domenica 26 febbraio 2012

Per un istante d'estasi

Voglio regalarvi un attimo poetico di una delle mie poetesse preferite: Emily Dickinson.



Per un istante d'estasi 
Noi paghiamo in angoscia 
Una misura esatta e trepidante, 
Proporzionata all'estasi. 


Per un'ora diletta 
Compensi amari d'anni, 
Centesimi strappati con dolore, 
Scrigni pieni di lacrime.

martedì 14 febbraio 2012

Darkest seduction

The beautiful story of Paris possessed by the demon of promiscuity

Happy Valentine's day

lunedì 6 febbraio 2012

Conforto



Conforto

Squadra speciale Lipsia
Personaggi: Vince Becker, Jan Maybach
I personaggi non mi appartengono.

Accaldato Vince si tirò su le maniche della maglia, poi si asciugò il sudore dalla fronte. non riusciva a credere che a quell’ora di sera facesse ancora così caldo. Considerò che avrebbe dovuto indossare qualcosa di più leggero, ma aveva la testa da un’altra parte. Quella settimana lo aveva provato: prima il diario di sua madre, poi l’apparizione di suo padre e infine anche averlo sorpreso a commettere un reato. Tutti quegli avvenimenti rischiavano di farlo cedere, di portare a galla tutto ciò che provava. Solo pochi giorni prima aveva versato calde lacrime sulle parole lette su quel diario sentendosi per la prima volta dopo anni, indifeso e insicuro. Nessuno del team era a conoscenza della verità, ad Hajo aveva detto che suo padre era morto. Si disse che in fondo per lui era come se lo fosse stato. Sospirando voltò l’angolo che portava fino alla casa del suo capo, dove ormai viveva in pianta stabile. Non gli dispiaceva la compagnia, ma a volte rimpiangeva il suo bell’appartamento da scapolo, nel quale poter portare qualche ragazza o trascorrere una serata da solo.
Entrato nel vialetto, si accorse che c’era qualcuno seduto sulle scale. Riconoscendo Jan s’irrigidì e mordendosi il labbro nervoso, salì i primi due scalini “Che fai qui? Perché non hai bussato?”  cercò di non guardare quelle pozze che avevano il potere di intimidirlo e di ipnotizzarlo, ma poi fu inevitabile. Due occhi azzurri lo fissarono in attesa, Vince vi lesse ansia e tristezza “È successo qualcosa?”
“No, Hajo era con Leni e…” imbarazzato Jan si alzò, il viso rosso e l’aria di chi attendeva da parecchio. “ho pensato di venire”
“Ah” mormorò superandolo. Prese le chiavi dalla tasca e infilò quella di casa nella serratura. “Una serata tra maschi”
“Già! È da tanto che… ci pensavo” abbozzò un sorriso.
Percependo la sua tensione, Vince si chiese cosa gli stesse passando per la testa.
“Sei tutto sudato! Hai fatto jogging?” gli domandò Jan scrutandolo curioso.
“In un certo senso” e aprì la porta spingendolo dolcemente in casa.
Una volta nel soggiorno, Jan si guardò intorno “Così vivi ancor dal capo! Ti tiene d’occhio?”
“Spiritoso” lo prese in giro Vince.
Jan ridacchiò “Scommetto che ti costringe a mettere sempre i sottobicchieri e a non portare le ragazze!”
Vince fece una smorfia, poi gli sferrò una leggera pacca sulla spalla “Almeno non ce l’ho come suocero!” lo punzecchiò “Dai, beviamo qualcosa di fresco”
Jan lo seguì senza replicare e lo osservò aprire il frigo.
“Birra?” Vince cacciò due bottiglie per poi porgergliene una.
“Ottimo!” Jan gli strizzò l’occhio, poi dopo averla stappata bevve un lungo sorso.
Vince seguì il percorso di una goccia dal mento, lungo il collo. “Allora, come sta Charlotte?” tentò di calmare il suo stato d’animo così tumultuoso.
“Alla grande! La notte riesco a fare quattro ore di seguito!” rispose eccitato, quella nuova paternità sembrava averlo ringiovanito oltre ad averlo reso più affascinante, sempre se fosse stato possibile. “Leni è stanca, ma presto passerà questo periodo critico”
“Se lo dici tu” mormorò l’altro felice di non essere al suo posto.
“Quando stringo tra le braccia quell’esserino, vengo ripagato di tutte le notti insonni e la poca intimità con Leni”
Nel sentire quelle parole, Vince provò una strana sensazione “Ti lascia in bianco, eh?” ironizzò.
Imbarazzato Jan arrossì e si guardò le scarpe.
“Va così male? Povero Jan”
“La bambina piange, lei è stanca e stressata e…” accampò scuse.
“Certo” ridacchiò prima di bere un’altra sorsata.
Improvvisamente Jan divenne serio e alzò di nuovo lo sguardo verso di lui “E tu, amico?”
“Io cosa?” imprecò mentalmente, sapendo che Jan non era uno che rinunciava facilmente. Già in macchina aveva tentato di strappargli qualcosa.
“Che ti succede?” avanzò di qualche passo.
Vince, con la schiena contro il frigo, si sentì quasi in trappola “Niente, tutto ok” alzò le spalle, poi gli rivolse uno dei suoi soliti sorrisi spavaldi, ma Jan capì che era solo una facciata.
“Vince, è con me che stai parlando!” gli si piazzò davanti deciso a non lasciar perdere quella volta, ma l’altro abbassò la testa. “Lo capisco quando sei turbato e in questi giorni sei sempre distratto” si piegò leggermente cercando il suo sguardo.
“È questo caso che…” ma Jan non gli permise di terminare la frase.
“Non è più spinoso di molti altri che abbiamo dovuto risolvere! Allora, mi vuoi dire che ti sta succedendo? Problemi?” la voce profonda del biondo lo scombussolò.
Impossibilitato a negare ancora, Vince confessò “Si tratta di un fatto personale!”
“Problemi di cuore?” circondatogli le spalle con un braccio, lo condusse verso il divano.
Una volta che furono seduti uno accanto all’altro, Vince fece un profondo respiro e senza rendersene quasi conto, le parole scivolarono fuori senza volere “Mio padre è a Lipsia. Ti rendi conto, dopo anni di silenzio, si presenta come se niente fosse col diario di mia madre e con alcune verità sulla sua morte” scosse la testa per scacciare le lacrime che premevano per uscire.
Jan restò in silenzio, mentre nella mente gli si formavano decine di domande.
“La scorsa notte l’ho visto entrare di soppiatto in una casa” ricominciò Vince.
“E per quale motivo?”
“Rapina, cos’altro!” il tono risultò stridulo.
“Perché non hai raccontato niente?” Jan era incredulo.
“Non potevo. Avrei dovuto denunciare il mio stesso padre?” si voltò, gli occhi erano lucidi. “Io lo detesto, mi ha sempre mentito e non è mai stato presente, ma…”
“È sempre tuo padre!” Jan si sentì solidale con l’amico, anche lui aveva avuto un padre assente e una madre alcolizzata. Non poteva di certo affermare di aver trascorso una infanzia felice o spensierata. “Cosa hai fatto?”
“L’ho affrontato! Sono un poliziotto, non posso fare finta di niente. Lui ha accampato scuse, che non è come penso. Che fa parte del suo mestiere di investigatore privato. Ma davvero mi crede tanto stupido?”
Senza accorgersene, Jan si ritrovò ad abbracciarlo, a stringerlo a sé, come forse non aveva fatto mai.
Quando sentì le braccia possenti del compagno, Vince tentò di districarsi da quella stretta. Quel gesto così spontaneo lo imbarazzò. Non gli aveva di certo raccontato la verità per essere compatito e poi, la sua vicinanza lo turbava. Jan però non lo lasciò andare, anzi, se possibile lo strinse ancora di più.
A quel punto, il giovane commissario si lasciò andare e rispose all’abbraccio, affondando il viso nel suo collo.
“Grazie” mormorò lambendo la pelle con le labbra.
“Di cosa?”
“Per essere qui e per non avermi rifilato parole di circostanza” chiudendo gli occhi Vince annusò il suo odore.
“Non devi più nascondermi niente, capito?” Jan gli carezzò i capelli, le dita scivolarono fino alla nuca.
Un brivido di piacere attraversò la schiena del moretto, il quale terrorizzato da quello che provava, sgusciò via. “Mi spiace non avervi messo al corrente, ma non volevo coinvolgervi nei miei casini!” scattò in piedi.
“Che sciocco!” Jan scosse la testa “Siamo una squadra e oltre che essere colleghi siamo anche amici”
Tentando di nascondere il ringrosso che premeva contro il tessuto dei jeans, Vince gli voltò le spalle “Non sono abituato ad aprirmi e…” tentò di giustificare il suo comportamento.
“Non ti devi scusare” si alzò anche Jan e  lo costrinse a voltarsi.
Vince si smarrì nei suoi occhi limpidi e il cuore perse un battito. Jan era talmente bello da rendergli difficile ragionare. Dovette fare uno sforzo immane per non piegarlo sul divano e baciarlo con tutta la foga di cui era capace. Lo fissò inebetito, le gote arrossate e la bocca socchiusa.
“Vince, sei diventato tutto rosso, non avrai mica preso troppo sole, oggi?” Jan tentò di toccargli la fronte, ma lui si scansò bruscamente.
Per mesi aveva tentato di negare e di ricacciare nel profondo del cuore quello che provava per il suo superiore, ma era stato inutile. Desiderava ogni centimetro del suo corpo, ma sapeva che non sarebbe mai stato suo, che apparteneva a qualcun’altra. “Scusa, Jan, ma sono molto stanco!” esclamò con voce glaciale.
“Bene, allora, è meglio che io torni a casa!” visibilmente deluso dalla sua reazione, infilò le mani nelle tasche dei jeans e si avviò verso l’ingresso.
Resosi conto di essere stato brusco, Vince lo seguì “Senti, Jan, ho davvero apprezzato che tu sia venuto”
“Mi dispiace solo di non esserti stato di conforto, ti sento distante, chiuso” strinse la maniglia, ma indugiò nell’aprirla. “Vorrei tanto sapere cosa c’è”
“Jan, io…” fu un ad un soffio da lui.
“Lascia perdere, una bella dormita e domani ti sentirai come nuovo” gli rivolse un dolce sorriso, ma Vince comprese che era amareggiato. “A domani, amico!”
Jan fece per abbassare il pomello quando avvertì una mano sulla sua. Il tocco gli provocò un’ondata di calore.
“Aspetta!” Vince gli si pressò contro la schiena facendolo vibrare.
“Che fai?” balbettò Jan incredulo.
“Non andartene!” sussurrò avvicinando il viso al suo orecchio. “Non so cosa mi è preso, trattarti così”
“Sei teso per tuo padre, piccolo, non importa” il respiro caldo gli solleticò la guancia. Poteva avvertire la sua eccitazione.
Vince sorrise, era la prima volta che usava quell’appellativo “Sto impazzendo, Jan ed è solo colpa tua” ansimando, solleticò le dita con le proprie.
Jan gli strinse la mano e portatasela alle labbra, solleticò le nocche. Vince fremette e quando lui si voltò non riuscì a frenarsi oltre. Gli catturò le labbra in un bacio frenetico. Jan socchiuse la bocca invitandolo ad entrare e quando le lingue s’incontrarono carezzandosi dolcemente, il biondo gemette di piacere. Vince lo pressò contro la porta, rendendo quel bacio sempre più infuocato, avvolgente. Jan gli prese il viso tra le mani e lo attirò maggiormente a sé, assaggiando per la prima volta il suo sapore. Nell’angusto ingresso si udivano solo i loro sospiri, Jan lappò il labbro superiore, lasciandolo poi con un schiocco. Ansimante Vince appoggiò la fronte contro la sua “Cavolo da quanto lo desideravo”
“E io che temevo ce l’avessi con me” Jan ridacchiò.
“Non potrei mai avercela con te, per me sei tutto”
Gli occhi azzurri brillarono, Jan si sporse alla ricerca spasmodica della sua bocca, ma in quel momento un rumore di chiavi dall’altra parte della porta, li allarmò.
Il commissario più anziano impallidì e mimò con le labbra “Hajo”
Vince indietreggiò di un passo, mentre Jan si scansava dalla porta che in quell’istante si aprì lasciando entrare il loro capo.
Questi li fissò stupito di trovarli davanti all’ingresso. “Salve ragazzi! Che fate qui impalati?”
“Io…ehm, stavo andando!” balbettò Jan  aggiustandosi la maglietta.
“Sì, mi ha tenuto compagnia” per calmare il nervosismo, Vince si passò una mano nei capelli.
“Ah, bene! Appena Leni ha addormentato la piccola, sono venuto via”
“Grande! Ciao Vince, Hajo” e dopo aver lanciato un’ultima occhiata furtiva al compagno, uscì.
Vince guardò la porta chiudersi, poi emise un sospiro affranto.
“Tutto bene?” Hajo lo scrutò incuriosito. “Non avrete mica litigato?”
“Figurati, tutto ok!” e nel timore che potesse comprendere qualcosa, Vince si affrettò a rifugiarsi nella sua camera. “Vado a letto. A domani!”
Una volta al sicuro, agguantò il cellulare e digitò il numero che ormai conosceva a memoria. Davanti all’armadio, allungò la mano per prendere la foto che aveva nascosto. La teneva sempre lì in modo da non insospettire Hajo. La osservò sfiorando i lineamenti di Jan. Quando sentì la sua voce familiare, avvertì un leggero sfarfallio nello stomaco.
“Ehi, c’è mancato poco”
“Già, che strizza!” ridacchiò Vince, ma in fondo era rimasto male per la sua reazione.
Il silenzio calò tra loro e Vince cercò qualcosa di non idiota da dire, ma Jan lo precedette.
“Mi spiace essere scappato, ma mi è preso il panico a vedere Hajo”
“Lo so, non preoccuparti”
“Ti sento turbato, piccolo, cosa c’è?” il tono di Jan divenne profondo e sensuale. Non sentendolo rispondere, aggiunse “Vince, non pensarlo nemmeno! Non mi sono pentito di quel bacio”
“Jan, forse è meglio che ne parliamo. Tu sei impegnato, hai una figlia. È stato un errore”
“Davvero lo pensi?”
“Non voglio incasinarti l’esistenza, Jan!” sedette sul letto sconsolato.
“Non dire sciocchezze! Sono qui fuori, raggiungimi, voglio vederti!”
A quelle parole, Vince percepì un aumento del battito “Ti credevo già sulla strada del ritorno”
“Sono rimasto fuori al cancello!”
“Dammi un secondo!” e chiuse la comunicazione. Dopo aver posato la cornice al suo posto, Sbirciò fuori dalla camera, l’appartamento era immerso nel più assoluto silenzio. L’unico rumore: il lavabo della cucina che gocciolava, segno che era stato usato da poco. Preso coraggio, Vince sgattaiolò verso la porta d’ingresso, ma prima si accertò che Hajo fosse nella sua camera. Appoggiò l’orecchio al legno, ma dall’interno sembrava non giungere alcun suono. In punta di piedi percorse la distanza che lo separava da Jan. Un leggero venticello aveva rinfrescato l’aria. Vince scese gli scalini e si avviò lungo il vialetto fino al cancello. Avvistò Jan, appoggiato ad un muretto, le mani affondate nelle tasche e la testa bassa. Vince si bloccò ad osservarlo ammaliato, poi si mosse per raggiungerlo. Sentendo il rumore dei passi, Jan si voltò di scatto. Gli sorrise dolcemente.
Senza parlare, si avvicinarono uno all’altro, le mani si sfiorarono, Jan intrecciò le dita alle sue. Restarono lì a guardarsi per qualche secondo, poi si strinsero in un lento abbraccio coronato da un bacio lento ed appassionato.