giovedì 6 settembre 2012

Sollievo



Pairing: Miguel Alvarez - Jan Maybach
Squadra speciale Lipsia
Storyline: Nessuna in particolare
Rating: PG 13
I personaggi non mi appartengono e la fic è scritta per pure divertimento


La stanza era immersa nell’oscurità. Steso sul letto, Miguel aveva perso il conto del tempo trascorso nel dormiveglia. Il dolore gli rendeva impossibile chiudere occhio o assumere una posizione comoda. Si voltò sul fianco destro, ma un improvviso bruciore gli strappò un lamento. Le spalle, il petto e la schiena completamente ustionati e spellarti, tanto che qualunque tocco, perfino il leggero lenzuolo di cotone gli procurava un intenso dolore. 
“Jan” mormorò con un filo di voce.
Non ottenendo risposta imprecò, ma in quel momento la porta si aprì. Jan fece capolino, un bicchiere d’acqua in una mano, mentre nell’altra un tubetto di pomata e pillole. Tentando di fare meno rumore possibile si avvicinò all’amico. Presa una sedia, si accomodò al suo capezzale accendendo una piccola lampada sul comodino. “Miguel”
“Jan, dov’eri?” aprì gli occhi scuri, ma cercò di ripararsi dalla luce.
“Scusa” la spense facendo ripiombare la stanza nel buio. “Come stai?”
“Ho sete” la gola era secca e la lingua gonfia.
Senza esitare, Jan gli porse un bicchiere d’acqua sollevandogli la testa. “Bevi piano, piccolo”
A fatica, Miguel ingoiò un sorso, sentendo immediatamente refrigerio. Se solo potessi averlo su tutto il corpo.
Jan gli sfiorò la fronte con le labbra e impietrì: era bollente. “Hai la febbre”
“Non dire sciocchezze! Ho solo bisogno di riposare, ma sto andando a fuoco, Jan” aprì finalmente gli occhi guardandolo. “Mi brucia… qui!” e si toccò il petto nudo.
“Lo so, ti ho portato una pomata” gli sorrise per rassicurarlo. “Anche degli antidolorifici”
Miguel si morse il labbro, detestava dovergli confessare di non riuscire neanche a stare steso, ma il dolore era talmente forte che allungò la mano. “Dammi!”
Una volta ingoiata la pillola, puntò gli occhi scuri sull’amico: “Grazie, non so che farei senza di te”
Mentre gli spalmava la crema, Jan si ritrovò a ripensare a tutto quello che era accaduto.

Quella mattina il caldo rendeva difficile restare al sole senza bagnarsi, ma Miguel sembrava non curarsene. Da ore era steso sul lettino, gli occhiali da sole sul naso e una bottiglia d’acqua sulla sabbia. Il desiderio di prendersi una bella tintarella da fare invidia ai colleghi una volta ritornato a Lipsia, lo rendeva spavaldo e sconsiderato. Accanto a lui, Jan sedeva, sotto l’ombrellone, su una sdraio, tra le mani un romanzo. Data la pelle chiara preferiva restare all’ombra, ma quando si arrischiava ad esporsi al sole, lo faceva solo dopo aver spalmato su tutto il corpo strati di crema solare a protezione totale.
Lo sguardo era però rivolto verso il collega e migliore amico. Non approvava la sua scelta di esporsi così tante ore al sole: “Mettiti la crema, Miguel!” esclamò con un tono autoritario. “Stai cominciando a spellarti!”
“Sei una barba, Jan!” sbuffò questi senza neanche degnarlo di uno sguardo. “Non sono Benny!” Gli occhiali a specchio celavano gli occhi scuri. “La crema la mettono le fanciulle o i ragazzini, non Miguel Alvarez!”
“Sei un idiota! Vuoi ustionarti o prenderti il cancro?” furono le successive parole dell’amico.
Toccandosi d’istinto tra le gambe, Miguel scattò seduto: “Che bastardo! Me la stai mandando?”

“Devo dirti come stanno le cose visto che tengo alla tua salute più di te!” replicò seccato il commissario più anziano.

Le spalle di Miguel erano ormai di un rosso acceso e anche il naso cominciava ad apparire come un piccolo pomodoro. Nonostante le origini spagnole e la carnagione più scura rispetto a quella dei tedeschi, la sua pelle era ugualmente delicata. “Fatti gli affaracci tuoi, Mr Mozzarella!” ghignò maligno
“Vuoi arrostirti? Bene!” Jan si alzò in piedi. “Ma quando ti spellerai come un gamberetto non venire a piangere da me!” e si avviò verso il bagnasciuga.
“Dove vai?” Miguel lo fissò stranito.
“Lontano da te, zuccone che non sei altro” e marciò verso la riva.
Anche se arrabbiato con l’amico, Miguel non riuscì a staccargli gli occhi di dosso, il fondoschiena perfetto era coperto da un paio di boxer neri strettissimi. La gola si seccò e lo slip si tese. Imprecando per la reazione del suo corpo il giovane commissario cercò di guardare altrove e lo sguardo si posò su un gruppetto di ragazze che a loro volta sembravano divorare Jan quasi come se fosse un dolcetto tutto da gustare. Una brunetta dai capelli corti si lasciò anche andare a degli apprezzamenti nei suoi confronti. Solo quando Jan si fu tuffato, le ragazze tornarono a parlottare tra loro. Miguel borbottò seccato, ma combattuto tra la gelosia e la voglia di conquista, decise di farsi avanti. Alzatosi dal lettino si avvicinò. “Seniorite, buon giorno”
La biondina gli sorrise maliziosa, ammaliata di certo dal suo fisico. “Il biondino è amico tuo, vero? Perché non vi unite a noi?” gli domandò. Ghignando Miguel cacciò la lingua tra i denti, un minuscolo triangolino la copriva ben poco attirandolo come una calamita.
“Certo, bambolina” le sedette accanto porgendole la mano: “Miguel, per servirla”
“Che galante” ridacchiò lei “Io sono Dannika, mentre loro sono Annie, Michaela e Stefanie”
“Piacere di conoscervi, di dove siete belle fanciulle?” cominciò la sua opera di seduzione.
“San Francisco”
“Americane!” sorrise, gli occhi brillavano, non era mai stato con una ragazza a stelle e strisce. Il desiderio di non pensare a Jan, di fargliela pagare per quelle battutine e soprattutto per averlo fatto morire di paura all’idea di beccarsi il cancro, lo resero molto più audace.
“Vi fa di andare da qualche parte insieme? Conosco certi localini”
“Certo, bello. Ci divertiamo!” squittì la ragazza stringendosi a lui.
Miguel si leccò le labbra deliziato.


Fino all’ultimo Jan aveva sperato che Miguel si decidesse a seguirlo, ma come sempre era rimasto deluso. Si tuffò per l’ultima volta, poi tornò a riva sgrullandosi i capelli biondi. Appena messo un piede sulla sabbia si rese conto che Miguel non era più dove l’aveva lasciato. Aggrottando la fronte, lo cercò con lo sguardo e una volta che lo ebbe individuato, si pentì di essersi preoccupato. L’amico sedeva tra quattro ragazze, tutte molto carine e dall’aria di volersi divertire. Miguel stringeva la vita di una biondina, mentre un’altra gli stava appiccicata come se sul lettino non ci fosse spazio a sufficienza. Quell’immagine gli causò una reazione che non avrebbe mai pensato. Imprecò a denti stretti e calciò della sabbia prendendo in pieno una signora stesa a pochi metri da lui.
“Ehi!” sbottò quella per niente felice di essere investita da una pioggia di sabbia.
“Ehm, mi perdoni” mentalmente Jan decise che Miguel gliel’avrebbe pagata anche per quella figuraccia.
 Camminando con i pugni chiusi raggiunse l’ombrellone e ignorò volutamente il gruppetto che invece si era voltato verso di lui.
“Jan unisciti a noi!” lo invitò una bella mora dal seno prosperoso che aveva insistito per conoscere il nome del biondino.
Sentendosi chiamare si voltò di scatto, ma invece di guardare la ragazza puntò gli occhi chiari sull’amico che non sembrava molto felice di avere un rivale. A quel punto la decisione fu più che semplice: “Perché no!” e mostrando un sorriso falsissimo li raggiunse.
 “Non volevi restare all’ombra?” Miguel non era per niente felice di non essere più il centro della conversazione.
“Posso farlo anche stando qui!” replicò Jan deciso a rovinare tutti i suoi piani di conquista.
“Bastardo” mormorò il mezzo spagnolo tra i denti. “Lo fai apposta!”
“Di che stai parlando? Mi hanno invitato loro” e senza degnarlo di un altro sguardo, Jan sedette sotto l’ombrellone. La moretta si mise sul suo grembo.
Miguel imprecò mentalmente, ma dopo aver sbuffato per qualche secondo, attirò la biondona per sussurrarle qualcosa all’orecchio.
Jan lo incenerì con lo sguardo, poi ingoiando la bile che provava si dedicò alla ragazza sulle sue gambe.


Un gemito dell’amico fece ritornare Jan al presente. Lo preoccupava il suo stato, anche se in fondo, se l’era cercata. Lo aveva avvertito in tutti i modi di non esporsi troppo, ma cocciuto com’era Miguel aveva agito di testa propria. Jan aveva deciso di ignorarlo per il resto del pomeriggio, dedicandosi ad una deliziosa brunetta disponibile. Non perché gli interessasse. Voleva solo ripagarlo con la stessa moneta. Quello che aveva provato nel vedere Miguel con una ragazza lo turbava ancora. Si chiese se fosse gelosia o invidia. Lanciò uno sguardo al moro steso inerme sul lenzuolo umido e sospirò sollevato, si era finalmente appisolato.
Approfittò di quel momento di calma per fare una doccia, sentiva ancora la sabbia fin dentro il costume e poi, il caldo era insopportabile.
Jan restò più del necessario sotto l’acqua tiepida. La mano scivolò tra i peli sul petto insaponandolo, poi tra le gambe. Senza accorgersene circondarono il membro, le dita si mossero lente, poi sempre più veloci, la bocca socchiusa e lo sguardo rivolto verso l’altro. Un solo pensiero nella testa: Miguel steso accanto a lui che lo sfiorava. Ad immaginare la sua bocca, le sue mani, venne con un gemito soffocato. Un attimo dopo il senso di colpa e anche un po’ di vergogna lo investirono mozzandogli il respiro. Non poteva pensare a Miguel in quei termini. Erano solo amici e poi, a Miguel interessavano solo le ragazze. Glielo aveva dimostrato più volte di saperci fare. Sospirando tristemente, Jan si affrettò a sciacquare i residui della sua eccitazione e a tornare in camera da lui.
Coperto solo da un asciugamano legato alla vita, si avvicinò al letto, Miguel era di nuovo sveglio, la testa piegata di lato e gli occhi aperti. Sembrava preso da chissà quale pensiero, ma non appena avvertì dei passi, alzò lo sguardo verso di lui.
“Dov’eri?” la voce suonò quasi come un rimprovero.
“A fare la doccia, piccolo” gli sfiorò la fronte, poi sedette sul letto. “Stai meglio dopo aver preso gli antidolorifici?”
“Sono un duro” ridacchiò, ma Jan gli lesse negli occhi che stava soffrendo molto.
“Sempre il solito sbruffone. Tutto perché non vuoi mai darmi retta!”
Miguel allungò una mano a stringere la sue: “Sei così fresco” mormorò ansimante.
“Ho fatto la doccia”
“Perché non mi rinfreschi?” e senza esitare gli portò le braccia sulle spalle attirandolo a sé.
Venendosi a trovare contro il suo torace s’irrigidì. Dalle labbra dell’ispanico uscì un debole gemito e il biondino tentò di staccarsi: “Ti sto facendo male?”
“Non allontanarti” lo strinse ancora di più a sé, godendo del contatto con la sua pelle umida e fresca.
“Miguel, piccolo, forse non…” il corpo reagì alla vicinanza con quello di Miguel.
“Stenditi con me, voglio continuare a sentirti” il respiro caldo gli solleticò la guancia.
“Sicuro? Perché io n-non…” balbettò turbato da quello che provava.
“Jan” solleticò la gota rasata con il naso, i sospiri di piacere gli procurarono una buffa sensazione al basso ventre, mentre lo stomaco faceva le bizze.
Non potendo fare altro, Jan si accomodò accanto a lui, Miguel insinuò una gamba tra le sue lasciando scivolare le braccia lungo la schiena fino alle natiche sode. “Mmmm Jan”
“C-che fai?” abbassò lo sguardo ad incontrare il suo.
“Non so che farei senza di te, Jan” abbozzò un sorriso. “Sei la mia salvezza”
“Esagerato come sempre”
“Sto molto meglio” si spinse a lui chiudendo gli occhi. “Merito tuo”
“Ora dormi, piccolo” gli posò un bacio leggero sulla fronte calda.
“Grazie Jan, adoro il tuo corpo”
“C-come?” si sorprese di quanto stesse balbettando in quegli ultimi minuti.
“Così fresco, un vero sollievo” sulle labbra carnose apparve un piccolo sorriso.
In quel momento il cervello di Jan tentò di formulare un pensiero coerente, ma Miguel si era già addormentato. Sollevato che stesse meglio ma soprattutto da non dover replicare a quella frase, lo osservò riposare. Gli sembrò così tranquillo, come se il dolore che aveva provato pochi minuti prima fosse solo un ricordo lontano.
“Che testone sei, piccolo” sussurrò prima di affondare il viso nel suo collo e addormentarsi a sua volta.




martedì 7 agosto 2012

Tra i fornelli


Pairing:  Caparezza-Diego Perrone
Genere: real person slash
I personaggi non mi appartengono. La storia non è scritta a scopo di lucro, ma è stata scritta solo per diletto e non rispecchia la realtà ma solo invenzioni della mia mente malata 

La serata era gelida e nelle strade di Torino imbiancate da un leggero strato di neve, gli ultimi passanti tornavano veloci alle proprie case. Infagottato  in un cappotto nero, la candida gola avvolta in una sciarpa a righe multicolori Diego Perrone si dirigeva, affiancato dal collega e amico Michele Salvemini, in arte Caparezza, verso il proprio appartamento. Il tour invernale si era arrestato per un paio di giorni coì da permettere agli artisti un po’ di riposo. Diego ne aveva approfittato per tornare a casa, portando con sé l’artefice del suo successo, l’amico più caro, la persona che più di tutti gli donava tutto il suo affetto senza cercare nulla in cambio. Michele lo seguì nel suo piccolo appartamento da scapolo, nel quale si rifugiava ogni volta che ritornava nella città natia. Una volta, al caldo, nel piccolo soggiornino, Diego si tolse il cappotto e dopo avergli lanciato un’occhiata, lo lasciò da solo per andare in cucina. Michele, quasi come se fosse alla ricerca di qualcosa che potesse raccontargli di più sul compagno di tante avventure, sull’amico che da tempo immemore lo seguiva nei tour, ne approfittò per guardarsi intorno. Non pensava l’avrebbe ammesso, ma Diego gli era diventato indispensabile. Nella stanzetta, a differenza di quello che si sarebbe aspettato, tutto era al proprio posto. Grattandosi la fronte, ammise di essere un disordinato cronico, che nella sua villetta a Molfetta regnava il caos e che solo sua madre riusciva nell’impresa di mettervi ordine. Si soffermò a guardare delle foto dell’amico quando era più giovane e di sbirciare nella libreria. Si rese conto che condividevano la stessa passione per la lettura e soprattutto per autori come Kerouak e Salinger.
Dopo aver perlustrato ogni angolo, Caparezza lo seguì in cucina. Sul tavolo apparecchiato, una bottiglia di corposo Primitivo di Manduria. Michele sorrise pensando quanto l’amico apprezzasse i prodotti della sua terra e ricordò quella volta in cui aveva portato un cesto di leccornie pugliesi ed erano finiti a divorarle insieme dopo un’estenuante concerto.
“Invece di restare lì impalato, aprì il vino!” lo redarguì Diego senza voltarsi.
Michele obbedì, poi versò il vino in due bicchieri. Quando lo raggiunse, non riuscì a trattenersi e scoppiò a ridere. Diego indossava un lungo grembiule raffigurante Adamo con una foglia di fico.
“Cazzo c’hai da ridere!” corrucciò la fronte.
“Sai, ti dona” sghignazzando indicò il grembiule.
“Io lo trovo carino, anche se io ho un fisico più prestante!” aggiunse imbronciato.
“Su questo non ci sono dubbi!” replicò Caparezza lasciando vagare gli occhi neri sul fisico minuto ma ben fatto della sua seconda voce.
Imbarazzato, Diego tornò con la testa bassa sulla padella nella quale rosolava il pollo. Schiaritosi la voce mormorò: “Invece di sfottere perché non peli le patate?” gliene lanciò una.
“Io dico sul serio!” Michele l’afferrò al volo
“Sì, come no! Intanto te la ridi!” Diego mise un broncio così tenero che Michele restò incantato per qualche secondo. “Allora? Se non mi aiuti mangeremo a mezzanotte!” lo rimproverò seccato.
“Il mio chef è arrabbiato” Michele accorciò la distanza che li separava. “Coltello!” ordinò allungando una mano.
“Nel cassetto. E ora pela!” ordinò Diego dandosi un tono professionale. Da qualche tempo aveva cominciato a postare le sue ricette sul blog ottenendo anche un discreto seguito. Si sentiva già un mago dei fornelli, ma quella sera, nella sua piccola cucina, desiderava solo una cosa: fare colpo su Michele e deliziarlo con la sua cucina speziata.
Continuando a curare quasi come un bambino il suo pollo al curry, spizzò l’amico intento a tagliare le patate a fettine. Lo trovò talmente adorabile che non riuscì a reprimere un sorrisetto.
“Senti, Diegone, che mi cucini di buono?” lo stomaco del cantautore di Molfetta emise un leggero brontolio. Michele realizzò di aver trangugiato solo caffè,  ne aveva bevuti almeno sei.
“Pollo al curry e patate all’insalata con salsa piccante” rispose il cuoco tutto orgoglioso.
L’altro storse il naso: “Speravo di assaggiare qualche piatto tipico torinese non queste schifezze orientali”
“Cambierai idea quando assaggerai il mio pollo. Non ha niente di quelle merde che pensi tu. Vedrai che poi ti abbufferai”
“Mi fido di te, piccolo” e Michele gli rivolse uno dei sorrisi più dolci che avesse mai ricevuto da lui. quel gesto scaldò il cuore del giovane Diego, anzi, gli procurò un’improvvisa accelerazione del battito. Arrossito fino alla radice dei capelli,  abbassò di nuovo la testa sulla padella, nel tentativo di non far bruciare le verdure.
Una volta che ebbe terminato il suo compito, Michele si appoggiò al piano in attesa, quasi come se in quel modo potesse accelerare le cose.
I minuti passarono lenti e dopo quasi mezz’ora d’attesa, il pugliese sbuffò esasperato: “Quanto ti ci vuole? Sto morendo di fame!” quelle parole furono pronunciate con un tono di voce così alto da risultare stridulo. tanto che a Diego venne quasi da ridere.
“Sei noioso e anche irritante, lo sai?” il padrone di casa gli indicò il frigorifero accanto al fornetto. “Se non puoi aspettare, prendi del formaggio, ma lasciami cucinare in pace!”
“Che me ne faccio del formaggio, Diegone. Io voglio assaggiare i tuoi piattini prelibati” mettendo il broncio, avvicinò il viso al suo. “L’odore pare buono”
“Lo è anche il sapore, vedrai” Diego poteva avvertire il suo respiro caldo solleticargli il viso. Prudente, indietreggiò di un passo, poi appoggiando le mani ai fianchi, replicò: “Ti ha mai detto nessuno che sei peggio di un ragazzino?” mentre lo diceva si rese conto che di solito era Michele a sgridarlo per i suoi modi infantili.
Non aveva neanche terminato la frase che si ritrovarono a guardarsi per poi scoppiare a ridere. Diego si piegò in due, le lacrime agli occhi, mentre Caparezza, tenendosi la pancia con le mani, si lasciava scivolare sul pavimento.
“Smettila di ridere!” lo rimproverò il cantautore più giovane senza riuscire a fermarsi a sua volta.
“Smettila tu!” replicò il cantautore molfettese, ma non c’era verso di mitigarla.
Una volta che la ridarella fu placata, Diego tornò ai suoi manicaretti, mentre Michele spazientito e terribilmente affamato, si alzò dal pavimento camminando avanti e indietro.
“Vuoi farmi un solco?”
“Pensa a cucinare, Diegone! È l’ultima volta che mi freghi. Da quando pubblichi le tue pseudo ricette sul blog sei tutto tronfio, ma di mangiarle qui non se ne parla!” lo rimproverò Michele coprendo la piccola cucina a grandi falcate. Attendere non era mai stato il suo forte, soprattutto se cominciavano a diffondersi quei profumi così stuzzicanti. Quando lo stomaco ricominciò a farsi sentire, il cantautore pugliese aprì il frigo e dopo aver infilato l’enorme testone all’interno, passò in rassegna tutto il contenuto. “C’è il deserto qui dentro!” protestò.
Diego scosse la testa. “C’è una caciotta e anche qualcos’altro. Il resto sarà la nostra cena. Ora la vuoi finire di distrarmi?”
 “Colpa tua! Mi affami!” si voltò verso di lui prima di concentrare nuovamente la sua attenzione sulla difficile scelta da compiere.
Alla fine, oltre al formaggio che riconobbe essere uno di quelli che gli aveva portato lui da Molfetta, agguantò un salamino stagionato. Ma invece di prendere posto a tavola, si andò a posizionare accanto all’amico, portando con sé il cibo che aveva sgraffignato.
Seccato da quell’ammutinamento, Diego lo ignorò dedicandosi al curry che cuoceva lento sul fuoco. Vedendo mangiare Michele così di gusto, anche lo stomaco di Diego emise un brontolio, seguito da un rumoreggiare così potente che Michele per provocarlo, addentò una fetta di salamella, masticandolo con gusto. “Tu non hai fame?” ridacchiò conoscendo già la risposta.
“Tieniti il posto per il pollo!” brontolò il cuoco, mentre il profumo della caciotta lo tormentava.
“Dai, assaggia!” Michele gli sventolò un pezzo di formaggio sotto il naso.
“Smettila!” l’altro tirò la testa indietro.
“Piccolo, lo so che lo vuoi!” insistette il cantautore pugliese invadendo il suo spazio vitale con la sua prestanza.
Deglutendo Diego tentò di indietreggiare di un passo, ma Michele, per essere sicuro che non potesse scappare, gli circondò la vita con un braccio. I visi furono ad un niente l’uno dall’altro. Diego trattenne il respiro e quando l’amico gli appoggiò la caciotta alle labbra, non riuscì a resistere. Le aprì, lasciando che lui gliela infilasse in bocca. Con la lingua solleticò le dita.
mugugnando di piacere Diego masticò il boccone che gli sembrò il più buono che avesse mai assaggiato perché misto con il sapore di Michele.
“Ne vuoi ancora?” Michele solleticò il cerchietto sul labbro con la punta del pollice.
Senza staccare gli occhi dai suoi, Diego annuì e aggiunse: “Quando torni a Molfetta me ne porti dell’altra?”
“Tu verrai con me, piccolo” replicò il pugliese prendendo una fetta di salame e infilandogliela in bocca.
Con il cuore gonfio di gioia per quella frase, Diego sorrise: “Sai da quanto non vengo?”
Senza pensarci Michele rispose di getto: “Sei mesi, dieci giorni e…”
“Che fai? Tieni il conto?” rise divertito ma anche emozionato da tutte quelle dimostrazioni d’affetto.
L’altro si limitò a fissarlo con uno sguardo colmo di significati e Diego aggiunse: “Mi piace mangiare in questo modo” sorrise sornione.
Michele avvicinò ancora il viso al suo, le labbra socchiuse ed unte del più giovane erano una tentazione talmente forte che le intrappolò con le sue. Quel bacio scatenò una tempesta in Diego che rispose con entusiasmo, afferrandogli il viso con i palmi. Preso il sopravvento il giovane torinese lo spinse contro il piano cottura assaltando la bocca, succhiando la lingua e mordicchiando il labbro. Un gemito soffocato scappò al molfettese che fu catturato dall’irruenza del suo piccolo amico.
Staccandosi il tempo per recuperare quell’aria perduta, Michele mormorò il suo nome: “Diego”
Diego si pressò contro di lui, insinuando una gamba tra le sue. “Zitto!” e tornò a cercare quella bocca che bramava da tempo.
Dimentichi della cena e soprattutto del pollo al curry sul fuoco, si dedicarono a un passatempo molto più piacevole.

giovedì 28 giugno 2012

lunedì 28 maggio 2012

Lezioni di tango



Se desiderate leggere una storia fuori dai canoni, per niente banale e che parli di amore, amicizia e animali il romanzo che fa per voi è "Lezioni di tango" dell'autrice Giusi Dottini, in collaborazione con Alessandra Giusti, edito da EdiLet.
Le autrici hanno creato anche un gruppo su facebook.
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