ad indovinare, in realtà, non sapeva quasi nulla della vita del suo collega.
“No, non Anja” abbassò lo sguardo giocherellando col tovagliolo di carta.
Vince cominciò a realizzare il perché delle lacrime che gli aveva visto versare solo poche ore prima “Si trattava di Miguel Alvarez, vero?”
Jan si voltò a fissarlo, poi annuì, che senso aveva continuare a celare ciò che era stato? Tra l’altro non era nemmeno un segreto, anche Ina lo sapeva e forse anche Leni lo aveva sospettato.
Cominciò a raccontare: “Io e Miguel eravamo una cosa sola. Dapprima colleghi, poi amici e infine… innamorati” sospirò tristemente per poi terminare la seconda birra.
“Mi dispiace, so che è accaduto in servizio, ma…” non sapeva cosa chiedere di preciso.
Jan agguantò una patatina portandosela alle labbra: “Un ragazzino che lui credeva di poter salvare ha sparato colpendo per sbaglio Miguel alla schiena”
“Tu eri presente?”
“Mi è spirato tra le braccia” le lacrime cominciarono a scorrere dalle guance: “sono caduto in uno stato depressivo serio, stavo per lasciare la polizia, mollare tutto”
Vince ascoltò il suo sfogo senza intervenire, mentre qualcosa nell’animo si agitava. Aveva sempre trovato Jan attraente, ma il vederlo così umano e fragile, lo rendeva ancora più affascinante ai suoi occhi. Non se lo aspettava da un uomo apparentemente tutto d’un pezzo come il commissario Maybach.
“Con l’aiuto di Leni sono riuscito a venire fuori dal buco nero nel quale ero sprofondato”
“Mi dispiace, Jan” appoggiò la mano sulla sua: “non posso neanche immaginare quello che avrai passato, ma se ti può essere di conforto, ti sono vicino” sfiorò le dita pentendosene immediatamente. Ritrasse la mano aggiustandosi poi una ciocca di capelli dietro l’orecchio.
Jan lo guardò intensamente, soffermandosi su ogni particolare del suo viso. Era molto bello, con gli occhi verdi dai riflessi dorati e uno dei sorrisi più dolci che avesse mai visto. Per la prima volta dopo Miguel, si sentiva attratto da un altro uomo, ma si disse che doveva essere colpa della birra.
Vince, sentendosi osservato, gli sorrise: “Ti va di camminare? Credo di aver esagerato”
“Sei tutto rosso, forse un po’ d’aria ti farà bene, Vince” scese dallo sgabello e si avvicinò. “Vuoi una mano?”
“Ce la faccio” fece per mettersi in piedi, ma una gamba cedette e se non fosse stato per la prontezza di riflessi di Jan, sarebbe finito sul pavimento.
Gli circondò la vita con un braccio, i loro visi potevano quasi sfiorarsi. Vince avvertì il respiro caldo sulla pelle, lo fissò socchiudendo le labbra mentre il cuore martellava con violenza.
“Usciamo” la voce profonda del collega lo costrinse a trasalire.
Vince si districò dalla sua stretta, anche solo la vicinanza lo turbava, come avrebbe continuato a lavorargli accanto senza tradirsi? Erano questi i suoi pensieri quando l’aria fresca lo investì. Chiuse gli occhi e respirò a pieni polmoni, doveva calmare i bollenti spiriti.
“Non stai bene, Vince?” gli fu nuovamente accanto.
Il commissario più giovane si voltò verso di lui, lesse apprensione nello sguardo: “Sei preoccupato per me, capo?” sogghignò malizioso.
“Non vorrei doverti sorreggere fino a casa” ribatté imbarazzato.
“Non abito lontano”
“Ah, non lo sapevo” ammise.
“Immagino ci siano molte cose che non sai del sottoscritto”
Jan non replicò, aveva ragione, non gli era mai interessato conoscere bene il collega e solo ora si rendeva conto che forse Vince pensava che fosse in collera con lui.
“Devo essere stato un vero stronzo con te, vero?” calciò un sassolino
“All’inizio pensavo mi odiassi, ma poi ho capito che era un modo per proteggerti, non volevi affezionarti”
Jan lo fissò incredulo, Vince era riuscito ad andare a fondo, a comprendere il perché del suo atteggiamento distaccato.
“Non te le faccio una colpa, Jan. Hai sofferto e per far sì che questo non accadesse di nuovo, hai deciso di tenere a distanza le persone”
“Sei molto perspicace” Jan gli rivolse un sorriso così dolce che Vince si sentì rimescolare dentro: “anche io ci ho messo molto a capirlo, non volevo ammetterlo neanche con me stesso. Il fatto è che Miguel mi manca”
“Lo so, Jan” Vince si fermò di colpo voltandosi a guardarlo: “ma spero diventeremo amici, non voglio che tu mi veda come un usurpatore”
“Non lo sei, Vince. Mi trovo molto bene in tua compagnia”
“Sono contento” Vince accorciò le distanze e, vedendo che Jan non accennava ad allontanarsi, posò le labbra sulle sue. Le baciò dolcemente.
Il compagno s’irrigidì staccandolo da sé: “Ma cosa…? Vince sei forse impazzito?” lo fissò stupito da quel gesto.
“Cazzo, che idiota che sono” infilò una mano nei capelli. Aveva combinato un bel pasticcio: “scusami, Jan, non so cosa mi è preso”
In quell’istante si rese conto di essere sotto il suo portone. In preda al panico si mosse per entrare nel palazzo.
“Notte, amico. Dimentica tutto” evitò il suo sguardo.
Un attimo dopo il corpo massiccio di Jan lo schiacciò contro il muro e la bocca fu sulla sua. Lo baciò con foga. Un assetato nel deserto. Vince era la sua oasi.
Il commissario più giovane rispose con bramosia insinuando le mani sotto la maglia. Sfiorò gli addominali marmorei, ansimò immaginando la sua bocca su quel corpo.
Si staccò per respirare, gli occhi di Jan brillavano di passione. Con la punta della lingua gli accarezzò le labbra tumide prima di ritornare a possederle, sembrava insaziabile.
Vince approfondì il bacio incontrando la sua lingua, le dita artigliarono una ciocca di capelli tirandola con forza “Jan”
“Vince” si spostò sul mento, poi giù fino al collo.
Vince si aggrappò a lui quasi come se temesse di cadere, le gambe come gelatina. Tutto solo per un bacio. Si chiese cosa avrebbe provato a fare l’amore con lui!
“Temevo non volessi” sussurrò poi.
“Non sapevo di volerlo” il respiro di Jan era affannoso.
“Meglio tardi che mai” ridacchiò Vince.
“Già, meglio tardi che mai” ripeté Jan staccandosi “Ora vado, Vince” sapeva che se fosse rimasto avrebbe compiuto qualcosa di avventato.
“A domani, capo” sogghignò leccandosi le labbra come per assaporare ancora il gusto dei suoi baci.
Jan fece per attraversare la strada quando Vince lo trattenne per un braccio “Aspetta”
Lo attirò a sé tornando a reclamare la sua bocca, ora che ne aveva avuto un assaggio, non poteva più farne a meno. Jan si lasciò andare dimenticando il motivo per cui aveva deciso di non restare.


Jan appoggiò una mano sulla spalla di Vince facendolo trasalire.
“Sei pronto?”
“Sì” rispose risoluto.
“Entriamo, allora” lo condusse dentro il locale.
L’aria era satura di fumo, le luci psichedeliche e la musica assordante li investirono costringendoli a fermarsi per abituare gli occhi e le orecchie. Intorno a loro decine di persone ballavano al ritmo di Sean Paul. Erano per lo più di origine ispanica, ma si intravedevano anche ragazzi dalla pelle bianca. Jan fece cenno a Vince di separarsi, poi si diresse verso il bar, non c’era verso che si spacciasse al centro della pista. Era più probabile che lo smercio avvenisse nei bagni o nella zona privé. Sedette al bancone, guardandosi intorno circospetto, si sentiva proprio come un pesce fuor d’acqua. Non c’erano molti della sua età. Ai loro occhi doveva apparire vecchio e la cosa non gli piacque affatto. Una ragazzetta dai lunghi capelli neri e il piercing al naso, fasciata in un mini abitino che non lasciava molto spazio all’immaginazione, gli si avvicinò sinuosa “Ciao, bello” urlò per sovrastare la musica “mi offri bere?”
Jan la osservò, non doveva avere più di diciotto anni.
“Cosa prendi?” domandò in inglese
“Tequila, biondino. Non sei di queste parti, vero?” doveva essere portoricana a giudicare dalla carnagione.
“No, sono tedesco”
“Mi piacciono i tedeschi, anche se si dice siano un po’ freddi” bevve tutto d’un sorso la tequila che il barista le appoggiò davanti.
“Non sei troppo giovane?”
Lei lo fissò facendo una smorfia “Che sei uno sbirro? Vuoi arrestarmi?”
“Secondo te ho la faccia da sbirro?” ridacchiò nervosamente.
“In realtà, sì. Un piedipiatti molto affascinante” avvicinò maggiormente il viso al suo: “lo sei?”
“Stai scherzando vero? Figurati. Comunque, io sono Jan e tu come ti chiami?”
“Maria” gli si strusciò contro “mi piacciono quelli della tua età, così esperti e pronti a tutto”
Non abituato a tanta intraprendenza, Jan arrossì. Si guardò intorno in cerca di Vince, ma del compagno non c’era neanche l’ombra. Ne approfittò per spizzare anche la sala. Lei gli appoggiò una mano sulla coscia, ma Jan la scansò prontamente “Non sono interessato”
“Sei frocio per caso?” sbottò stizzita. Pur non parlando l’inglese perfettamente, il termine queer lo comprese benissimo.
Fece per risponderle quando un assembramento alla sua destra ne attirò l’attenzione. La ragazza gli inveì contro per qualche istante, prima di andarsene offesa, ma Jan era troppo preso da quel gruppetto di giovani appoggiati alla parete per darle retta. Un attimo dopo si aggregò un altro tizio, massiccio, con i capelli rasati, la canottiera bianca e un paio di jeans. Dopo i saluti di rito, cacciò qualcosa dalla tasca posteriore e la porse ad uno dei ragazzi che in cambio gli elargì un fascio di dollari. Jan s’irrigidì, probabilmente si trattava di uno degli spacciatori che stavano cercando. Li osservò con attenzione, in particolare, l’ultimo venuto cercando di memorizzare i suoi lineamenti. Un attimo dopo questi si allontanò e si diresse verso la zona privè dalla quale uscirono tre uomini. Due erano talmente grossi che non potevano che essere delle guardie del corpo, mentre l’altro, più magrolino, folti ricci neri e un pizzetto, celava il volto sotto la visiera di un berretto da baseball. Portava una maglietta nera aderente e jeans di varie taglie più grandi, dai quali s’intravedeva il bordino nero degli slip firmati Armani.
Il trio si bloccò e l’uomo con il berretto si avvicinò al pusher per sussurrargli qualcosa all’orecchio.
Lo spacciatore lasciò scivolare la mazzetta di dollari nelle sue mani e il commissario esultò, aveva fatto centro: era lui il capo.
Sceso dallo sgabello si mosse per raggiungere il gruppetto e proprio in quel momento quello con il berretto alzò per un attimo la visiera dandogli così la possibilità di osservarlo senza essere notato.
Ciò che vide lo sconvolse: “Non è possibile” mormorò fissando inebetito quei lineamenti così familiari, gli occhi scuri. Il cuore accelerò i battiti, le gambe divennero pesanti.
Abbassò il capo per qualche istante, ma quando ritornò a guardare era sparito e così gli altri tre: si erano dileguati nella folla. Li cercò disperatamente, odiandosi per esserseli lasciati sfuggire.
“Dannazione” infilò le dita nella chioma cercando di riprendersi dallo shock. Provò a mettere da parte quel pensiero, ma la somiglianza era troppa.
Si voltò di scatto ritrovandosi davanti Vince che lo fissava apprensivo: “Che c’è? Hai una faccia!”
“Dov’eri? C’è stato uno scambio di roba” Jan ritornò il poliziotto professionale di sempre.
“Dove?” si guardò intorno.
“Come dove. Qui, Vince. Dannazione, mi sono sfuggiti!”
“Cazzo” imprecò il più giovane guardandosi intorno.
“Mi sono distratto e si sono dileguati”
“E se facessi da esca?” propose Vince: “Potrei fingermi interessato alla roba, vedrai che ci cascheranno”
“Non esiste, Vince”
“Ma…” non capiva il suo atteggiamento: “Non ti fidi di me? Pensi possa mandare all’aria l’operazione?”
“Non è questo”
“È così! Credi che non sia all’altezza della missione?”
“Sei un ottimo poliziotto, Vince” gli appoggiò una mano sulla spalla massaggiandola: “è solo che…”
“Cosa, Jan! È solo cosa?” alzò la voce, la musica impediva ad altri di captare i loro discorsi.
“Non voglio che ti accada qualcosa” ecco, finalmente lo aveva detto.
Gli occhi del giovane s’illuminarono: “Jan, non mi succederà nulla” accorciò le distanze “so quello che faccio e poi, non sono ancora pronto a lasciarti”
Jan impallidì: “Non dirlo neanche per scherzo. Ho già perso Miguel, non perderò anche te”
Vince lo attirò a sé e, incurante della folla che li circondava, lo baciò. Fu dolce, ma allo stesso tempo colmo di passione. Un bacio che sconvolse entrambi. Quando finalmente si staccarono Vince gli prese la mano accarezzando le dita con le proprie, poi se le portò alle labbra “Facciamo rapporto e torniamo in albergo”
“Non aspetto altro, Vince”
“Bene” senza attendere oltre, lo condusse all’esterno attraverso l’uscita secondaria.
Una leggera brezza li investì scompigliando i capelli di Vince. Il vicolo era deserto, Jan aguzzò la vista alla ricerca degli uomini della Narcotici appostati nella zona.
Il tenente Sanchez uscì dal vicolo seguita da uno dei suoi uomini. Li fissò in attesa: “Avete avuto qualche riscontro? La prossima volta useremo delle cimici così avremo la possibilità di ascoltare”
Jan si fece avanti: “Abbiamo fatto centro. Non solo questo è il loro territorio d’azione, ma ci opera pure qualcuno che si muove come uno che conta”
“Come fa ad essere certo che sai tratti di un capo clan?”
“Uno degli spacciatori gli ha passato un rotolo di banconote e poi si vedeva che era temuto”
“Dunque ha assistito ad uno scambio” il tenente era estremamente interessata.
“Sì, tra un gruppo di ragazzi sui diciotto anni e un tipo massiccio con la testa rasata”
“Mentre il tizio che lei deduce fosse il capo come era fatto?”
Il commissario tedesco abbassò lo sguardo: “Capelli scuri, occhi neri e fisico snello, con pizzetto e baffetti. Alto quanto me, portava in testa un berretto da baseball” imbarazzato, infilò le mani in tasca.
“Estefan Santiago” mormorò tra i denti.
“Merda!” imprecò l’altro poliziotto, un bel giovane dai capelli biondi e il viso abbronzato. “Quel bastardo ha le mani in pasta in tutto. È il re della zona”
“Dovevamo capirlo che c’era lui dietro questo traffico”
“Sembrava molto sicuro di sé e si muoveva tra la folla come se fosse il padrone” aggiunse Jan
“Ottimo lavoro, commissario Maybach” si congratulò il tenente divorandolo con gli occhi.
Jan le sorrise e Vince sbuffò seccato “Io avrei un’idea per avvicinarlo! Ne parlavo con Jan… il commissario Maybach proprio pochi minuti fa”
“Di che idea si tratta, vice commissario Becker?”
Tre paia di occhi si posarono su di lui: “L’unico modo per stabilire un contatto sarebbe fingersi interessati alla loro merce”
“In questo modo non arriveremo a niente, solo ai pusher” obiettò il tenente.
“No se il quantitativo di roba è rilevante”
“Commissario, sia serio, perché mai un singolo cliente dovrebbe aver bisogno di grandi quantitativi? Potrebbero pensare che stia cercando di fregarli rivendendo la roba”
“La roba sarà per un pezzo grosso” spiegò il giovane per nulla intimorito dalle loro obiezioni “se gli faremo credere di lavorare per qualche grosso trafficante…”
“È una follia” lo interruppe Jan: “non ci cascheranno mai e il fallimento è dietro l’angolo”
“Hai un’altra idea, capo?” Vince si voltò verso di lui fulminandolo.
Il tenente Sanchez dopo un’attenta riflessione disse: “A me sembra un piano attuabile. Bisognerà studiarlo nei minimi particolari, ma potrebbe funzionare. Complimenti, vice commissario Becker”
“La ringrazio”
“Dobbiamo solo decidere chi farà da esca”
“Io” si propose Vince: “mi sembra logico che sia io a stabilire il contatto”
“Ne abbiamo già discusso” intervenne Jan: “ho maggiore esperienza di te”
“Jan, non saresti credibile! Devo farlo io!” insistette.
“Ne parlerò anche con i miei superiori e poi vi farò avere notizie. Fino ad allora, vi chiedo di restare a disposizione”
I due poliziotti tedeschi annuirono e la osservarono allontanarsi seguita dal suo sottoposto.
Una volta soli Jan si avviò verso l’auto, ma Vince lo fermò: “Credevo avessi capito quanto ci tenessi a dimostrare che non sono un pivello”
“Dannazione, Vince, sono un tuo superiore e obbedirai ai miei ordini!”
“Cosa succede, Jan? Perché devi essere così stronzo?” c’era rabbia nella voce.
“Non voglio che ti accada nulla, se questo è essere stronzi, allora, sì lo sono” era alterato, le gote arrossate e gli occhi fuori dalle orbite.
“Siamo poliziotti. Il nostro lavoro ci impone di rischiare, non lo facciamo sempre?” gli fu accanto.
Jan gli voltò le spalle, e di rimando Vince si pressò contro la sua schiena: “Scusami per averti dato dello stronzo. Non lo pensavo davvero. Tu sei la cosa più bella che mi sia capitata e non voglio litigare con te”
“No, hai ragione. Lascio che i sentimenti interferiscano con le mie decisioni” Jan sospirò avvertendo il suo alito caldo sul collo.
“Se deciderai di non lasciarmi provare lo capirò” Vince posò una serie di piccoli baci sul collo.
“Vince” ansimò: “non ce la fai proprio ad aspettare di essere in camera? Potrebbero vederci!”
“Siamo soli, non vedo nessuno qui intorno e poi, sei così desiderabile, capo. Che ne diresti se ti sbattessi contro quel muro e ti facessi una bella perquisizione?” gli sferrò una pacca sul sedere.
“Mi vuoi perquisire? Non sono un delinquente” sogghignò Jan.
“Voglio vedere cosa nascondi qui” la mano si posò tra le gambe.
“Vince, questa incursione nella malavita ti ha reso audace” s’interruppe: “e sai che ti dico? Potrebbe anche piacermi”
“E non hai ancora visto nulla” insinuò le dita nei pantaloni fin troppo larghi.
“Cosa penserebbero se ci sorprendessero a fare sesso in un vicolo?”
“Dolcezza, siamo a Miami, non a Lipsia. Chi vuoi che ci badi” lo spinse contro il muro.
Jan si guardò intorno circospetto “Vince, andiamo in albergo, non mi sento a mio agio”.
“E va bene!” sospirò rassegnato. “Il tuo comportamento così ligio mi fa passare ogni fantasia di trasgressione”
Jan lo attirò a sé baciandolo, forse per quella volta avrebbe potuto anche lasciarsi andare.
Vince rispose con altrettanto trasporto, ma un attimo dopo un rumore li fece scattare allarmati.
Un gatto saltò sul cassonetto accanto a loro, Vince scoppiò a ridere: “Abbiamo i nervi a fior di pelle, eh?”
“Sarà questo caso e poi… ” si morse la lingua, stava per rivelargli ciò che gli era accaduto all’interno del locale, ma poi si bloccò. Non aveva senso informarlo, in quanto aveva deciso che era stato solo un abbaglio.
“Cosa?”
“Niente” scosse il capo.
”Lo sai che ti amo, Jan, vero?”
“Era un po’ che non me lo dicevi” tracciò la curva del viso con un dito.
“Scusa”
“Non scusarti, io lo so che mi ami. Ora, allontaniamoci da questo posto, puzza di qualcosa di indefinito” Jan arricciò il naso disgustato.
“Come siamo schifiltosi” lo prese in giro “dovrei chiamarti mio piccolo Lord”
“Spiritoso” lo spinse verso l’auto.

Ritorno

Dopo mesi di assenza a causa delle presentazioni di Lezioni di tango riprendo finalmente possesso del mio blog. Ho intenzione di riprendere a postare tutte le fic che avevo interrotto così che i miei lettori potranno ricominciare a sognare con i personaggi da loro tanto amati. La prima fic che posterò è "Bienvenido a Miami" che avevo interrotto al primo capitolo.