mercoledì 28 dicembre 2011

Erik and Mark: Fatal attraction



Erik Gehlen e Mark Jager di Squadra speciale Cobra11

martedì 27 dicembre 2011

Steve and Danny Living without you

E' il turno della coppia Steve McGarrett e Danny Williams di Hawaii Five-o



Jan and Miguel: Fighting to the rain

Jan Maybach e Miguel Alvarez da Squadra Speciale Lipsia

lunedì 26 dicembre 2011

Miguel Alvarez: Muy Caliente

Visto che a natale si è più buoni ho deciso di fare un regalo a tutti gli slasher: una serie di video.
Cominciamo con questo dedicato al nostro commissario preferito: Miguel Alvarez

mercoledì 21 dicembre 2011


Vi auguro un felice Natale e che il nuovo anno sia pieno di Slash

venerdì 2 dicembre 2011

Un cucciolo da coccolare



Spoiler: Seconda stagione Specchietto per le allodole
Rating: per tutti
Coppia: Jan-Miguel
I personaggi non mi appartengono


La serata era terribilmente fredda, ma Miguel coperto da un leggero giubbino a jeans sembrava non accorgersene. Da qualche minuto si trovava fuori dal commissariato, con la schiena appoggiata alla portiera dell’auto di Jan, il braccio fasciato, un cerottino sul sopracciglio e la testa tra le nuvole. Rimuginava sugli innumerevoli guai che gli erano piombati addosso in quei due giorni. Prima la rapina alla gioielleria alla quale era seguito il suo incidente, poi la sua ragazza lo aveva lasciato e infine, Haio si era incaponito impedendogli di seguire il caso e intimandogli di restare alla larga dalla Centrale. Nonostante tutto, quel luogo lo attirava come una calamita. Era la sua casa, così come Jan e Ina, la sua famiglia. Seccato scalciò un sassolino, poi si voltò verso l’entrata nella speranza di vedere arrivare l’amico.
Quando, finalmente, lo scorse chiacchierare con Ina, avvertì una gioia improvvisa che lo turbò.
Accorgendosi di lui, Jan lo raggiunse aggrottando la fronte “Che ci fai qui? Non eri a riposo?” gli appoggiò una mano sulla spalla.
“Ehm” mise il broncio “lo sai che riesco a stare con le mani in mano”
“Sei uno zuccone! Se ti vede Hajo…”
“Allora, sbrighiamoci ad andarcene” cacciò la lingua tra i denti.
Scoppiato a ridere Jan disattivò l’antifurto. “Sei impossibile”
“Dai, facciamoci una bella bevuta!” fece il giro dell’auto per poi aprire lo sportello dalla parte del passeggero.
“E che fine ha fatto la tua seratina romantica? Stamattina eri tutto gasato” e sorridendo malizioso, appoggiò le mani sul tettuccio. “Ti ha dato buca?”
Miguel dopo avergli lanciato un’occhiataccia, salì sulla BMW sbattendo violentemente lo sportello. Jan comprese che doveva esserci maretta tra i piccioncini.
Pochi minuti dopo sedevano un po’ in disparte. Il loro tavolino era sommerso da tovagliolini, piatti e bottiglie. Miguel aveva preso un paio di birre, mentre Jan, perennemente a dieta, aveva optato per dell’acqua tonica. Dopo la seconda, Miguel, incurante delle sue proteste, aveva ordinato una birra anche per l’amico.
“Questo caso è davvero spinoso” Jan aveva ragguagliato il collega sui progressi fatti, ma Miguel sembrava avere la mente altrove. Indispettito, lo affrontò “Si può sapere che diamine hai? È tutta la sera che fissi il piatto e il tuo muso lungo mi sta deprimendo”
Finalmente Miguel alzò lo sguardo “Scusa amico, è che non riesco a togliermi dalla testa che l’omicidio e la rapina alla gioielleria siano collegati. Come te lo spieghi che l’orologio che avevo scelto era sulla scena del crimine?”
“Sei sicuro fosse lo stesso orologio?”
“Certo. Aveva la chiusura difettosa” gli dava molto fastidio che nessuno volesse ascoltare la sua tesi. “Dannazione, Jan, vuoi fidarti di me, una volta ogni tanto? Ti ho mai deluso?” si sporse verso di lui.
“No, mai” gli rivolse un sorriso talmente dolce che Miguel sentì lo stomaco come se fosse stato messo in lavatrice durante la centrifuga. Restò per qualche istante in silenzio, poi ricominciò a parlare “E poi, non riesco a togliermi dalla testa che quel ragazzo sordo c’entri qualcosa” tornò pensieroso.
“Io so solo che siamo tesi tutti come corde” replicò Jan.
Il cameriere portò loro le birre e Miguel alzò la bottiglia per proporre un brindisi “Alla buona riuscita dell’indagine”
Jan la toccò con la sua e aggiunse “E che finisca prima che ci mandi tutti al manicomio”
A quelle parole lo spagnolo scoppiò a ridere, poi bevve un lungo sorso.
“Senti, mi dici cosa è successo con la tua amica?” si azzardò a chiedere Jan e quando Miguel alzò lo sguardo verso di lui, provò un tuffo al cuore. Gli sembrò un cucciolo bisognoso d’affetto, con il labbro tumefatto, il sopracciglio incerottato e il braccio fasciato. Aprì la bocca per scusarsi, ma non uscì alcun suono.
Miguel strinse le labbra “Ha sentito di quello che è accaduto e…” sbuffò “mi ha detto che non sono l’uomo che credeva”
“Eh? In che senso?” Jan alzò un sopracciglio.
“Che…” e borbottò qualcosa di incomprensibile.
“Come?” si sporse maggiormente per sentire.
“Mi sono reso ridicolo? Okay? Un poliziotto che non solo assiste ad una rapina e si fa scappare i delinquenti, ma che viene investito da una bicicletta” la vergogna trapelava da ogni parola “avevo preso una bottiglia di bollicine, volevo trascorrere con lei la serata, ma mi ha scaricato al telefono senza mezzi termini!”
Jan non lo interruppe, poteva immaginare il suo stato d’animo 0e soprattutto quanto si vergognasse di quella situazione. “MI spiace, amico” appoggiò una mano sulla sua “non vorrei infierire, ma non teneva a te, altrimenti non le sarebbe importato”
“E io che credevo fosse quella giusta” gli occhi scuri si persero in quelli limpidi dell’altro poliziotto “Pensavo di essere innamorato”
Jan impallidì “Tu cosa?” Quella frase lo colpì come un pugno in pieno petto.
“Speravo che anche lei amasse, invece stava con me solo perché sono un poliziotto. Beh, anche perché sono un dio a letto”
“Devi sempre fare lo sbruffone?” ritirò la mano.
Miguel sghignazzò, ma Jan si rese conto che stava soffrendo e che quella era solo una facciata. In quegli ultimi giorni era stato colpito in ogni ambito della sua vita: negli affetti, nel lavoro e nel fisico. Gli sembrava stesse per crollare da un momento all’altro.
“Come stai?”
“Miguel Alvarez cade sempre in piedi” terminò la sua birra, sbattendo poi la bottiglia sul tavolo. “Senti, andiamo? Non ne posso più di questo posto”
“Okay” e cacciò dal portafoglio i marchi per il conto.
“Paghi tu?” Miguel era esterrefatto.
“Questa volta offro io, ma non farci l’abitudine” e si alzò “Ti riporto a casa”
Quando Miguel lo imitò, un giramento di testa lo costrinse a sedere di nuovo. “Cavoli”
“Non reggi l’alcool?” Jan gli fu immediatamente accanto
“Prima di uscire ho preso un antidolorifico e con la birra non è un buon mix” confessò grattandosi la nuca.
“Un incosciente come te credo di non averlo mai conosciuto!” s’alterò. “Poggiati a me”
Suo malgrado, Miguel fu costretto ad obbedire. Gli appoggiò il braccio sano sulle spalle, mentre Jan gli circondava la vita.
“Sei un vero amico” i visi ad un soffio.
“Dai, hai bisogno di una bella dormita” lo sorresse.
Miguel gli si addossò contro e Jan trattenne il fiato nel timore che lui potesse udire il battere irregolare del suo cuore. Solo quando si rese conto che l’amico era preso da altro, tornò a respirare normalmente.
Una volta all’esterno del locale il gelo li fece rabbrividire. Miguel starnutì una, due volte.
“Ma ti sembra questo il modo di andare conciato? Con questo giacchetto ti prenderai una polmonite” lo rimproverò Jan sentendosi quasi un fratello maggiore.
“Figurati” un altro starnuto lo sconquassò provocandogli un dolore improvviso al braccio. “Ahi”
“Che c’è?”
“Il braccio mi fa un male boia” piagnucolò e Jan pensò che forse desiderava solo essere accudito. “Uff”
“Dai, non fare i capricci. Non sei più un bambino. A volte sei peggio di Benny” lo prese in giro aiutandolo ad entrare in auto.
“Sei crudele! Sfotti, sfotti”
“Ma quanto sei tenero” sportosi verso di lui, gli pizzicò una guancia.
“E smettila!” si tirò indietro.
La risata di Jan continuò fino a quando non lo raggiunse mettendosi al posto di guida. “Dai, non prendertela”
Miguel si voltò dall’altra parte fingendo di guardare qualcosa fuori dal finestrino, mentre tra loro cadeva un silenzio a dir poco surreale che si protrasse durante tutto il tragitto.
Pochi minuti dopo la BMW di Jan si fermò davanti all’edificio in cui abitava l’amico.
“Grazie” borbottò Miguel restando seduto.
“Stai bene?” il tono di Jan era preoccupato. “Da quando sei entrato in macchina non hai detto una parola”
“Non ero dell’umore” mormorò voltandosi verso di lui.
“Non è da te stare zitto così a lungo. Non sarà ancora per la tua amica”
Dopo aver fatto un profondo respiro, Miguel cominciò a parlare “Questo è un periodo davvero di merda. Non me ne va una giusta”
“Sei troppo pessimista!” non lo riconosceva più, di solito era lui a tirarlo su. Era la prima volta che si trovavano con i ruoli invertiti.
“Pessimista?” granò gli occhi “Guardami, Jan!” gli indicò il braccio imbrigliato nella fasciatura.
“Okay, hai avuto un paio di giorni no, ma presto passeranno e ci rideremo sopra” abbozzò un sorriso.
“Già, ma fino a quando non guarisco, Haio non vuole che venga in ufficio. Non ci riesco a stare senza il lavoro”
Jan gli appoggiò una mano sulla spalla “Vedrai che lo convinco a farti partecipare alle indagini” gli occhi brillarono.
Miguel pensò che non c’era niente di più bello di quei laghi limpidi e profondi.
“Non preoccuparti, so come prendere il capo” e quasi come se fossero attratte da una forza invisibile, le dita risalirono verso il suo volto accarezzandogli una guancia.
Il viso di Miguel prese fuoco e il cuore cominciò a galoppare tanto che quando il medio si posò sulle labbra tumefatte, il giovane commissario non riuscì a trattenere un gemito di piacere.
“Scusa” temendo di avergli fatto male, Jan ritirò la mano.
Miguel ancora scombussolato per quella bomba di emozioni che gli era piombata addosso, non replicò. Si limitò ad abbassare la testa per impedirgli di scorgere il suo vero stato d’animo.
“Sei davvero malconcio, forse dovresti riposare” aggiunse poi Jan imbarazzato per quel gesto così spontaneo, ma anche pieno di significati.
“Forse hai ragione, da qualche tempo passo le notti in bianco” si massaggiò la nuca.
“Vedrai che domani ti sentirai un uomo nuovo, amico” gli sorrise.
“Ti va di salire?” tornò a guardarlo.
La sua richiesta lo colse di sorpresa “Non vorrai continuare a fare baldoria? Ti ho detto che hai bisogno di una bella dormita!” il tono di Jan sembrava quello di un padre con un figlio capriccioso.
“Ecco, insomma…” balbettò.
Jan lo fissò in attesa, quella sera gli appariva più strano del solito.
“Non mi va di restare solo, vorresti fermarti da me?” sputò fuori tutto d’un fiato.
“Come?” spalancò la bocca, per poi richiuderla “Miguel, Benny”
“Già, certo” aprì lo sportello di scatto “che egoista sono. Non puoi abbandonare tuo figlio. Scusami per avertelo chiesto!” allungò una gamba all’esterno. “Buonanotte, amico!” e attento a non battere il braccio, uscì’ dall’auto.
Jan rifletté per qualche secondo, poi come un automa lo seguì chiudendo l’antifurto. Alzando il passo lo raggiunse, ma Miguel era già arrivato al portone. “Mi vuoi aspettare?”
“Che fai qui? Non dovevi tornare da Benny?” dopo lo stupore iniziale, un sorriso compiaciuto gli allargò le labbra carnose.
“C’è Erta con lui, le chiederò di fermarsi per la notte” rispose alzando le spalle.
“Sei sicuro? Non voglio che trascuri il piccolo” avanzò di un passo accorciando la distanza che li separava.
“Tranquillo. E poi, starà già dormendo da ore!”
“Okay!” ridacchiando infilò la chiave nella toppa del portone.
Una volta all’interno del caldo monolocale, Jan si guardò intorno. Come sempre il caos regnava sovrano. In cucina piatti sporchi e confezioni di cibo precotto o surgelato, mentre sul letto montagne di panni.
“Cavoli, Miguel! Ma quando deciderai di pulire questo posto?”
“Con una mano sola e dolorante?” gli occhi da cucciolo bastonato gli provocarono un formicolino al basso ventre, ma non volle dargli soddisfazione.
“Finiscila di fare il martire! Qui c’è sporco vecchio di mesi!” sorrise malandrino.
Miguel mise un muso talmente tenero che Jan non riuscì più a resistere.
“Va bene. Dirò a Erta di venire, sei contento?”
“Sei il migliore!” lo afferrò per il collo attirandolo vicino, poi gli stampò un bacio rumoroso sulla guancia.
Diventato rosso quasi quanto la maglia di Miguel, Jan si districò dalla stretta “Chiamo a casa” bofonchiò digitando come un ossesso i numeri sul cellulare.
Intanto che Jan telefonava, Miguel cercò nell’armadio qualcosa da prestargli. Nell’abbassarsi percepì una fitta al braccio che gli strappò una smorfia “Merda. Ma quanto durerà questo strazio?” si lamentò alzando la voce.
“Ma con chi parli?” Jan si avvicinò di qualche passo.
“Lascia stare” finalmente acciuffò un paio di pantaloni grigi e una maglia “Hai sentito zia Erta?”
“Sì, tutto okay. Dormiva della grossa”
“Spero ti vadano. Sei più grosso di me” lo sguardo vagò lungo il corpo scolpito.
“Che vorresti dire?” replicò piccato Jan “Che sono grasso?”
Miguel scoppiò a ridere “Peggio di una donna, Jan! Guardati, sei uno schianto” d’istinto si leccò le labbra.
“Fatto sta che hai appena detto che sono grosso!” gli strappò di mano i vestiti e cominciò a spogliarsi davanti a lui.
“Sei così divertente quando fai l’offeso!” ghignò senza staccare gli occhi da quello spettacolo che non trovava paragoni.
Una volta che Jan fu in boxer, Miguel tossicchiò e avvertendo uno strano tiramento all’altezza del cavallo, si girò verso il letto. Cercò di liberarlo dalla pila di vestiti e Jan, vedendolo in difficoltà, lo raggiunse
“Lascia fare a me!” il respiro caldo lo fece fremere.
“Grazie”
Raccolto tutto in una pila, l’appoggiò su una poltrona, poi scostò il piumone.
“Infilati dentro” il suo tono non ammetteva repliche tanto che Miguel obbedì immediatamente.
Si sfilò la maglia con molta cautela, abbassando anche i pantaloni.
“Dormi così?” domandò Jan vedendo che si coricava senza indossare un pigiama o simili.
“Veramente, io dormo senza niente, ma...”
Imbarazzato Jan gli lanciò un’occhiataccia “Sempre il solito esibizionista”
“Ma è vero! Sono caloroso” sorrise malizioso. “Non ti preoccupare, per questa volta lascerò i boxer” gli strizzò l’occhio.
“Ah Ah!” scosse la testa e senza aggiungere altro, prese posto dall’altro capo del letto. “Buona notte”
Jan tentò di prendere sonno, ma i continui movimenti dell’amico e soprattutto i profondi sospiri, glielo impedivano. “Miguel, mi vuoi dire che hai?”
“Jan, secondo te, è vero quello che dice Haio? Che sono la pecora nera del distretto?”
“Figurati”
“Per colpa mia la gente non ha più fiducia nelle forze dell’ordine?”
L’amico percepì amarezza nella sua voce e sentì immediatamente il bisogno di rassicurarlo “Miguel, non pensarlo nemmeno”
“Io mi sento di aver fallito, di aver mandato al diavolo anni di duro lavoro”
“Piccolo, non fare così” lo raggiunse trovandosi così vicino che i visi potevano quasi sfiorarsi “sei un ottimo poliziotto, hai doti che altri solo sognano”
“Lo dici solo perché mi vuoi bene” le dita giocherellarono con il bordo della maglietta di Jan.
“No, lo sai quanto sono critico nei tuoi confronti e se te lo dico vuol dire che lo penso” si sporse a baciare la fronte “dai, fammi un sorriso”
“Lo sai che non è molto virile?”
Jan scoppiò in una risata contagiosa e dopo poco la stanza si riempì dei loro sghignazzi. “Così mi piaci” accarezzò una guancia, scendendo poi verso il collo. “Ora dormi”
“Come faccio con te così vicino?” sussurrò visibilmente turbato.
“Allora mi allontano” ma quando tentò di farlo, Miguel gli circondò la vita con il braccio.
Jan appoggiò la testa sul petto villoso, strofinando il viso contro la sua pelle.
“Sembri un gatto che fa le fusa, Jan” sospirò.
Jan si spinse maggiormente contro di lui “Uno di razza spero”
Miguel rise di gusto “Certo, un bel gattone con tanto pelo”
“Tu invece un bel cucciolone bisognoso di affetto e di coccole” le mani cercarono lembi di carne da accarezzare.
“Stai mettendo a dura prova la mia resistenza, piccolo”
Era la prima volta che Miguel si rivolgeva a lui con quel nomignolo e Jan provò una strana sensazione di completezza. “Sto bene tra le tue braccia, sei così caldo”
A quelle parole, Miguel deglutì cercando di calmare il desiderio che prendeva vita in lui.
Jan baciò il ciuffetto di peli al centro del petto, poi chiuse gli occhi. Il calore del suo colpo lo avvolgeva come una coperta. Avrebbe potuto trovarsi in una tormenta e non avrebbe sentito altro che Miguel.
“Il mio cucciolo” mormorò Jan prima di scivolare in un sonno profondo.
Miguel gli sfiorò la fronte con le labbra, poi scese verso il naso e infine sulle labbra socchiuse. Le lambì con un bacio leggero “Dormi piccolo”
Stretto a lui, restò ad osservarlo fino a quando la stanchezza mista agli antidolorifici prese il sopravvento impedendogli di tenere gli occhi aperti.













sabato 24 settembre 2011

La mia stufetta


Squadra speciale Lipsia
Pairing: Jan-Miguel
I personaggi non sono di mia proprietà

Il respiro era regolare, segno che Jan stava dormendo tranquillamente. Miguel gli baciò la fronte bollente; la febbre ancora alta, lo preoccupava. Detestava quando il suo Jan stava male. Certo, poteva coccolarlo e rimboccargli le coperte liberamente, ma non riusciva a non stare in ansia.
Lo sentì muoversi nel sonno, mugolare qualcosa e sorrise.
«Domani sarai come nuovo»
«Miguel» mormorò l'altro circondandogli la vita con un braccio «ho freddo»
«Ti scaldo io» e lo attirò più vicino, poi avvolse entrambi con la coperta. Sospirò felice.
«Sei la mia stufetta, Miguel» sorrise Jan appoggiando il viso sul petto del compagno. E un attimo dopo sprofondò nuovamente nel mondo di morfeo.
Miguel avvertì un certo sfarfallio al basso ventre. Non era la prima volta che dormivano stretti, ma questa volta gli sembrava diverso. Quello che provava per Jan lo confondeva. Aveva sempre sentito che il rapporto che li legava era più profondo di quello tra colleghi o semplici amici. Tra loro c'era complicità, gelosia, possessività e intimità. Lui e Jan si capivano anche solo con uno sguardo. Non avevano bisogno di parole.
Si chiese se anche Jan provasse lo stesso per lui e si ritrovò a sfiorargli una guancia
«Sei così bello»
Le dita scivolarono verso il basso. Lambirono il collo insinuandosi sotto il lenzuolo, fino al ciuffetto di peli al centro del petto.
«E vorrei appartenerti. Sì, Jan, vorrei essere tuo e di nessun altro.»
Neppure il tempo di finire la frase che già si sentì uno sciocco per aver esternato in quel modo i suoi sentimenti. Si morse la lingua e sospirando, continuò a vegliare il collega fino a quando il sonno non colse anche lui.

domenica 18 settembre 2011

sabato 17 settembre 2011

Il Frutto proibito




Original
Per linguaggio crudo e future scene di violenza e sesso anche non consenziente, questa storia è vietata ai minori di 18 anni.

Prologo

Londra 1860

La stanza era immersa nell’oscurità. Fuori dalla piccola finestra, la notte era senza luna. Due occhi chiari scrutarono incuriositi la camera, cercando di abituarsi al buio. Nel silenzio quasi irreale, il respiro affannoso del ragazzo, rannicchiato nel letto, le dita sottili strette al lenzuolo, quasi come se si fosse appena riscosso da un incubo. Avvertendo dei passi, scattò seduto appiattendosi al muro quasi a volersi rendere invisibile.
La porta si aprì con un cigolio e una figura imponente varcò la soglia. In mano stringeva una lampada che gli illuminava il volto candido e bellissimo. Il ragazzino, impaurito, osservò il nuovo arrivato trattenendo il fiato. Si trattava di un uomo sulla trentina, occhi scuri e lunghi capelli neri raccolti in un nastro. Quando avanzò avvicinandosi, la luce rischiarò la stanza permettendogli di vedere finalmente l’ambiente che lo circondava. Un camino, nel quale scoppiettava il fuoco, al centro della stanza un tavolino e una poltrona di velluto azzurro a fiori. Completava lo scarno arredamento un cassettone con intarsi lavorati, appoggiato alla parete.
“Ti sei svegliato” chiese l’uomo appoggiando la lampada sul pavimento accanto al letto.
“Chi…siete?” balbettò il fanciullo schiacciandosi maggiormente contro il muro.
“Non temere, sei al sicuro” tentò di rassicurarlo, la voce calda e mascolina.
“Dove mi trovo?” gli occhi spauriti saettarono da una parte all’altra.
“Nella mia dimora. Come ti senti?”
“Come se mi avessero percosso con un bastone” fece una piccola smorfia, la testa gli pulsava con violenza e in bocca un sapore amaro. “Ma voi chi siete?”
“Il mio nome è Edward. Edward Grey” lo scrutò intensamente.
“Quindi non vivo qui” mille interrogativi cominciarono ad affollarsi nella mente. “e come mai mi avete portato in casa vostra?
Edward sedette sul letto, accorciando la distanza che li separava: “Non ricordi?”
Gli occhi lucidi si puntarono nuovamente sul suo interlocutore: “No”
L’espressione dell’uomo cambiò di colpo: “Qual è l’ultima cosa che ricordi?” insistette cupo.
“Niente” scosse il capo, mentre una lacrima scivolò lungo la guancia candida infrangendosi sul lenzuolo.
“Neanche il tuo nome? Dove vivevi?”
“No” si portò le mani alle tempie e cominciò a piangere “cosa mi succede?”
“Non fare così, piccolino” lo strinse tra le braccia.
Il fanciullo affondò il volto nella spalla bagnandogli la camicia di raso bianca.
Edward gli carezzò i capelli: “Presto ricorderai, non piangere”
Il suo tocco gli infuse calore e protezione. Stranamente si sentiva al sicuro nel suo abbraccio. Protetto. Un attimo dopo, l’uomo lo allontanò tornando serio e compassato. Si alzò dal letto indietreggiando di un paio di passi. Il giovinetto ne approfittò per osservarlo con attenzione. Il suo abbigliamento elegante e sofisticato gli suggerirono che doveva trattarsi di un nobile, un aristocratico. Indossava una camicia di raso con i polsini di pizzo e dei pantaloni scuri, al collo una catena con un pendente a forma di goccia con una pietra trasparente, dai riflessi azzurri, terminante con una pietra rossa, probabilmente un rubino, mentre alle dita numerosi anelli d’oro, dei quali, quello che ornava il suo mignolo, attirò maggiormente la sua attenzione. Era grosso, al centro uno stemma con una rosa incrociata con una spada.
“Volete dirmi cosa mi è successo?”
“Non è ancora il momento, piccolo. Devi riposare, sei ancora debole. Ti hanno riempito di porcherie e picchiato.”
Un tremito incontrollato s’impadronì del suo corpicino: “Come? Chi mi ha fatto questo?” le lacrime divennero ancora più copiose.
“Ho detto che devi riposare. Ti dirò tutto, non temere!” si abbassò a sfiorargli una guancia umida “Non piangere. Devi essere affamato. Ti farò portare la cena” e senza aggiungere altro raggiunse la porta chiudendosela alle spalle.
“No! Non…” ma era tardi Edward era già andato via. Guardò in basso, gli aveva lasciato la lampada.
Una volta solo, tentò di alzarsi dal letto, ma la testa gli faceva troppo male per permettergli di stare in piedi. Era turbato, non aveva compreso la maggior parte del discorso di quell’uomo così misterioso, ma dentro di sé provava sconforto per non conoscere la sua identità. Si convinse che c’era qualcosa di strano e che stesse nascondendo parecchie cose sul suo conto. Prendendosi la testa tra le mani, tentò di ricordare. Un volto, un luogo, ma niente. C’era solo il buio.
La porta sbatté contro il muro facendolo scattare di paura.
“Chi siete?” osservò pronto a scappare, il giovane che era appena entrato. Molto giovane, con il viso disseminato da piccole lentiggini, lunghi capelli biondi sciolti sulle spalle e vispi occhi verdi. Tra le mani un vassoio con dei piatti.
“Ti ho portato la cena” sorrise avanzando verso il tavolino.
“Grazie”
“Io sono Jeremy” appoggiò il portavivande.
“Grazie, Jeremy”
Prima di uscire il biondino, si voltò: “Tu non hai un nome?”
“Non lo ricordo” si rattristò.
L’altro alzò le spalle: “Puoi sempre scegliertene uno o ci penserà il conte per te”
“Il conte?” ripeté smarrito. “Io non…”
Jeremy annuì prima di lasciare la stanza.
“Dovevo capirlo” tornò pensieroso.
In quel momento il suo stomaco brontolò. Guardando il piatto pieno di vivande con bramosia, tentò di alzarsi di nuovo. Era affamato come se non mangiasse da giorni.
Le gambe sembrarono cedergli, ma usando il pomo del letto come appoggio, riuscì a raggiungere il tavolo. Sedutosi scomposto, divorò il contenuto dei piatti. Quando fu sazio, si appoggiò allo schienale mantenendosi con le mani lo stomaco dolorante. Decretò che aveva mangiato troppo. Fece per tornare verso il letto, quando improvvisamente delle immagini gli invasero la mente.
Si trovava in una stanza, era vestito con una specie di tunica rosso scuro, i piedi affusolati erano scalzi, alla caviglia un braccialetto stile orientale con pendagli che suonavano ad ogni movimento. Gli occhi gli si chiudevano, aveva solo voglia di dormire. Si guardò intorno, nella stanza decine di uomini dei quali non riusciva a vederne i volti perché immersi nell’ombra. Poteva solo sentire su di sé i loro sguardi bramosi. Rabbrividì e con le braccia si circondò l’esile corpo. era ancora impalato quando gli si avvicinò una donna sulla quarantina, magra, con lunghi capelli rossi e occhi eccessivamente truccati. La seguiva un uomo robusto con dei capelli unti, legati dietro la nuca, il quale lo afferrò per un braccio strattonandolo con violenza. “Alzati” ordinò stringendo la mano grassoccia, ma energica attorno al suo polso. Il ragazzo sgranò gli occhi e cercò di divincolarsi, ma l’uomo lo schiaffeggiò “Fermo, ragazzino pestifero, se non resterai docile, non ti vorrà nessuno e non lo vuoi questo, vero?” le ultime parole furono mormorate con un sibilo e nei suoi occhi apparve una luce maligna che lo indusse a obbedire. Quell’uomo gli sembrò capace di compiere qualsiasi cosa.
“Bravo, ora sì che mi piaci, piccolino”gli sfiorò una guancia scendendo fino alla gola. Il contatto lo fece tremare.
Fu trascinato al centro della sala, i sonagli alla caviglia tintinnarono. Le droghe che gli avevano somministrato cominciavano a fare effetto, non sentiva più nulla, la testa era leggera, il corpo sembrava avere una vita propria, quasi come se non gli appartenesse.
S’isolò, come se non si trovasse in quella stanza colma di estranei, ma in un altro posto, solo la voce dell’uomo lo riportò alla realtà.
“Signori, guardate questo esemplare, diciassette anni, mai sfiorato, pelle di seta e bocca morbida e carnosa. Disponibile a qualunque cosa, fate la vostra offerta per una notte con lui, per essere il primo a possedere il suo corpo”
La preda fremette, volse gli occhi verdi pieni di lacrime verso l’uomo, ma non riuscì a pronunciare neanche una parola.
“L’asta parte da venti sterline”
Immediatamente si alzarono decine di mani e la posta aumentò.
“Cento”dichiarò un uomo seduto su un divanetto che aveva alzato il braccio fasciato in un cappotto scuro.
“Duecento sterline”dichiarò una voce proveniente dal fondo della stanza.
Le teste dei presenti si voltarono focalizzandosi sull’uomo che aveva parlato e che si stava avvicinando al centro della stanza con passo elegante. Indossava una giacca color porpora e una camicia bianca chiusa al collo con una spilla vistosa. I lunghi capelli neri erano lasciati sciolti sulle spalle, in mano stringeva un bastone con il manico in argento lavorato.
“Duecento sterline”ripeté con un sibilo notando che il suo contendente si era alzato poco contento della sua intromissione.
“Non vi sembra una cifra eccessiva per una notte?”gli domandò avanzando verso di lui.
“Forse non sono stato chiaro, io non lo voglio solo per una notte, ma desidero portarlo a casa con me, sarà mio”
“Cosa?”sgranò gli occhi, mentre la tenutaria del bordello e l’uomo che conduceva l’asta assunsero un’aria minacciosa.
“Il ragazzo ci appartiene” sibilò poi questi.
“Cinquecento” replicò inespressivo. Abituato a confrontarsi con una feccia come quella, non ne fu per niente intimorito.
“Cinquecento?”domandò incredulo, ma allo stesso tempo, interessato.
Annuì e sulle labbra apparve un sorriso maligno, mentre l’oggetto del contendere era fermo, con la testa bassa. Un leggero tremito gli agitava il corpo e ben presto il torpore prese il sopravvento. senza quasi accorgersene scivolò seduto sulle assi di legno del pavimento.
“Cinquecento sterline, signori, mi sembra una proposta ragionevole”
La donna intervenne afferrando il ragazzino e trascinandolo verso di lui “voi siete un uomo facoltoso, sono certo potete offrire molto di più”
“Non abusate della mia pazienza! Ringraziate che non faccio chiudere questo postribolo cencioso!” ogni parola era puro veleno.
Il suo tono spaventò tanto i tenutari da indurli a tacere. Soddisfatto, si liberò della loro presenza, pagando loro il dovuto. Una volta che fu solo con il fanciullo, si chinò circondando il corpicino con le braccia possenti. Gli sguardi s’incontrarono e lui seppe di essere finalmente al sicuro.




Mi raccomando commentate! Il futuro di questo racconto dipende da voi e dai vostri commenti.

Il frutto proibito

Questa è un'immagine di Ayano Yamane che mi ha colpito particolarmente e che ho deciso di usare per un racconto che sto scrivendo e che a breve pubblicherò su questo blog.

venerdì 9 settembre 2011

Accecati dalla passione





Pairing: Jan e Miguel
Rating: NC17 vietato ai minori di 18 anni per esplicite scene di sesso.
Spoiler: terza stagione
I personaggi non sono di mia proprietà.


Jan era al buio, nel suo appartamento, con lo sguardo perso nel vuoto. Si chiese cosa gli fosse accaduto. Proprio lui, così serio e coscienzioso, si era infatuato come un ragazzino. Di chi poi? Di una donna che aveva ucciso il marito a sangue freddo. Doveva essere davvero impazzito per lasciarsi abbindolare in quel modo. Miguel aveva cercato di farlo ragionare, ma la passione e il desiderio non gli avevano lasciato scampo. Si era buttato a capofitto in quel rapporto conclusosi quando aveva dovuto arrestarla. Per colpa sua ho anche litigato con Miguel. Sono stato sul punto di sospenderlo solo perché ha avuto il coraggio di dirmi quello che pensava. Dandosi dello stupido, si alzò dal divano, aveva bisogno di restare almeno un po’ di tempo nella vasca da bagno. Il suono del campanello lo bloccò. Rifletté su chi poteva essere a quell’ora. Miguel era sul pianerottolo, lo sguardo cupo e le labbra imbronciate
“Ah, sei tu!” borbottò Jan “Che fai qui? Vuoi ribadire quanto tu avessi ragione e io torto?” lo aggredì.
“No, Jan” sbuffò offeso “Pensavo volessi parlare” entrò chiudendosi la porta alle spalle.
“Scusa, ma non sono dell’umore adatto” Jan gli voltò le spalle.
“Non ho alcuna intenzione di lasciarti rimuginare e poi, non credo tu lo voglia davvero”.
Jan si arrese, sapeva che era impossibile fargli cambiare idea “E va bene, vuoi una birra?”
“Certo” lo seguì in cucina.
Jan aprì il frigorifero e gli porse una bottiglia.
“E Benny? Sta già dormendo?”chiese Miguel mentre tornavano in salotto.
“È a casa di un amico”
Sorseggiando la sua birra, Miguel sedette sul divano. Stranamente si era creato un silenzio imbarazzante che entrambi non riuscivano a sopportare.
“Devi parlarmi di qualcosa, Miguel?” gli domandò alzando un sopracciglio “Sei fin troppo taciturno”
Lui abbassò lo sguardo osservandosi le scarpe "Senti Jan, tu hai capito quanto mi ha dato fastidio il fatto che ti fossi messo a frequentare quella donna, giusto?”
“Sì, l’ho capito”
“Scusa” mormorò Miguel.
“Non scusarti, sospettavi di lei e avevi ragione. Sono stato un idiota a cascare nella sua rete, ma soprattutto a non darti retta” Jan lo guardò con dolcezza.
“Mi dispiace di essere stato duro, ma… ”
Jan gli sedette accanto circondandogli le spalle con un braccio “Non sono arrabbiato con te, Miguel, ma solo con me stesso per essermi lasciato irretire da lei. Ero nelle sue spire e rischiavo di perdere chi conta davvero”
“Non mi perderai, Jan” si voltò verso di lui, i visi erano vicini.
Quando si rese conto che qualcosa stava cambiando nel suo corpo, Miguel decise di battere in ritirata. Scattò in piedi “Io me ne vado, Jan! Invece di tirarti su di morale ti sto deprimendo” si voltò per aprire la porta ma l’altro appoggiò la mano sulla sua “Non andartene, Miguel. Perché non vuoi dirmi cosa ti turba?”
“Non c’è niente che mi turba!”
“Non è vero!” insistette “te lo leggo negli occhi”
Rassegnato sospirò “Che cosa provi per quella donna?” c’era dolore nella sua voce.
Jan non seppe cosa rispondere, non aveva ancora avuto modo di riflettere su quello che provava.
“Non sopporto che tu stia male per quella…” continuò Miguel voltandosi verso di lui, gli occhi come braci “Era una sgualdrina e ti ha ammaliato con il sesso”.
“Non era solo sesso, Miguel” confessò “almeno era quello che credevo”
Queste parole lo colpirono come una pugnalata al cuore. Sentì il terreno mancare sotto i piedi e si aggrappò con forza alla maniglia “Capisco” mormorò con un filo di voce.
Jan continuava a mantenere la mano sulla sua, il calore era quasi insopportabile.
“Notte Jan” sussurrò lo spagnolo rassegnato.
“Rispondi a questa domanda, eri geloso di Corinna?” Jan si pressò contro di lui. Miguel esitò e Jan ripeté quella domanda tanto insidiosa “Dimmelo! Eri geloso quando mi sapevi con lei?”
L’altro confessò “Sì, Jan, lo ero. Sei contento, ora?” ansimò leggermente.
L ’altra mano di Jan si poggiò sulla schiena.
“Non mi toccare” sibilò Miguel, si stava rendendo ridicolo, non avrebbe dovuto confessare ciò che provava.
Spingendosi ancora contro il suo corpo virile Jan gli sussurrò in un orecchio “Ora, non vuoi che ti tocchi”
Eccitato Miguel chiuse gli occhi, l’alito caldo lo fece fremere, la mano di Jan scese lungo la schiena.
“Ti da fastidio se ti accarezzo?” anche Jan si sentiva strano.
“Qual è il tuo gioco, Jan?”
“Nessun gioco”
Miguel si voltò di scatto fissando l’amico con occhi colmi di desiderio, poi lo spinse con violenza contro la parete. Dopo averlo afferrato per il colletto della camicia, gli attaccò le labbra. Lo attirò maggiormente a sé e si spinse con irruenza nella sua bocca.
Jan si lasciò sfuggire un lamento, il cervello smise di formulare dei pensieri concreti. In quel momento esistevano solo lui e Miguel.
Mentre le mani mappavano reciprocamente il corpo dell'altro, Miguel, senza preavviso, strappò la camicia lasciandola cadere a terra, Jan fece altrettanto. Sembravano due belve, incapaci di reprimere oltre quegli istinti custoditi per troppo tempo nelle loro anime.
Miguel gli catturò il labbro inferiore con i denti e lo tirò leggermente, le mani scivolarono lungo il torace carezzandolo “Sei così bello, Jan” si schiacciò contro di lui affondando il viso nel collo e mordicchiandolo. Con la lingua tracciò una scia su fin sotto il mento “se solo sapessi da quanto desidero farlo”.
Jan gli portò una mano dietro la nuca cercando nuovamente le sue labbra carnose. Lo sguardo si posò sulla cicatrice che aveva sotto la bocca.
La sfiorò con un dito e baciò in quel punto, risalendo poi verso le labbra.
Miguel lo schiacciò maggiormente contro la parete e slacciò i pantaloni, lasciandoli scivolare lungo le gambe “Ti desidero talmente che se non ti scopo subito, credo impazzirò” dichiarò con occhi scuri di lussuria.
Lo baciò ancora facendolo gemere, le dita s’insinuarono dei boxer avvolgendo il membro. Jan si lasciò andare al tocco delicato, ma allo stesso tempo deciso di Miguel.
“Miguel”ansimò
“Vieni”lo afferrò trascinandolo verso il salone, mentre i boxer del biondo finivano abbandonati sul pavimento.
Miguel lo spinse supino sul divano e, dopo aver ammirato la perfezione del suo corpo, si stese su di lui sovrastandolo. Tornò a reclamare le labbra, muovendosi e provocando in Jan delle ondate di calore.
Jan ansimò “Lei è troppo vestito, senior Alvarez, ma… rimediamo subito”.
Sbottonò con irruenza i jeans, voleva averlo nudo contro di sé, percepire la sua virilità, ma soprattutto, sentirlo prepotentemente dentro.
“Scopami!” gli ordinò calando anche i boxer.
Miguel sorrise, stupito, non era da Jan quel linguaggio così scurrile. Doveva ammettere però che questo aspetto del commissario Maybach gli piaceva e molto anche.
Tornò a baciarlo con sempre più ardore, Jan strinse le gambe alla vita di Miguel come se temesse potesse sgusciare via.
Jan si mosse sotto di lui, i due sessi frizionarono.
Miguel ansimò “Lasciami prendere un preservativo”.
“Non ne ho”
“E con la spogliarellista come facevi?”era geloso, non riusciva a togliersi dalla mente il pensiero del suo Jan con quella sgualdrina uxoricida.
“Li aveva lei” confessò Jan.
“Già, logico” replicò Miguel con una smorfia “con tutto il movimento che aveva”.
“Miguel!” lo rimproverò.
“Solo il pensarti con lei mi rende furioso. Quante volte lo avete fatto?”si liberò dalla sua stretta.
“Tre”la sua voce fu solo un sussurro.
“Tre”ripeté con il cuore in mille pezzi “grandioso, era brava, almeno?”
“Non farlo”
“Cosa? Soffrire perché sei stato con quella? È tardi, Jan” gli occhi scuri si persero in quelli azzurri dell’amico.
Miguel si alzò dal divano e Jan impallidì “Non andartene, ti prego”.
“Non sto andando via, Jan” lasciando vagare lo sguardo sul suo corpo nudo, si morse il labbro “cerco di ricordare se ho un preservativo nel portafoglio”.
La sua risposta lo rassicurò “Vorrei cancellare tutto quello che è accaduto con Corinne, ma non posso” Jan si mise seduto.
“Non è vero, Jan, non dirlo, tu non lo vuoi perché per te quella donna è stata importante” ritornato da lui, gli sfiorò una guancia.
“Forse è stato il mio desiderio di trovare una donna che potesse fare da madre a Benny a…” non riuscì a terminare la frase perché Miguel gli tappò la bocca con un bacio.
Lo spinse nuovamente supino, premendosi su di lui, Jan ansimò “Miguel, mio dio”.
“Ti farò dimenticare quella donna, commissario Maybach” sussurrò mordicchiandogli il lobo dell’orecchio.
“Prendimi ora, Miguel!” gli ordinò.
“E la protezione?”
“Al diavolo, facciamolo senza” sussurrò Jan in preda al desiderio più selvaggio.
“Per quanto voglia darti ascolto, non possiamo essere incoscienti”.
“E va bene” sbuffò “corri a prendere questo cavolo di preservativo, ma torna immediatamente”.
Miguel scoppiò a ridere, poi si fiondò nell’ingresso, dove aveva lasciato i jeans. Prese un pacchettino dalla tasca e ritornò dal suo collega che lo attendeva ancora supino.
Glielo mostrò e le labbra di Jan si aprirono in un sorriso “Finalmente” allungò un braccio e lo attirò su di sé impossessandosi della sua bocca carnosa.
“Siamo impazienti, eh, cucciolo?” lo prese in giro.
“Abbiamo perso fin troppo tempo, Miguel” lo rimproverò “non lo vuoi anche tu?”
“Puoi scommetterci che lo voglio, non sai quanto”con i denti scartò l’involucro. Lo arrotolò sull’erezione.
Si insinuò nuovamente tra le sue gambe e lasciò scorrere una mano tra le natiche. Sfiorò la fessura inviolata con un dito. Lo spinse all’interno muovendolo con decisione.
Jan gemendo sommessamente, buttò la testa all’indietro. Miguel lo guardò con apprensione “Ti faccio male?”
“Sì, ma non importa, continua” si morse il labbro.
Miguel aggiunse un secondo dito conficcandolo in profondità. Gli strappò un grido, ma non si fermò “Tutto bene? Vado troppo veloce?”
“Non continuare a torturarmi!” lo supplicò aprendo gli occhi e guardandolo con desiderio.
Dopo averlo baciato a lungo, si spinse in lui lentamente. L’ultima cosa che voleva era farlo soffrire, ma sapeva sarebbe stato inevitabile.
Jan gridando appoggiò le mani sul petto, Miguel si fermò “Jan, stai bene?”
“Sì, è solo che…”
“Se vuoi che mi fermi devi solo dirmelo”negli occhi c’era preoccupazione, ma anche speranza di non sentirgli pronunciare le parole che tanto temeva.
“Fai piano però, è la prima volta” circondò la nuca con un braccio e lo attirò maggiormente a sé.
“Anche per me e voglio sia stupenda, per entrambi”.
Jan cercò di rilassarsi e Miguel cominciò a muoversi con vigore facendolo gemere.
“Miguel”strinse le labbra, il dolore era insopportabile, ma non voleva smettesse.
“Jan, mio dio, così stretto” ansimò aumentando il ritmo dei suoi affondi.
Il dolore cominciò ad affievolirsi e quando Miguel, stimolò la prostata, Jan fu catapultato in un vortice di sensazioni mai provate. Gli conficcò le unghie nella carne “Miguel, ti prego in quel punto... così." farfugliò.
"Cosa? Non capisco... "
"In quel punto, dove mi hai toccato prima”.
”Qui?”con un colpo di reni gli strappò un grido di piacere.
“Miguel, sì, mio dio, sì” Jan afferrò le natiche e lo attirò maggiormente a sé per indurlo a muoversi con maggiore vigore. Lo desiderava con tutto se stesso.
Il cuore di Jan batteva con violenza, le gote erano arrossate, i capelli umidi e il torace imperlato di sudore “Voglio sentirti fino in fondo”.
Miguel sorrise baciandolo con dolcezza e continuò i suoi assalti fino a quando l’orgasmo non lo colse travolgendolo. Senza forze si accasciò sul torace del compagno, restando ancora in lui.
Jan ansimò e gli circondò le spalle con le braccia.
“È stato grandioso” bisbigliò sfiorandogli il lobo dell’orecchio con le labbra.
“Decisamente, Jan, da quanto tempo speravo di farlo”.
“Per fortuna siamo ancora giovani e sexy e non due vecchietti con la dentiera” sorrise.
“Sì, ma non credere che sia finita, ho intenzione di trattenerti qui tutta la notte” gli occhi scuri di Miguel brillarono.
“Interessante prospettiva” ridacchiò l’altro accarezzandogli il petto.
Miguel infilò le dita nei capelli biondi “Che ne dici? Non ho delle doti che la tua spogliarellista sogna?”.
“Sì, indubbiamente” sussurrò mordicchiandogli l’orecchio.
Jan chiuse gli occhi e sospirò, si sentiva tremendamente bene tra le sue braccia.
“Sai, ero geloso marcio di te e quella”
“Lo so, ma ora siamo insieme” mormorò ascoltando il battito accelerato del suo amore.
“Hai ragione e non ho intenzione di lasciarti” Miguel lo baciò dolcemente, poi ridacchiò “Non sei venuto, Jan”
Uscì da lui e lasciandosi scivolare lungo il suo corpo, s’insinuò tra le gambe “Lascia fare a me”.
Quando le labbra di Miguel si avvolsero attorno al suo membro, Jan si lasciò sfuggire un gemito. Ansimando, chiuse gli occhi “Continua”
La testa di Miguel si muoveva velocemente, leccando e succhiando, aveva sempre fantasticato su come sarebbe stato farglielo, ma neanche nei suoi sogni immaginava sarebbe stato così bello. “Ancora, più forte” Jan gli appoggiò una mano sulla testa, se avesse avuto più di quel mezzo centimetro di capelli in testa, li avrebbe tirati.
Miguel continuò fino a quando non sentì il fiotto caldo inondargli la gola.
Leccatosi le labbra, risalì a baciarlo “Hai un buon sapore, Jan”.
Jan percorse il suo viso con un dito. È stato stupendo, dove hai imparato a farlo così bene?” nella sua voce traspariva un pizzico di gelosia.
“Mi sono lasciato trasportare, sai fin troppo bene che sei il primo” lo rassicurò, stringendolo tra le braccia.
“Si sta così bene al sicuro tra le tue braccia forti” sospirò il biondino lasciandosi coccolare.
“Anche tu non scherzi. Hai certi bicipiti da paura!” gli baciò il petto umido.
Restarono per qualche minuto, immobili, uno tra le braccia dell’altro, poi il desiderio tornò a farsi vivo. Sulle labbra di Jan un sorrisetto maligno “Sei pronto a ricominciare?”
“Sempre!”
Jan lo spinse supino e ribaltando le posizioni. Gli bloccò entrambe le braccia portandole dietro la testa, poi si sporse in avanti a intrappolargli le labbra in un bacio delicato. Scese a lambire il mento.
“Jan, cosa fai?”
“Prendo il controllo” rispose sfiorando il pomo d’Adamo con la lingua “credevi ti avrei lasciato il comando per tutta la notte?”
“Siamo intraprendenti” ridacchiò Miguel.
Senza attenere oltre Jan lo prese in sé e cominciò a muoversi.
“Jan, più veloce”.
“Miguel” urlò in preda alla passione più sfrenata.
Jan gli lasciò andare le mani e si sporgendosi in avanti, catturò il labbro inferiore tra i denti. Lo tirò leggermente. I corpi lucidi si muovevano insieme.
“Cavalcami, Jan” ordinò appoggiandogli le mani sui fianchi per indurlo ad aumentare il ritmo “Non resisto, sto venendo” raggiunse il suo secondo orgasmo.
Jan lo seguì spruzzando il seme sul torace.
“Commissario Alvarez, mio stallone”sospirò Jan alzandosi dal suo grembo e accoccolandosi, ansimante, di fianco a lui.
“Commissario Maybach, adoro fare l’amore con lei” lo circondò con le braccia e gli baciò la fronte.
Jan rise e chiuse gli occhi, era felice e non voleva pensare quali complicazioni avrebbe portato la loro relazione. Era deciso a farla durare, amava Miguel e non voleva rinunciare a lui. Ma non poté evitare di chiedersi come avrebbe reagito Benny a tutto questo. Un attimo dopo si addormentò tra le braccia del suo compagno.
Miguel l’osservò in silenzio, era stato un codardo a non confessargli ciò che provava, ma la paura di non essere ricambiato lo aveva bloccato. Si diede dello stupido. Jan lo amava, glielo aveva dimostrato facendo l’amore con lui in modo appassionato e coinvolgente. Solo due persone che si amavano sarebbero riuscite a raggiungere una tale sintonia e fusione non solo dei corpi, ma anche delle anime.
Gli accarezzò la guancia “Ti amo, Jan e questa è stata la notte più bella di tutta la mia vita e la ricorderò per sempre”
“Miguel” mormorò nel sonno “ti amo anche io”
Il cuore dello spagnolo perse un battito. Sorrise e lo baciò con dolcezza prima di sprofondare lui stesso in un sonno profondo.
Il mattino seguente li colse abbracciati sul divano. Miguel cingeva i fianchi di Jan con le braccia, la testa piegata di lato, le labbra carnose socchiuse e il respiro leggero. Jan aprì gli occhi e sorrise rendendosi conto di non aver sognato nulla. Ho davvero fatto l’amore con lui. Gli sfiorò il viso, lasciando scivolare il dito lungo il collo, fino al petto virile. Era bello, sensuale e tutto suo.
“Miguel” sussurrò.
Miguel aprì gli occhi e sorrise “Buongiorno”
“Ciao”
“Sei mattiniero, Jan”
“Sì, se vuoi dormire ancora, io intanto vado a preparare la colazione” fece per sgusciare dal suo abbraccio, ma Miguel strinse la presa “Dove credi d’andare?”affondò il viso nel suo collo.
“In cucina, sono affamato”
“Anche io, ma di te”sussurrò Miguel mordicchiandogli la pelle candida.
“Senior Alvarez, lei è insaziabile” lo baciò con dolcezza, mentre il desiderio ritornava violento in entrambi.
“Mi eccita quando mi chiami così, Jan” ridacchiò lo spagnolo “questa è stata la notte più bella della mia vita”
“Ho amato ogni istante, soprattutto, dormire tra le tue braccia” sorrise Jan “anche se questo divano non è il posto più comodo del mondo”
In quell’istante Miguel decise che non voleva più tacere. Divenne improvvisamente serio e taciturno. Jan si accorse del suo cambiamento e lo fissò stranito “C’è qualcosa che ti preoccupa, Miguel?”
L’altro sedette e, titubante, disse: “Io…mi chiedevo cosa accadrà ora”
Jan gli accarezzò una guancia “Non ho intenzione di lasciarti, Miguel, io…”
“Tu, cosa, Jan?” gli occhi neri si persero in quelle iridi cerulee che tanto amava.
“Ti amo” confessò. “mi sembrava fosse chiaro”
“Anche io, da sempre, credo” Miguel lo strinse tra le braccia, infilando le dita nei capelli biondi.
“Vorrei restare qui tra le tue braccia, anche se preferirei il letto a questo vecchio divano” sospirò Jan.
Miguel scoppiò a ridere e lo baciò scendendo a lambire con la bocca il mento e poi giù fino al collo.
“Che ore saranno?” domandò Jan.
“Come? Con il mio trattamento pensi all’ora? Dovrei ritenermi offeso” mise il broncio.
“Scusa, è che…” lo sguardo si posò sull’orologio che aveva sulla mensola accanto al divano e impallidì, erano quasi le nove. “Cavolo” lo allontanò con le braccia e scattò in piedi.
“Che c’è?” Miguel sgranò gli occhi “Ti ha morso una tarantola?”
“Sta per tornare Benny, è sabato e non va a scuola. La mamma del suo amico lo riportava direttamente qui. Vestiti, Miguel!”
Senza replicare, Miguel obbedì chinandosi a raccogliere i vestiti sparsi per la stanza. “Hai ragione, non voglio certo scandalizzare Benny facendomi trovare nudo come un verme” nella sua voce c’era dolore.
Rendendosi conto di averlo ferito, lo raggiunse “Scusami, sono stato uno stronzo”
“Lascia stare, lo capisco. Benny si sconvolgerebbe a trovarmi in questo stato”
“Non sei arrabbiato?”
“Un po’ deluso, ma ti capisco vuoi proteggere tuo figlio. È troppo piccolo per capire”
“Non voglio che ci siano dubbi, io non mi pento di quello che è accaduto”
“Lo so”gli posò un bacio sulla fronte. Indossò la giacca e si avviò verso la porta.
“Te ne vai?” domandò tristemente, era dura doversi separare.
“Sì” la voce fu quasi un sussurro “ma mi mancherai”
“Resta” lo supplicò quasi
“E a Benny come lo spieghi?” gli sfiorò il viso.
“È abituato a vederti qui” Jan alzò le spalle “Non ci farà caso”
“Tuo figlio è sveglio, sai? Secondo me lo capirà da solo”
“Sì, è sveglio, ma non così tanto. Almeno spero”
Miguel sospirò “Dovremo nasconderci come ladri”
“Credi che gli altri siano pronti per una notizia del genere?” domandò Jan.
“Sono adulti, potranno reggere allo shock” ridacchiò lo spagnolo “e poi, sai che ti dico? Non mi interessa” lo cinse con entrambe le braccia “io voglio stare con te e il resto non conta”
Le labbra di Jan si aprirono in un dolce sorriso “Ti amo, Miguel”
“Anche io, ti amo, Jan” abbassò la testa per baciarlo.
La passione esplose come dinamite, Miguel gli circondò la vita con un braccio e si spinse contro di lui.
Jan si lasciò sfuggire un gemito, si staccò “Devo rivestirmi, amore”
“Io ti preferisco così” il suo sguardo vagò lungo il corpo e si posò sul membro eretto.
“Jan, vorrei che mi prendessi” lo circondò con le dita “non sai quanto desidero sentirti dentro di me”
“Cosa? Ora?”
“Presto, so che mi farai impazzire” mosse la mano.
Jan gemette, le gambe erano come gelatina, il tocco di Miguel gli provocava delle sensazioni indescrivibili.
“Smettila o mi farai venire in pochi istanti” si lamentò Jan, ma in realtà, non voleva si fermasse.
“Vuoi davvero che smetta?” avvicinò la bocca al suo orecchio e morse il lobo.
“Miguel” la sua voce fu quasi un sussurro
In quel momento suonò il citofono, Jan impallidì “Benny”
“Rivestiti o tuo figlio ti vedrà nudo come mamma ti ha fatto” ridacchiò Miguel.
“Cialtrone” mise il broncio “apri il portone e resta qui mentre io mi vesto”
“Accolgo io il tuo Benny”
Jan raccolse gli abiti che giacevano nell’ingresso e corse in camera da letto.
Miguel aprì la porta e un attimo dopo apparve Benny. Vedendolo si buttò tra le sue braccia “Miguel”
“Benny” lo alzò e lo fece roteare, poi lo lasciò andare “sei cresciuto, non riesco quasi più a sollevarti”
“Stai invecchiando, Miguel” lo prese in giro.
“Come osi” giocarono a rincorrersi.
“Dov’è papà?” domandò il ragazzino.
“In camera, si sta…” non sapeva come terminare la frase “cambiando. Abbiamo fatto ginnastica e aveva bisogno di roba pulita.”
Benny lo guardò, poi aggrottò la fronte “E come mai sei vestito così? Non hai la tuta”
“Io…” lo stava davvero mettendo in difficoltà “mi sono cambiato prima”
Lui non sembrò molto convinto, ma scappò via senza replicare.
Miguel sospirò. Ci era mancato poco, Jan l’avrebbe ucciso se si fosse lasciato sfuggire qualcosa di compromettente.
Jan torno pochi minuti dopo, indossava un maglioncino azzurro con collo a v che lasciava intravedere una maglietta bianca e dei jeans che fasciavano il sedere sodo. I capelli erano ancora bagnati, doveva aver fatto la doccia.
Miguel lo fissò con la gola secca, era davvero un uomo stupendo ed era tutto suo.
“Jan, piccolo, meglio che me ne vada” si avvicinò guardandolo come se fosse una torta.
“Perché? È sabato trascorriamolo tutti insieme” propose Jan.
“Mi piacerebbe, ma…” si morse la lingua “non riuscirei a starti lontano. Meglio di no” appoggiò le mani sul suo torace e sospirò “Come vorrei…” si sporse in avanti e sussurrò “scoparti, Jan, ti desidero da impazzire e…”
“Non ne vedo l’ora, Miguel”
“A questo punto, credo dovrò andare a casa e fare una doccia gelata” ansimò eccitato.
Il compagno ridendo, gli accarezzò la guancia. In quel momento entrò Benny urlando “Papà, papà”
Miguel fece un passo indietro e Jan ritirò la mano. Si voltò e lo accolse tra le sue braccia “Mi sei mancato, hai fatto il bravo a casa di Deni?”
“Sì, papà, come sempre”
“Bene, ora vai in camera che devo parlare con Miguel” scompigliò i capelli biondi.
“Uffa” sbuffò “ma che avete sempre da confabulare voi due? Perché non posso restare?”
“Perché si tratta di lavoro” inventò.
Pestò i piedi e fuggì via.
“Vai da lui, io devo proprio andare. Ci vediamo lunedì, va bene?” disse Miguel sul punto di uscire dalla porta.
“No, non va per niente bene” replicò “che intendi?”
“Che ci vediamo a lavoro, lunedì”
“C’è qualcosa che non va, Miguel?” domandò vedendolo turbato.
Non rispose e Jan insistette “Sai che puoi parlare di tutto, cosa ti preoccupa?”
“Jan, io ti amo e voglio stare con te” gli confessò Miguel tristemente.
“Anche io” la sua voce fu quasi un sussurro.
“Come potremo stare insieme? Non mi va di attendere che Benny …” non riuscì a terminare la frase, Jan lo costrinse a tacere con un bacio.
Miguel si lasciò sfuggire un gemito “Non mi rendi facile andare via” mormorò staccandosi.
“L’idea era quella” ridacchiò il biondo “senti, stavo pensando…”
“Cosa?”
“Che magari, non so, potresti…” balbettò Jan “restare qualche giorno qui, sai, per provare a vedere come sarebbe…”
“Jan, prendi fiato. Di che stai parlando?” il suo cuore batteva con violenza.
“Vorrei venissi a stare qui da noi” disse tutto d’un fiato.
Miguel sgranò gli occhi, non riusciva a credere che gli stesse proponendo di andare a vivere con lui. Era qualcosa che aveva sperato solo nei suoi sogni.
“Io credevo non volessi che Benny…”
“Benny ti adora” replicò “quasi quanto me”
“Cosa dirà quando ci vedrà insieme, non voglio traumatizzarlo. Jan, è una pessima idea” protestò, ma era grande la voglia di accettare la sua proposta.
“Diremo che hai un problema alle tubature e, giacché casa nostra ha solo due camere da letto, sarai costretto a dormire con me. Sei un ospite, non posso costringerti a dormire sul divano” sorrise malizioso.
“Jan, ti ho mai detto che sei diabolico?” Miguel era davvero stupito dall’ingegno del compagno.
“No, questo mi manca” ridacchiò “Allora, che ne pensi?”
“Accetto, non potrei mai rifiutare questa proposta così allettante. Quando posso venire?”
“Quando vuoi, anzi, prima ti trasferisci meglio sarà” Jan era elettrizzato all’idea di averlo per casa.
“Siamo impazienti, eh, commissario Maybach?”
“Sì perché non vedo l’ora di addormentarmi con te e svegliarmi al tuo fianco la mattina” confessò.
Miguel sentì le gambe venirgli meno, Jan lo amava e desiderava vivere con lui. Fece un profondo respiro “Il tempo di prendere la mia roba”
“Bene, ora fila a casa a fare le valigie” lo spinse sul pianerottolo.
“Ciao Benny” urlò per farsi sentire dal ragazzino nell’altra stanza.
“Ciao Jan” gli posò un bacio sulle labbra e uscì.
La porta si chiuse e Miguel esultò per la felicità.


Epilogo

Tre mesi dopo

Miguel era occupato ad asciugare i piatti dopo una cenetta romantica con Jan. Benny era dalla nonna per qualche giorno così che i piccioncini potevano avere la casa a loro completa disposizione. Erano trascorsi tre mesi da quando si era trasferito e cominciava a pensare di dover tornare nel suo appartamento avendo continuato a pagare l’affitto, pur senza abitarci. In realtà, non aveva alcuna voglia di lasciare Jan. era stupendo potersi svegliare tra le sue braccia, ma temeva che alla fine questa situazione sarebbe risultata insopportabile. Si chiese come avrebbero spiegato a Benny il suo trasferimento definitivo. L’ultima cosa che desiderava era turbare quel ragazzino e soprattutto mettere il suo Jan in una posizione difficile. Era ancora indeciso sul da farsi quando questi lo raggiunse, circondandogli la vita con un braccio e baciandolo dietro la nuca.
“A cosa pensavi? L’acqua sta uscendo fuori dal lavandino”
Miguel si riscosse “A niente, amore. Riflettevo” prese la spugna e la passò con decisione su un piatto.
“A qualcosa di serio a giudicare dalla tua espressione” Jan sembrò preoccupato.
Lo spagnolo smise di lavare e si voltò “Pensavo alla nostra situazione”
“Di che situazione parli?”
“Io che vivo a casa tua, Jan”era imbarazzato di doverne discutere, ma sapeva di non poter più rimandare.
Il volto del compagno mutò espressione, ma non lo interruppe. Miguel continuò “Non voglio crearti dei problemi, Benny potrebbe fare domande e poi, come se non bastasse, sto continuando a mantenere il mio appartamento”
“Io credevo fosse chiaro. Miguel voglio che tu viva qui!”gli pulì una guancia dallo schizzo di detersivo.
“Sei sicuro?”
Jan per tutta risposta lo baciò spingendolo contro il lavandino “Chiama il tuo padrone di casa, comunicagli che l’appartamento è libero”
“Jan, non sai quanto mi è costato affrontare questo argomento, credevo di essere di troppo e che…”
Il compagno gli tappò la bocca con la sua. Dopo aver pomiciato per un po’, Jan lo fissò interrogativo “Sei ancora qui?”
“Come?” il cervello tentò di metabolizzare le sue parole.
“Fila a telefonare!” ordinò con un tono che non ammetteva repliche.
Miguel a quel punto scoppiò a ridere e dopo avergli scoccato un ultimo bacio, si allontanò per parlare con il suo padrone di casa.

domenica 4 settembre 2011

Sei geloso?



Squadra speciale Lipsia
Pairing: Migugel Alvarez-Jan Maybach
Spoiler: Episodio Cuori solitari 3 stagione
I personaggi non sono di mia proprietà


L’atmosfera al commissariato era incandescente. Il caso del quale la squadra si stava occupando era particolarmente spinoso e le indagini finora svolte sembravano non aver portato a nulla. Le indiziate erano molte, ognuna con un movente e con un particolare legame con la vittima. In quel momento Jan stava ragguagliando il suo capo su ciò che avevano scoperto durante gli incontri della sera precedente.
Appoggiato allo schedario, Miguel si teneva in disparte, braccia conserte, labbra imbronciate e sguardo fisso sul collega. La mente era alla sera prima, a quando, Jan lo aveva piantato in asso al bar andandosene senza una parola. Rifletteva su cosa avesse fatto per causare la sua ira.
Durante gli interrogatori, aveva osservato l’amico e aveva notato il suo cambio repentino quando era apparsa la spagnola Carmen Rubio. Si era incupito, mentre il cuore di Miguel aveva cominciato a galoppare. Gli piaceva. Quella ragazza era tutto ciò che un uomo poteva desiderare. Era bella, simpatica, dolce e a giudicare dalle vibrazioni che aveva ricevuto, anche propensa ad accettare le sue avance. Lo aveva anche rivelato a Jan, gli aveva detto che lei ricambiava, che era pazza di lui e che presto sarebbe stata sua. L’amico, invece di congratularsi, si era allontanato lasciando il locale senza neanche salutare.
Sentendo il nome di Carmen, Miguel concentrò immediatamente l’attenzione sulle parole del suo capo. Scattò in avanti e soffiò di mano a Jan la scheda “Ci penso io”
“Scordatelo!” rispose Jan furente, gli occhi azzurri fiammeggiarono “Sei troppo coinvolto in questa storia!”
“So ancora fare il mio lavoro” protestò il commissario per niente contento di quella rimostranza.
“Sì, certo” borbottò.
“E con questo che vuoi dire?” Miguel s’infervorò, detestava che mettessero in dubbio la sua serietà.
“Che sei infatuato di quella spagnola, ecco che voglio dire”
Miguel aprì la bocca per protestare, Haio, Stanco dei loro continui battibecchi, intervenne “La volete smettere? Siete peggio di due bambini! Miguel vieni con me, torniamo all’agenzia. Jan, tu e Ina recatevi dove lavorava la vittima” E senza aggiungere altro si diresse verso l’uscita.
Prima di seguire il suo capo, Miguel puntò un dito contro l’amico “Ne parliamo dopo, Jan!”
“Per me discorso chiuso!”
“Finiscila, Jan! È da ieri che sei inacidito, mi vuoi dire che ti succede?”
“Niente! Haio ti aspetta!” e gli voltò le spalle.
Miguel strinse i pugni e uscì dall’ufficio. Non è finita qui! Ti costringerò a confessare tutto.



Dopo un’estenuante giornata, Jan rientrò in ufficio e lo trovò deserto ad eccezione di Miguel. L’amico era seduto con i piedi sulla scrivania e la testa penzoloni, in grembo una pila di fascicoli. Dormiva beato, la bocca socchiusa e il respiro pesante. Jan si sentì in colpa per averlo accusato di non essere obiettivo. Si soffermò a guardarlo per qualche istante, cercando di resistere alla tentazione di sfiorare le labbra carnose e la cicatrice della quale non sapeva l’origine. Stranamente Miguel si era sempre rifiutato di spiegargli come se l’era procurata. Jan aveva quindi ipotizzato che se ne vergognasse. Vedendolo muoversi indietreggiò di un passo.
“Battiamo la fiacca?” alzò la voce
Miguel scattò abbassando le gambe e rischiando quasi di cadere. Si stropicciò gli occhi, mai vedendo che si trattava di Jan mise il broncio “Che bastardo! Pensavo fosse il capo!” si passò una mano sulla zucca rasata.
Jan scoppiò a ridere “Che fai ancora qui?” raccolse le sue cose.
“Lavoravo e mi si sono chiusi gli occhi” distolse lo sguardo imbarazzato.
“Sei irrecuperabile, amico”
Miguel lo fissò seccato “Hai finito di sfottere?”
“Dai, non te la prendere!”
“Senti, dobbiamo parlare!” lo spagnolo gli appoggiò una mano sulla spalla.
“E di cosa? Devo tornare da Benny!” sfuggì al suo tocco.
“Che ti succede, Jan?” Miguel lo bloccò “È da ieri che ti comporti come un pazzo! Prima mi lasci al bar senza una parola, poi oggi fai quelle battutacce. Vuoi dirmi una buona volta cosa ti brucia?”
Jan alzò le spalle indifferente “Mi spiace per ieri, ma ero stanco e brillo, non avevo voglia di restare!”
“Sì, certo. Perché te ne sei andato senza neanche salutare? Ti conosco troppo bene, amico mio. Non mentirmi.” Miguel si tormentò il labbro inferiore con i denti. Il suo comportamento lo stava mandando al manicomio. Non sapeva più cosa pensare o come comportarsi con lui.
“Ero arrabbiato, d’accordo?” confessò finalmente l’altro.
“Arrabbiato?” lo fissò stranito. Non riusciva a capire cosa gli avesse fatto.
“Lascia perdere, non ha importanza!”
“No! Ora parli!” gli conficcò le dita nel braccio e lo costrinse a guardarlo “Jan, si può sapere cosa ti ho fatto?”
“Hai fatto il cascamorto con quella!” dichiarò tutto d’un fiato.
Il cuore di Miguel accelerò i suoi battiti e sorpreso dalla sua ammissione, non riuscì a replicare.
“Eri talmente ammaliato che non ti sei neanche accorto che ti ha preso in giro” il volto era rosso e gli occhi allucinati “erano d’accordo. Lei e quel Pascal Bortloff”
“Cosa? Ma di che diavolo parli?”
“Lo abbiamo scoperto oggi. La bella Carmen è una professionista, se capisci cosa intendo”
Miguel reagì scostandosi e Jan continuò “Erano in combutta per spillare denaro ai clienti dell’agenzia e tu ci sei cascato come un allocco. Ti ha sedotto con i suoi occhioni da cerbiatta”
Il giovane commissario strinse i pugni per la rabbia “Che stupido sono stato”
“E scommetto che c’entra anche con il suo omicidio”
Miguel si accasciò sulla sedia “Mi sono lasciato irretire come un ragazzino”
Vedendolo così abbattuto, i lineamenti di Jan s’addolcirono “Non essere così severo con te stesso”
“Questa volta mi racconterà la verità!” esclamò scattando in piedi.
“La interrogherò io, tu sei troppo coinvolto!”
“No!” lo spagnolo scosse la testa “Devo farlo io. Voglio che mi dica come stanno davvero le cose guardandomi negli occhi”
“Sei sicuro?”
Annuì distratto, poi alzando lo sguardo verso Jan mormorò “Però, non mi hai risposto! Perché eri arrabbiato?
“Vedi, io…” balbettò schiarendosi la gola, i capelli gli ricadevano sulla fronte.
“Tu cosa?” mormorò ansimando.
“Ero geloso” ammise infine con un filo di voce.
Miguel si avvicinò, trovandosi ad un soffio dal suo volto, sulle labbra un sorrisetto “Geloso? Di Carmen?”
“Non gongolare! Sì, ero geloso”
Miguel si sporse verso di lui, il caldo respiro sulla pelle, un’eccitazione improvvisa causata da quelle due paroline.
“Al vederti fare il pesce lesso con lei, ho provato qualcosa che…”
L’amico era esterrefatto, non lo aveva mai sentito così insicuro e impacciato come in quel momento.
“Un dolore nel petto, lancinante” si poggiò la mano all’altezza del cuore.
“Ma perché sei scappato via? Io temevo di averti fatto qualcosa”
“Mi parlavi di come era pazza di te. Se fossi rimasto, ti avrei di certo preso a pugni, Miguel!”
“Avevo bevuto, Jan”
“E con questo? Scusami, hai il diritto di flirtare con chi vuoi” abbassò lo sguardo, ma Miguel notò che era arrossito.
Attiratolo in un abbraccio, gli baciò una spalla “Non è successo niente”
Inizialmente lo sentì irrigidirsi, poi sciogliersi e ricambiare la stretta “Non posso farci niente, sono geloso marcio”
“Anche io” gli sussurrò Miguel all’orecchio.
Jan si allontanò come scottato “Come?”
“Sono geloso di tutte le donne che ti si avvicinano” si spinse contro di lui “Sei così bello e dolce. Ieri, quando ti ho visto con quella donna con la bambina, ho temuto potessi vedere in lei una madre per Benny” toccò il collo, scendendo verso il colletto della camicia “Sorridevi e sembravi così a tuo agio”.
Il respiro di Jan divenne affannoso “Che fai?”
Senza rispondere, Miguel sfiorò il ciuffetto di peli che fuoriusciva dal colletto della camicia.
Jan ansimò. Quel tocco lo stava facendo impazzire “Fermo, Miguel!” ma non sembrò per niente convinto.
“Davvero devo fermarmi?” accarezzò il lobo con le labbra, lo catturò succhiandolo. La mano scese a sbottonare un paio di bottoni.
Jan chiuse gli occhi e piegò la testa di lato. Miguel lo prese come un invito a continuare e dopo averlo spinto a sedere sulla scrivania, poggiò la bocca sul petto scoperto, assaporando il gusto salato della sua pelle.
“Miguel” ansimò Jan lasciandosi andare alle sue carezze.
“Il mio Jan” s’insinuò tra le sue gambe e gli sfilò la camicia dai pantaloni. Percorse gli addominali con i polpastrelli, attardandosi a giocherellare con la peluria che spariva all’interno dei pantaloni. Miguel lo sentì fremere, tendersi verso di lui.
“Che stiamo facendo” protestò guardandolo con i suoi grandi occhi azzurri.
“Ti dimostro quello che provo per te” Miguel si sporse verso di lui e lo baciò con dolcezza. Lambì prima le labbra, poi con la punta della lingua gli chiese il permesso d’entrare. Jan gli prese il volto con le mani e socchiudendo la bocca, ricambiò con ardore il bacio.
Si persero entrambi nelle sensazioni che provavano uno tra le braccia dell’altro.
Staccatosi per mancanza d’aria, lo spagnolo boccheggiò “Lo sapevo”
L’amico lo fissò interrogativo, respirava a fatica e il volto era rosso e accaldato.
“Il tuo sapore, Jan, è inebriante” e tornò a reclamare quelle labbra così invitanti “e non mi stancherei mai di assaporarti”
“Dici così a tutte le tue conquiste?”
“Solo se ne vale davvero la pena” le dita vagarono sul ventre, disegnando dei piccoli cerchi attorno all’ombelico.
Jan si lasciò sfuggire un lamento “Ora capisco perché non riescono a resisterti”.
“Non pensare a loro, ma a questo” si sporse per baciarlo ancora, ma lui lo bloccò.
“Dimmi la verità, cosa c’è stato tra te e Carmen Rubio?” detestava il pensiero di Miguel con quella donna. Voleva che fosse solo suo.
“Niente, Jan” la bocca si posò sul naso, scese sul labbro superiore.
“Ma avresti voluto” si tirò indietro.
Miguel sbuffò “È una bella donna, disponibile, ma non significa niente per me”
Jan distolse lo sguardo e Miguel comprese: era ancora geloso. Lo costrinse a guardarlo “Jan, ancora non lo hai capito?” si perse in quelle pozze limpide “Sei la persona più importante per me e nessuna donna si potrà mai mettere tra noi”
“Ma…” cercò di obiettare, ma Miguel lo attirò in un abbraccio e affondato il volto nel suo collo, lo baciò rumorosamente.
Jan sorrise e lo strinse con forza, godendosi il suo calore.
Miguel continuò a stringerlo fino a quando non lo sentì rilassarsi.
Jan gli portò una mano dietro la nuca e cercò le sue labbra. Quella sera la gelosia si dissolse lasciando il posto alla passione.


martedì 12 luglio 2011

Pesi, sudore e pensieri peccaminosi



Squadra speciale Lipsia
Spoiler: Nessuno
Pairing: Jan-Miguel
I personaggi non mi appartengono

La serata è terribilmente calda, quasi afosa per essere ancora in giugno. Molti abitanti inseguono il refrigerio bagnandosi nelle fontane o cercando riparo dal sole nelle zone alberate. Jan e Miguel invece trascorrono le ore libere dopo il lavoro ad allenarsi in palestra. In realtà è Jan a fare esercizio giacché Miguel si limita a osservare il collega. Data l’ora tarda, la sala è pressoché deserta e quando anche l’ultimo atleta esce, si ritrovano soli. Jan siede su una panca, tra le mani stringe due pesi da venti chili. La canotta bianca impregnata di sudore e i capelli umidi attaccati sul collo e sulla fronte.
Miguel ozia su una panca di fronte. Reprime a stento uno sbadiglio, poi si stiracchia. Quella sera è talmente stanco che avrebbe fatto volentieri a meno di quelle due ore in palestra, ma non voleva deludere Jan. Vedendolo così serio e concentrato sorride.
“Invece di restare lì a fissarmi vieni a darmi una mano!” la voce del compagno lo riporta alla disciplina.
“Sono stanco, torniamo a casa” protesta Miguel alzandosi controvoglia.
“Resisti ancora un po’” lo prega con un sorriso così dolce che non riesce a dire di no.
“E va bene, ma solo se mi offri la cena, sto morendo di fame!” lo raggiunge mettendosi alle sue spalle.
“Pensi sempre a mangiare tu?” scuote la testa divertito, poi a tradimento gli afferra quel rotolino che sporge dalla maglietta e lo strizza “E questo? Tutti gli hot dog e patatine che ti sbafi quando non ci sono!”
“Smettila Jan!” si divincola seccato “Non tutti riescono a stare tutta la giornata con insalata e pollo lesso come te”
“Alimentazione sana, amico mio. Non dimenticarlo!” lo redarguisce saccente.
“Sei noioso!” si abbassa verso di lui, i visi possono quasi sfiorarsi. “E ora, lavora altrimenti non ce ne andiamo più!”
“Aiutami, dai. Prendimi quel bilanciere” glielo indica.
Miguel obbedisce, ma quando cerca di tirarlo su, per poco, non resta piegato in due. “Cazzo” impreca.
“Troppo pesante?” sulle labbra di Jan un sorrisetto maligno.
“No, affatto!” nega. Non ammetterebbe la verità neanche sotto tortura. Stringendo i denti, trasporta quel peso fino alla panca.
Jan lo aiuta a metterlo sui ferri, poi si stende. Miguel si porta alle sue spalle e lo solleva porgendoglielo. Le mani si sfiorano e quando Jan lo guarda, avverte le farfalle nello stomaco. Vede i muscoli del collo di Jan tendersi per lo sforzo, il sudore gli imperla la fronte e il torace di alza e si abbassa velocemente. Tentando inutilmente di concentrarsi, Miguel deglutisce rumorosamente, il corpo di Jan lo attrae come una calamita. Lo sguardo si sposta dagli addominali lasciati scoperti dalla canotta alla scia di peluria che si perde nei pantaloncini. Con la gola secca scende verso il pacco e pensando al regalino che cela, si sente avvampare. Un rivolo di sudore gli scende dalla fronte. Cosa cazzo mi accade? Come se non lo avessi mai osservato allenarsi.
Quando Jan gli passa il bilanciere, Miguel torna a concentrarsi sul suo compito di personal trainer. Lo posa sul pavimento, poi prende due pesi da trenta chili. Jan esegue gli esercizi con grande serietà e Miguel lo aiuta a mantenere la posizione eretta, ma ben presto, decide che si sta sforzando troppo.
“Riposati! Ti verrà uno strappo se continui così!”
“Okay” e si muove per rimettere i pesi al loro posto. Tornato sulla panca, massaggia le braccia indolenzite.
“Povero Jan, non hai più l’età per pompare in questo modo!” gli appoggia le mani sulle spalle.
“Come osi!” protestò lanciandogli un’occhiataccia.
“Stai invecchiando!”
“Vecchio sarai tu. io sarei capace di continuare per ore!” ribadisce sfidandolo.
“Ok, ho capito” Ridacchiando Miguel stimola i muscoli contratti. Quando lo sente sospirare di piacere, aumenta la pressione “Come sei teso, Jan” si sporge verso di lui. L’alito caldo solletica la pelle dell’amico. “Ora penso io a te”
“Devo ammetterlo! Sei bravo” mormora Jan rilassandosi sotto il suo tocco “non credevo sapessi fare così bene i massaggi”
Miguel siede dietro di lui appoggiando il torace contro la sua schiena “Ci sono molte cose che non sai di me, amico mio” stimola il collo con i polpastrelli.
“Per esempio?” Jan si lascia sfuggire un mugolio dopo l’altro
“Niente da fare!” le dita si spostano sulla nuca. “Per ora dovrai accontentarti di questo, poi…chissà”
“Che sbruffone!” protesta il biondino, ma le mani fresche di Miguel sono un refrigerio per il suo corpo incandescente.
Miguel gli posa un leggero bacio sulla pelle sudata, trasferendosi sul collo. Quando Jan inclina la testa di lato invitandolo a proseguire, Miguel risale lungo la gola. “Stai meglio?” domanda lo spagnolo, lasciando scivolare le mani lungo la schiena.
“Non ancora” e le dita del compagno s’intrufolano sotto la canotta, lambendo il ventre. Percorrono gli addominali umidi risalendo lentamente verso il petto.
Sentendo Jan ansimare, Miguel geme eccitato. L’erezione gli preme contro la stoffa leggera dei pantaloncini. “E ora?” cattura il lobo tra i denti, mentre una mano raggiunge un capezzolo. Lo stuzzica.
La voce di Jan gli si strozza in gola “No”.
“Dovrò rimediare allora” sussurra Miguel mordicchiando l’orecchio.
Quando l’altra scende fino al bordo degli shorts, Jan gli blocca la mano e senza preavviso se la porta una alle labbra. Succhia le dita, uno per volta, assaporando il gusto salato della sua pelle.
Spiazzato da quel gesto, Miguel trattiene il respiro e quando avverte la carezza della lingua, il cuore aumenta i suoi battiti. Si pressa maggiormente contro di lui.
Jan si volta a guardarlo e per provocarlo gli mordicchia il polpastrello. Non contento, lascia scivolare la mano di Miguel fin dentro i pantaloncini.
“Cazzo” quando si ritrova a toccare il sesso del compagno, Miguel impreca.
Comincia a muoverla e Jan si morde il labbro inferiore: “Non ti fermare” butta la testa all’indietro.
“Jan, guardami!”
Lui obbedisce e incontra gli occhi scuri come braci. Miguel gli sfiora la bocca con un bacio, la solletica e solo quando non può resistere oltre, si spinge all’interno. Jan risponde con trasporto, allacciando la lingua alla sua. Si baciano a lungo, come se non riuscissero a restare lontani l’uno dall’altro, staccandosi solo per mancanza d’aria. Turbati dalla miriade di sensazioni che si ritrovano a provare boccheggiano.
“Ecco scoperto in cos’altro sei bravo” Jan sorride malizioso
“E non hai ancora visto tutto, amico mio” Miguel ricomincia a muovere la mano all’interno degli shorts di Jan.
“Dopo tocca a te!”
“È una minaccia?” sussurra tra un bacio e l’altro.
“No, una promessa!” negli occhi una strana luce.
Miguel ammicca, mentre si fa largo dentro di lui il sospetto che le intenzioni di Jan siano di non lasciare la sala attrezzi fino a quando non avrà mantenuto la sua promessa.

domenica 10 luglio 2011

Io non dormo in macchina





Pairing: Jan Maybach- Miguel Alvarez
Spoiler: 4 stagione La ragazza venuta dall'est.
I personaggi non mi appartengono.

Varcata la soglia della camera, Jan strabuzzò gli occhi e sulle guance apparve un leggero rossore. Quel posto era peggiore di come lo aveva immaginato. Al centro un letto matrimoniale con cuscini di pizzo, piume e lenzuola di seta rossa. Alle pareti quadri con scene di sesso e sui comodini oggetti fallici e altri accessori.
Miguel per niente a disagio, si buttò pesantemente sul letto stiracchiandosi. “Ah, com’è morbido!” lanciò poi un’occhiata all’amico, il quale restava davanti alla porta senza accennare ad entrare
“Che fai lì impalato!”
“Io qui non ci dormo!” replicò con una smorfia.
“E perché?” Miguel si mise seduto.
Jan alzò le braccia in aria “Perché? Tu mi chiedi perché? Siamo in un bordello, Miguel! E neanche voglio sapere cosa ci hanno fatto in questo letto” si chiuse la porta alle spalle e avanzò verso il compagno.
Dalla stanza accanto provenivano gemiti e incitazioni che contribuirono ad aumentare il suo imbarazzo.
Miguel ridacchiò divertito “Cavolo. Si stanno dando da fare”
Jan si lasciò sfuggire un’espressione disgustata, causando l’ilarità dell’amico: “Sei irrecuperabile. Puoi dormire in macchina se proprio ti fa schifo. Sappi solo che io lì non ci dormo e che ho intenzione di godermi questa stanza piena di confort”
Non riuscendo a trovare una scusa plausibile, Jan sbuffò: “E va bene, ma sappi che lo faccio solo perché…” sentendo degli ansiti, si bloccò.
La televisione era accesa e sullo schermo una bella bionda stava succhiando l’enorme membro dell’unico uomo presente. La mascella del commissario per poco non cadde: “sono stanco” concluse come ipnotizzato dalla scena.
“Caspita, che bomba!” commentò Miguel intrigato dalla performance “Questo posto comincia davvero a piacermi!”
“Miguel!” lo rimproverò Jan ritrovando la ragione.
L’ispanico sbuffò: “Ti vuoi rilassare? Dai” batté la mano sul copriletto.
Jan obbedì e gli sedette accanto.
Miguel gli circondò le spalle con un braccio: “Ma non capisci la fortuna che abbiamo? Siamo circondati da belle donne e se solo volessimo…” ammiccò.
Jan scattò nuovamente in piedi “Scordatelo! Io non vado con le prostitute!”
“Neanche io però…” ghignò maligno.
“Però cosa? Miguel, ma fammi il piacere” si mosse a spegnere il televisore “Non ti è bastato l’incontro ravvicinato di oggi? Se penso a quella come ti si strofinava addosso” dal tono traspariva tutta la sua gelosia.
“Era per ottenere informazioni!” anche Miguel si alzò raggiungendolo “Mi sono sacrificato per la causa!”
“Sì, certo. Sacrificato!”
“Perché te la prendi? Ho fatto il necessario per…” l’espressione sarcastica di Jan lo costrinse a tacere.
“Quella ci provava e tu ci stavi. Secondo me ti sei pure divertito!” tornò a guardarlo.
“Mi ha eccitato averla addosso, ma è stata una reazione al contatto” confessò Miguel.
“Lo sapevo!” Jan si avvicinò al letto e si spogliò nervoso.
“Che cavolo hai ora? Jan, mi vuoi dire che ti prende?” lo afferrò per un braccio costringendolo a girarsi.
“Non mi prende niente, Miguel! È solo che non mi capacito che tu possa eccitarti per una donna del genere!” gli occhi azzurri brillavano.
“Non mi ha eccitato lei” cercò di spiegargli “ma tutta la situazione”
Jan provò un dolore in pieno petto. Se solo avesse potuto, sarebbe scappato via per non affrontare il suo sguardo indagatorio. “Se non c’ero io ci avresti…?” non riusciva neanche a dirlo, gli faceva troppo male.
“Sei fuori?” reagì lasciandolo andare “Ma l’hai vista? Neanche morto. Jan!” inorridì solo all’eventualità: “io le preferisco giovani e con le curve al punto giusto” cercando di sdrammatizzare, gli strizzò l’occhio: “davvero pensi che potrei essere attratto da quella gallina?”
“Vederti con lei ha risvegliato dei sentimenti che non pensavo di avere” abbassò lo sguardo.
Miguel trattenne il respiro: “Che vuoi dire?”
Jan titubò qualche istante, poi sussurrò “Sono geloso e possessivo”
Lo spagnolo sorridendo, accorciò la distanza tra loro e Jan continuò: “Non mi va di saperti con nessuna donna, tanto meno in balia di prostitute che possono mischiarti chissà cosa”
“Userei precauzioni” strizzò l'occhio.
Quella frase sconvolse Jan facendogli salire la rabbia: “Allora, accomodati! Vai pure a intrattenerti con qualche sgualdrina!” sbottò scostando il lenzuolo. “Stronzo” mormorò con un filo di voce.
La risata cristallina di Miguel costrinse Jan a voltarsi e a fissarlo incredulo.
Lo spagnolo decise di mettere fine a quella farsa. “Ci sei cascato come un pollo!”
Vedendo che Jan lo fissava, Miguel continuò a ridere: “Ti ho preso in giro! Non è vero niente!”
Jan aprì la bocca per parlare, ma l’altro lo precedette: “Ma l’hai vista? Avrà avuto più di quarant’anni e poi pesava un accidenti!”
“Perché mi hai mentito?” Jan gli sferrò uno scappellotto.
Miguel ghignò: “Mi piace provocarti!” e dopo averlo spinto con forza sul letto, gli sedette in grembo. “Che credulone sei!”
“Lasciami!” Jan si dimenò cercando di liberarsi dalla sua stretta.
“Non ci penso proprio!” continuò a ridere divertito. “Sei troppo divertente quando ti arrabbi”
Jan aggrottò la fronte, mentre aumentava il bisogno di prenderlo a pugni. “Ti faccio passare la voglia” lo colpì con dei pugni sul petto, ma Miguel afferratogli le braccia, le bloccò contro il materasso.
“Sei mio!” si sporse in avanti, spingendo il bacino verso il basso.
Il biondo cominciò a sentirsi a disagio in quella posizione. La vicinanza di Miguel gli provocava uno strano formicolio alle parti basse e la frizione del suo corpo, contribuiva ad animare il sesso nei pantaloni. “Mollami, Miguel!” risuonò come un grido strozzato.
“Altrimenti che fai?” lo provocò muovendosi su di lui.
“Te la faccio pagare cara e non scherzo!”
“Ma davvero!” si protese in avanti, i visi potevano quasi sfiorarsi
Quando Jan avvertì il respiro caldo di Miguel sulla pelle, il cervello gli mandò un segnale di pericolo.
“Arrenditi! Sono il più forte!” Miguel sorrise maligno, gli occhi fissi sulle sue labbra.
“Sei solo uno sbruffone” Jan tentò di pensare a qualcosa di poco sensuale che potesse far diminuire l’eccitazione che provava, ma fu tutto inutile. L’erezione premeva inesorabile contro la stoffa leggera dei pantaloni.
Miguel si accorse del suo stato: “Il film ha fatto effetto anche a te, vecchio birbante!” gli sferrò un pizzicotto sul braccio, poi si spostò verso l’ascella.
Imbarazzato, Jan tentò di scrollarselo di dosso, ma Miguel non aveva alcuna intenzione di lasciarlo andare. Continuò a pizzicarlo, scendendo lungo il torace scolpito. Insinuò la mano sotto la maglietta e accarezzò gli addominali a tartaruga dei quali il compagno andava tanto fiero.
Jan ansimò, le sue mani fresche contrastarono con il calore della sua pelle.
Gli occhi scuri dello spagnolo bruciavano come braci e Jan si sentì perduto. Senza rendersene conto le bocche s’incontrarono per un bacio fugace. Fu un leggero tocco, ma sufficiente a sconvolgerli.
Miguel si scansò con il cuore che faceva le capriole e lanciò un’occhiata a Jan, il quale ansimava visibilmente turbato. Ciò che lesse nel suo sguardo lo illuminò: il desiderio era ricambiato e quella notte il destino aveva fatto in modo che si trovassero a dividere un letto. Conscio di quello che anche Jan provava, Miguel si stese su di lui e tornò a baciarlo lentamente, gustando ogni attimo.
Ansimando Jan rispose con trasporto e lo attirò più vicino. Le bocche si cercarono e stuzzicarono, mentre le lingue duellavano tra loro.
Per mancanza d’aria, Jan fu il primo a staccarsi. Boccheggiando sfiorò il volto dell’amico. Lambì anche la cicatrice e sospirando, scese lungo il collo: “Potrei percorrere il tuo corpo a occhi chiusi”. Nonostante fossero solo amici, sapeva di conoscere Miguel meglio di chiunque altro.
“Io invece non vedo l’ora di guardarti senza questi stracci” gli prese la mano e mordicchiò le dita.
Jan si sentì invadere da un calore improvviso e desiderò solo poter trascorrere tutta la notte ad amarlo, a vezzeggiare ogni centimetro del suo splendido fisico.
“Ma non stanotte”
La sua scelta spiazzò Jan che si ritrovò a fissarlo incredulo.
Miguel sorrise e dopo avergli posato un leggero bacio sulla bocca socchiusa, appoggiò la testa sul suo petto: “Davvero pensavi l’avremmo fatto in questa stanza così squallida?”
“No, è che…in effetti non fa una piega”
“E poi, voglio che ti senta a tuo agio e qui non lo sei”
Incapace di proferire parola per l’emozione, Jan lo strinse con forza a sé e gli posò un bacio sulla fronte. Quando lo sentì respirare in modo regolare, si assopì a sua volta.

sabato 9 luglio 2011

Lezioni di tango



Un professore di spagnolo, e il suo cane. Un veterinario e suo figlio. Una ragazza passato dell'uno e presente dell'altro.
L''amica punkettara. Adolescenti irrequieti e un amore imprevedibile. Tanti animali e, sullo sfondo, la provincia marchigiana, a ritmo di tango.

sabato 11 giugno 2011

Bienvenido a Miami cap 5



Vietato ai minori di 18 anni per scene di sesso esplicite.

5


Vince allungò il braccio per permettere ad uno degli agenti della squadra di allacciargli al polso l’orologio provvisto di microchip. Jan si trovava dall’altra parte dell’ufficio, la schiena appoggiata alla parete e le braccia incrociate al petto. Era in ansia, Vince rischiava la vita per la voglia di dimostrare di essere all’altezza del compito affidatogli e per la leggerezza con la quale affrontava il tutto. In realtà, era anche altro che preoccupava il commissario: Estefan Santiago. Rivedere quel volto così familiare lo aveva spiazzato. Credeva di aver superato la perdita di Miguel, ma sbagliava. Era bastato scorgere una somiglianza per mandarlo nel panico e far riaffiorare ricordi della sua vita passata e soprattutto della loro storia a cui non pensava ormai da tanto, soprattutto da quando si era nuovamente innamorato.
“Siamo pronti!” la voce del tenente Sanchez lo riportò alla realtà.
Jan si mosse verso Vince osservandolo con attenzione, sembrava proprio entrato nella parte. Indossava una canottiera bianca dalla quale fuoriusciva un ciuffetto di peli, pantaloni blu fino al ginocchio e camicia a fiori. Ai piedi un paio di Converse azzurre e al polso un orologio pacchiano d’oro che celava il microfono. Fece una smorfia, sebbene il look fosse lontano anni luce dai suoi gusti, trovava il suo ragazzo ugualmente irresistibile.
Vince gli sorrise, poi tornò serio cercando di non lasciar trapelare l’inquietudine che lo attanagliava “Come sto?”
Jan storse il naso e l’altro scoppiò a ridere “Sono perfetto, allora”
“Per i bassifondi, forse”
“Esagerato. Sto davvero tanto male?” domandò ai presenti.
“Passabile” disse un agente “speriamo che la bevano altrimenti…”
“La berranno” Vince aggiustò i capelli.
“Ricorda cosa dire?” intervenne il tenente Sanchez.
“Certo, ho tutto qui!” si toccò una tempia.
“Bene, noi saremo in ascolto, ma non potremo comunicare. Se Santiago dovesse capire che qualcosa non va, la prego di uscire immediatamente dal locale. Quell’uomo è pericoloso”
“Non mi farò uccidere, tenente”
Lei annuì, poi aggiunse “Commissario Maybach, potrebbe seguire da vicino l’operazione per intervenire in caso di necessità. Che ne pensa?”
“La trovo un’ottima idea, tenente Sanchez” sorrise rassicurato.
“Tutti pronti? Bene, si va in scena”
Uscirono dall’ufficio, ma Jan trattenne il compagno “Sii prudente, Vince”
“Lo sarò” gli appoggiò una mano sul petto “non preoccuparti” e si allontanò.


Un’ora dopo Vince era seduto al bar del “Choza” in attesa di Santiago, davanti a sé un cocktail a base di tequila. Lo sguardo vagò annoiato da una parte all’altra del locale. Individuò Jan in un angolo, intento a chiacchierare con una ragazza dai lunghi capelli neri stretta in un mini abito rosso fuoco. Gli venne da ridere, il suo Jan sembrava a disagio. Di certo, lei stava cercando di portarselo a letto. E come darle torto… Jan era talmente bello e sensuale che nemmeno una cieca avrebbe resistito.
Improvvisamente Vince avvertì una presenza alle sue spalle. Prima che potesse voltarsi, una mano gli afferrò il braccio. Si trovò davanti lo stesso energumeno della sera precedente.
“Il mio capo vuole vederti!” esclamò Josè aumentando la stretta “Seguimi!”
“Non è per questo che sono qui? Dov’è?”
Sentendosi tirare senza ricevere alcuna replica, Vince lo strattonò “Lasciami! Dove mi porti?”
“Se vuoi parlare con el senior Santiago verrai con me!”
Fu condotto verso la porta sul retro, per essere sbattuto addosso a un fuoristrada nero dai vetri oscurati.
Colpì la schiena contro la portiera “Cazzo, fai piano, bestione”
L’altro lo guardò torvo e lo spinse dentro dalla testa.
Sul sedile accanto a lui tre uomini, presumibilmente portoricani, lo fissarono truci intimandogli di restare fermo.
Uno si sporse verso di lui “Dammi le mani”
Obbedì e un attimo dopo si ritrovò i polsi legati tra loro. Sugli occhi gli fu stretta una benda.
Vince rabbrividì dandosi dell’idiota. Perché ho insistito? Ora sto rischiando la vita, senza neanche la possibilità di salutare Jan per l’ultima volta!
“Dove mi portate?”
Nessuno rispose e Vince, ormai rassegnatosi al suo triste destino, si appoggiò alla spalliera.
Quando l’auto si fermò, qualcuno aprì la portiera che scricchiolò e lui fu trascinato fuori in malo modo.
“Eccoci, siamo arrivati, ragazzino!” Josè lo sbendò e poi gli liberò le braccia.
“Era proprio necessario?” protestò Vince massaggiando i polsi doloranti.
“Seguimi senza fiatare”
Vince annuì, lo sguardo si posò sulla pistola che usciva dai suoi pantaloni e deglutì, era sempre più certo di essersi cacciato in un vero guaio.
Guardandosi intorno si rese conto che si trovava in un’enorme villa circondata da un giardino grande almeno il triplo del suo appartamento a Lipsia. Il prato era abbellito da alcune statue di nudi e una fontana di marmo.
Attraversarono il viale, la villa era preceduta da un portico con colonne. Giunti all’interno del salone si trovarono davanti ad una scalinata che portava al piano superiore. Al soffitto scendeva un lampadario stracarico di cristalli e alle pareti quadri che rappresentavano varie figure femminili, alcune accovacciate, alcune vestite, altre in pose lascive. Vince spalancò la bocca per la sorpresa, non credeva si sarebbe trovato davanti a tanto lusso, ma in fondo non doveva meravigliarsi. Quella era l’abitazione di un narcotrafficante.
“Dove stiamo andando?”
“Muovi il culo, el senior Santiago ti aspetta in piscina”
Quando furono in prossimità della porta a vetri che portava all’esterno, l’energumeno lo bloccò “Se tenti qualche scherzetto, ti faccio fuori!”
Vince represse un sorriso, si riferiva a quello che gli aveva combinato la sera precedente.
“Hai capito?”
“Tutto chiaro! Sono qui per affari!”
“Bene!” Josè aprì la porta-finestra e uscì seguito dall’infiltrato.
Vince non era pronto allo spettacolo che gli si presentò agli occhi: la piscina dalla forma oblunga occupava quasi tutto lo spazio disponibile, decine di ragazze scherzavano lanciandosi palloncini pieni d’acqua o sedevano su poltroncine gonfiabili sorseggiando drink multicolori. Su di un lettino gonfiabile un uomo estremamente attraente sorseggiava un martini on the rock. Lo copriva solamente uno slip bianco troppo piccolo per contenere l’erezione che sembrava sentisse un estremo bisogno di fuoriuscire da un angolo.
Due ragazze gli erano stese accanto, una di colore, con un bikini giallo, lo baciava sul collo, mentre l’altra, una rossa mozzafiato, gli accarezzava il torace bagnato. Sebbene le fanciulle fossero veramente belle, Vince non riuscì più a staccare lo sguardo dall’uomo. Ma questi sembrava non essersi ancora accorto della sua presenza.
Il suo scagnozzo si avvicinò a bordo piscina “Senior. L’uomo che attendeva!”
Questi puntò le iridi scure sul nuovo arrivato. In quell’attimo, Vince avvertì uno strano formicolio alle parti basse. Provò a spostare l’attenzione su una delle ragazze, ma quel viso lo attraeva come un magnete. Gli ritornarono alla mente le foto in casa di Jan, collocate nei vari portaritratti, persino sul comò di fronte al letto dove pressappoco ogni notte facevano l’amore, troneggiava un’immagine sua con il compagno scomparso!
Vince decretò che la somiglianza tra loro fosse davvero incredibile.
Se qui ci fosse Jan non so come reagirebbe nel rivedere il sosia, ‘la perfetta copia’ del suo compagno scomparso.
Santiago continuò a fissarlo con interesse. Sulle labbra carnose apparve un sorrisetto malizioso.
Vince sentì la gola seccarsi, l’atmosfera si stava davvero riscaldando. La canottiera aderì al punto da diventare una seconda pelle.
Improvvisamente immagini di Miguel e Jan insieme si affollarono nella mente tormentandolo. Si sentì quasi un testimone involontario del loro amore.


In una visione li vide in ufficio a Lipsia, all’esterno il sole era già tramontato, ma i due sedevano ancora alle loro scrivanie, occupati a sbrigare delle vecchie pratiche.
Miguel rosicchiava il tappo della penna sbuffando, era un uomo d’azione e detestava dover sbrigare del lavoro di cancelleria. Jan alzò il capo dal documento che stava leggendo e ridacchiò.
“Che hai da ridere? Potremmo essere già in un pub davanti ad una birra e invece siamo bloccati qui!”
“Non vedi il lato positivo di tutto questo” Jan lo raggiunse e sedette sulla sua scrivania accavallando le gambe. Negli occhi una strana luce.
Miguel appoggiò la schiena alla spalliera “Dimmi quale sarebbe il lato positivo nel trascorrere il venerdì sera tra le scartoffie”
Con un piede Jan attirò verso di sé la poltroncina sulla quale era seduto il compagno “Siamo soli e soprattutto liberi di fare ciò che vogliamo” si sporse verso di lui.
“Sei diabolico, Jan” Miguel appoggiò le mani sulle cosce del collega.
Le labbra si unirono. Fu un bacio delicato, ma bastò a infiammarli. Miguel gli conficcò le dita nella stoffa dei pantaloni.
Incontrando la lingua con la sua, Jan approfondì il contatto “Chiudo la porta” si staccò.
Miguel lo trattenne “No! Rischiamo!” gli slacciò la cinta.
“Ti piace il pericolo, vero?” sbottonò la camicia di Miguel e vi insinuò le dita.
“Sempre! Siediti su di me, Jan”
“Vuoi che ti cavalchi, amore mio?” accarezzò il torace.
Gli occhi dello spagnolo s’illuminarono “Mi fa impazzire quando mi dici amore mio”
Jan si spogliò lentamente sotto il suo sguardo attento, poi gli sedette in grembo “Ti desidero come un pazzo, lo sai, vero?”
Miguel tornò a reclamare le labbra. Sbottonò i jeans ansioso di essere dentro di lui.
Lasciata scivolare la camicia sul pavimento, Jan spostò le labbra sul collo, lo leccò con la punta della lingua “Adoro il tuo sapore”
“E io adoro te” Miguel lo penetrò fino in fondo.
Jan ansimò muovendosi sinuoso “Scopami!”
Miguel lo accontentò e alzato il bacino pose le mani sui fianchi per assecondare i suoi assalti “Cavalcami! Scopati su di me!”
“Ti prego, non ti fermare.” Lo supplicò Jan in preda all’estasi.

“Hermosos ojos, mi vuole dire a cosa devo il piacere della sua presenza nella mia casa?”
Vince tornò alla realtà. Non era né il momento né il luogo per lasciarsi invadere dalla gelosia, nemmeno chiedersi il perché di quella fantasia sciocca. Jan non avrebbe mai fatto sesso con Miguel in ufficio né con chiunque altro! Vince alzò la testa e si rese conto che il trafficante non era più in acqua, ma ad un passo da lui e lo guardava con estremo interesse. Era sempre nudo, ma un asciugamano, con il quale si tamponava, celava una parte del torace.
“Vede, io...” balbettò. Cosa diavolo mi sta succedendo?
Santiago sorrise “Sai che non sei niente male? Qual è il tuo nome, dolcezza?”
“Vince” mormorò distogliendo lo sguardo dal corpo bagnato ed eccitato che gli era davanti e lo posò sul viso.
“Di dove sei? Il tuo accento mi è familiare, sei tedesco?” corrugò la fronte.
“Sì, di Berlino. È mai stato in Germania?”
“No” scosse la testa “Cosa ti porta a Miami, Vince?” avanzò di un passo.
“Affari, signor Santiago e sono qui per proporgliene uno”
“Chiamami Estefan, dolcezza” gli lisciò il colletto della camicia “tutto a tempo debito. Siamo ad una festa e io non discuto mai d’affari davanti a delle belle donne, preferisco fare altro” fece l’occhiolino, poi si voltò verso una biondina “Porta da bere al nostro ospite”
“Veramente, non…” Vince tentò di rifiutare.
“Non farti pregare, mi piaci. Sembri un tipo in gamba” avvicinò il viso al suo.
Vince poté avvertire il suo alito, un misto di tequila e tabacco, combinazione che non fece altro che accentuare l’attrazione che provava “Signor Santiago, Estefan... la ringrazio, ma…”
“Non dirmi che sei astemio!” scoppiò a ridere.
“No!” si affrettò a negare “Anzi, accetto volentieri” l’ultima cosa che voleva, era contrariarlo.
Estefan sorrise “Non hai caldo con tutta quella roba addosso?”
“Sto bene” mentì.
In quel momento un palloncino pieno d’acqua lo colpì infradiciandolo da capo a piedi “Merda” imprecò il poliziotto nella sua lingua madre.
L’ispanico scoppiò a ridere, mentre Vince non lo trovò affatto divertente. Stizzito, si tolse la camicia e la strizzò “Se non altro, mi sono rinfrescato” blaterò per sciogliere la tensione.
“Sei proprio tenero” Estefan lasciò vagare lo sguardo sul torace del giovane “un cucciolo da accarezzare!” aggiunse con voce profonda.
Vince fremette, quell’uomo aveva deciso di farlo impazzire! Considerò che avrebbe fatto meglio ad andare via prima fosse troppo tardi “Non avrebbe qualcosa con cui possa asciugarmi?”
Estefan fece un cenno e la fanciulla dai lunghi capelli biondi ritornò con i drink e un asciugamano. Appoggiato il tutto sul tavolo, si strinse al padrone di casa il quale le sferrò una pacca sul sedere. Lei fece un gridolino, ridacchiando. Vince cercò di asciugarsi alla meglio, ma era completamente zuppo.
“Puoi andare, dolcezza” le disse Estefan.
“Non torni da noi, tesoro?” civettò vogliosa “Ci manchi”
“Tra un attimo” le fece segno di allontanarsi.
“Bevi tedesco, è tutto tuo” Vince accettò ma quando gli porse il bicchiere e le dita si sfiorarono, Vince si sentì invadere da un’ennesima ondata di calore. Lo ingoiò tutto d’un sorso, poi tossì, era esageratamente alcolico.
“Troppo forte? Sai, l’ho inventato io, si chiama Orgasmo ed è a base di tequila.”
“Squisito” mormorò Vince mentre la gola chiedeva pietà.
Una delle ragazze, una bella morettina sorrise al tedesco, poi gli fece cenno di raggiungerle, ma Estefan scosse la testa “No, piccola, non vorrai che il nostro ospite entri lì dentro dopo tutto quello che ci abbiamo combinato”
Vince fissò l’acqua torvo. Un’altra ragazza si avvicinò porgendo un accappatoio al padrone di casa. Questi l’indossò, poi strinse il braccio al suo collega “Vieni con me!”
“Dove mi porta?” pensò non fosse prudente restare da solo con lui.
“In un posto dove si può parlare in santa pace” lo condusse all’interno della villa. Dopo aver varcato la porta-finestra, entrarono nel grande salone.
Scesero una scalinata di legno, poi attraversarono un lungo corridoio giungendo di fronte ad una porta. Oltrepassato l’uscio, si ritrovarono in un enorme bagno completamente rivestito in marmo bianco. Al centro, una vasca idromassaggio con i rubinetti d’oro.
“Ti piace la mia Jacuzzi?”
“Caspita” si lasciò sfuggire Vince.
“Mai stato in una di queste?” si voltò.
“In verità, no”
“Cazzo, voi tedeschi non sapete come ci si diverte?” appoggiato il drink sul bordo, aprì il getto d’acqua.
“Che fa?” Vince era preoccupato per ciò che lo attendeva e cosa avrebbero pensato gli altri ascoltando la conversazione? E Jan?
Sono davvero nei pasticci.
“Preparo la vasca, ho bisogno di rilassarmi dopo tutto quel movimento e anche tu” Estefan lasciò vagare lo sguardo lungo il suo corpo “anzi, ho proprio qualcosa che fa al caso nostro” si mosse verso un mobile.
Aprì un cassetto e ne cacciò statuetta scura dalla forma di una divinità, probabilmente africana. Rappresentava una donna dalle grosse mammelle e dal clitoride dalle proporzioni improbabili. “Cos’è?” domandò il tedesco fissando quella strana scultura.
“Una sorpresa” ridacchiò “Ti va di fare due tiri? È purissima”
“Io non…”
“Su, ne hai bisogno, sei così teso”
Il trafficante pose un paio di strisce sul bordo della vasca, poi usò il ‘clitoride’ che, estratto dalla divinità, fungeva da cannuccia. Abbassò la testa e sniffò pulendosi i residui con le dita. Lo invitò a servirsi. Vince, non sapendo come districarsi da quella situazione, fu attanagliato da timori più che fondati.
Merda e se mi sento male? E se vado in overdose? Furono i pensieri sinistri che affollarono la mente dell’infiltrato.
“Non farti pregare, offro io” gli porse la cannuccia.
Vince la strinse tra le dita e, per la prima volta in vita sua, sniffò cocaina. Appena tirata si sentì formicolare il naso. Nonostante il disagio, tentò di rilassarsi per non sembrare un pivello.
Estefan sorrise, poi accorciò la distanza tra loro “Ora ti sentirai meglio” accarezzò il torace attraverso la canottiera.
Vince, avvertendo il tocco della sua mano calda, gemette mentre la droga cominciava ad entrare in circolo. Il cuore accelerò i battiti, la testa divenne leggera, i sensi si acuirono. Si sentiva alla grande e una vampata di calore improvvisa lo convinse a spogliarsi.
“Le dispiace se mi tolgo questa? È bagnata”
“Fai pure, anzi…”
Vince sfilò la canottiera dalla testa restando solo con i pantaloni ormai fastidiosamente stretti. Appoggiò l’indumento sulla poltroncina
Quando lo sguardo di Estefan si posò sugli addominali scolpiti, si leccò le labbra “Caspita, meglio di quanto pensassi! Ti tieni in forma”
“Sì, pratico molto sport” Vince si passò una mano nei capelli.
“Notevole, ma voi tedeschi siete tutti così… dotati?”
Vince arrossì a disagio pensando a Jan che ascoltava ogni parola. Se solo avesse potuto disattivare la trasmittente, ma se poi gli fosse servito il suo aiuto? “Non tutti” ribatté alla domanda sulla prestanza teutonica.
Voltatosi Estefan si avvicinò alla vasca e attivò l’idromassaggio. Nella stanza si diffuse uno strano ronzio. Vince notò un tatuaggio tra le scapole che raffigurava un pipistrello con le ali aperte.
“Li porta sempre qui a discutere di lavoro i suoi ospiti?”
“Solo se ne vale davvero la pena” sorrise.
Tolto l’accappatoio, si voltò per entrare nella Jacuzzi. Al contatto con l’acqua gemette. Lo sguardo si posò sul giovane che gli era davanti “Non entri?”
Vince esitò, poi avanzò verso la vasca, ma Estefan lo bloccò “Spogliati!”
“Non ho il costume”
“E con questo? Su, togli i pantaloni”
Il giovane imprecò mentalmente, ma obbedì. Non poteva mostrarsi troppo pudico, in fondo doveva sembrare uno spacciatore smaliziato non un ragazzino pieno di timori reverenziali.
Si spogliò sotto lo sguardo attento del trafficante, fino a restare in boxer bianchi, poi infilò un piede nell’acqua. Mentre s’immergeva sempre senza staccare lo sguardo dal suo ospite, sospirò leggermente. Non lo avrebbe mai ammesso, ma gli piaceva. C’era qualcosa in lui che lo attraeva, forse era la somiglianza con Miguel oppure il fascino latino. O quello del figlio di puttana, l’antitesi di Jan...
Appoggiata la schiena alla parete della vasca, lasciò ciondolare fuori le braccia. Vince avrebbe voluto risolvere al più presto quella faccenda per potersene andare via, ma temeva non sarebbe stato affatto semplice.
“Allora, Vince” avvicinandosi Estefan lo fissò con occhi come braci “ora che siamo soli, parla!”
“Ho un affare da proporle”
“Dammi del tu” lo corresse.
“Ho un affare molto redditizio da proporti”
“Ti ascolto” ritornò nel suo angolo, appoggiando le spalle contro il bordo.
“Il mio capo vorrebbe acquistare un quantitativo di Diamond”
“Di quante pasticche si parla?”
“Tu quante ne hai a disposizione?”
Estefan scoppiò a ridere divertito “Vuoi farmi credere che ha intenzione di accaparrarsi l’intera partita?”
Vince annuì “Ha molti soldi da spendere”
“Davvero credi che mi lascerei infinocchiare? Ha intenzione di fottermi il territorio?” la voce era all’apparenza calma, ma lasciava presagire tempesta “Se è così, stai sprecando il tuo fiato, anzi, rischi anche la pelle, dolcezza, oltre che il culo”
“Non ha intenzione di invadere il tuo territorio, Estefan” spiegò fingendo calma: “la nostra rete si sviluppa in Europa, per la precisione nell’Europa dell’est; Germania, Bulgaria, Ungheria…”
“In Germania ho dei miei agenti, soprattutto a Lipsia e Berlino”
“Che ne diresti di dividere il raggio d’azione? Lui si rifornirebbe delle pasticche di cui ha bisogno, triplicandoti i guadagni e portandoti altri compratori, ma in cambio tu dovrai lasciare a lui i tuoi traffici in Germania”
Estefan lo fissò pensieroso e Vince continuò “Sembra un accordo più che vantaggioso, no? Tu avresti il monopolio di Miami, lui avrebbe quello dell’Europa dell’est”
“Io non ho il monopolio di questa fottuta città, ci sono dei bastardi figli di una cagna che mi contrastano” replicò con rabbia “ma ancora per poco”
“Siamo al corrente anche di questo, ma se accetterai non saranno più un ostacolo. Saranno spazzati via”
“E chi cazzo sarebbe il tuo capo, Attila?” lo prese in giro. La sua proposta appariva ridicola e inverosimile.
“Uno che non va per il sottile, se qualcuno lo intralcia…”
“Mi stai minacciando?” in un attimo Estefan fu su di lui. Pose le mani ai lati della testa e gli si spinse addosso.
Vince poté avvertire l’imponenza del suo corpo massiccio. Cercò di allontanarlo, ma Estefan lo schiacciò maggiormente.
“Vieni a casa mia ed osi anche minacciarmi?” la bocca era talmente vicina alla sua che, se si fosse sporto di un niente, avrebbe potuto baciarlo “Sai che potrei prenderla male?”
“No, non era mia intenzione” balbettò ansimando, la sua vicinanza gli era pressoché insopportabile.
Santiago lo scrutò cercando di capire se stesse mentendo o meno, poi percepì l’erezione contro la coscia e ghignò “Interessante, ma cosa abbiamo qui?”
“Non starmi addosso”
“A me sembra che apprezzi” tolse una mano dal bordo della vasca e l’immerse nell’acqua planando tra le gambe di Vince.
“Cazzo” imprecò scattando.
“Siamo ben equipaggiati, sento” le dita del trafficante solleticarono il membro attraverso la stoffa dell’intimo ormai inconsistente.
“Lasciami”
“Perché dovrei? Me lo hai fatto rizzare” piegò la testa di lato baciandogli il collo “mi piace il tuo sapore”
Vince gemette ed eccitato mormorò qualcosa nella sua lingua natale. Estefan continuò il suo cammino, ma quando le parole gli giunsero alle orecchie, si rese conto di aver compreso cosa volessero dire. Si bloccò stupito, non era mai stato in Germania e di certo, non aveva mai studiato il tedesco. Si chiese come mai fosse possibile.
Vince si accorse del suo turbamento e lo fissò stranito “Che hai? Ti senti male?”
“Sto benissimo” replicò seccato “Dove eravamo? Ah, si” e ricominciò a palpeggiarlo.
Raggiunta la spalla leccò la clavicola. Tornò verso l’alto, mentre con le dita liberava il sesso. Mentre lo masturbava, sussurrò all'orecchio di Vince frasi che infiammarono il giovane tedesco, il quale buttò la testa indietro e allargò le gambe per fornirgli maggiore accesso. Scariche elettriche si propagarono lungo la schiena.
“Datti da fare, dolcezza!” ordinò Estefan aumentando il ritmo.
Vince allungò la mano, posandola sulla punta del membro che fuoriusciva dal costume. Pensò che in piscina aveva avuto una giusta impressione: era davvero molto dotato. Sfiorò il sesso poi preso coraggio, serrò le dita attorno iniziando a dargli piacere.
Estefan gemendo, avvicinò la bocca alla sua e l’accarezzò con la lingua “Ci sai fare, tedesco”
Lo baciò con violenza premendo per entrare, Vince socchiuse le labbra e rispose con altrettanto ardore lasciandosi inebriare da quel sapore latino.
Usò l’altro braccio per attirarlo a sé, poi gli circondò la vita con le gambe. Le mani si mossero frenetiche sui rispettivi sessi fino al raggiungimento del picco.
“Niente male, hai del potenziale” commentò accarezzandogli i capelli madidi di sudore.
“E tu baci da dio, Estefan” sfiorò il pizzetto sotto il mento. In quel momento notò un’anomalia, qualcosa che gli era sfuggito: uno sfregio sotto la bocca “e questo?” puntò con l’indice la cicatrice.
“Non so, dovevo essere piccolo quando mi sono procurato la ferita” tornò a cercare le sue labbra, tirando quello inferiore con i denti “Ho voglia di fotterti”
Vince sgranò gli occhi e s’irrigidì. Non era di certo preparato a una proposta del genere.
“Ti sto prendendo in giro” ridacchiò “Puoi respirare” si scansò per uscire dalla vasca.
“Dove vai?” gli occhi si posarono sul membro. Un neo grosso quando un fagiolo attirò la sua attenzione. L’osservò a lungo, fino a quando il trafficante non ebbe indossato nuovamente l’accappatoio e annodando la cinta.
“L’incontro è terminato”
Vince, ancora in acqua che cercava di riprendersi dall’orgasmo, sospirò.
“Che c’è? Non dirmi che ti ho già sfiancato” lo prese in giro “Tutta qui la resistenza di voi tedeschi?”
“Neanche per idea!” protestò Vince alzandosi a sua volta. I boxer bagnati gli aderivano mostrando la mercanzia.
“Notevole, davvero notevole” commentò Estefan “Asciugati!” ordinò “Josè ti attende qui fuori per riportarti al locale” e voltandosi per uscire si allontanò.
Vince gli corse dietro. Quando lo ebbe raggiunto, gli afferrò un braccio “Non mi hai dato una risposta”
“Dì al tuo capo che ci penserò. È stato un piacere parlare di affari con te”
Vince arrossì e lui gli sfiorò la guancia con il palmo “Sei davvero carino, la prossima volta potremo provare qualcosa di diverso” avvicinò le labbra all’orecchio “significa che ti scoperò fino a quando non cominci ad urlare”
Vince restò senza parole, ma al solo pensiero, il suo sesso ebbe un guizzo.
“Ora, devo andare. Ho un appuntamento molto importante” aprì la porta e uscì.
“Merda” imprecò una volta solo. Raccattò gli abiti e si vestì.
Lo scagnozzo di Santiago aprì la porta “Seguimi!”
Vince obbedì. Bendato fu riportato al locale, dove venne scaricato senza troppe cerimonie.
Prima di sgommare via Josè si sporse dal finestrino “Avrai nostre notizie”
“E come?”
L’altro gli lanciò un piccolo cellulare argentato “Prendi questo. Quando squillerà saprai che il capo vorrà parlarti” e il fuoristrada partì.
Terrorizzato all’idea che il compagno avesse ascoltato quanto successo con Santiago, si portò le mani alle tempie. Sospirando gravemente, guardò intorno la strada era deserta. Di Jan e degli altri nemmeno l’ombra.
5


Vince allungò il braccio per permettere ad uno degli agenti della squadra di allacciargli al polso l’orologio provvisto di microchip. Jan si trovava dall’altra parte dell’ufficio, la schiena appoggiata alla parete e le braccia incrociate al petto. Era in ansia, Vince rischiava la vita per la voglia di dimostrare di essere all’altezza del compito affidatogli e per la leggerezza con la quale affrontava il tutto. In realtà, era anche altro che preoccupava il commissario: Estefan Santiago. Rivedere quel volto così familiare lo aveva spiazzato. Credeva di aver superato la perdita di Miguel, ma sbagliava. Era bastato scorgere una somiglianza per mandarlo nel panico e far riaffiorare ricordi della sua vita passata e soprattutto della loro storia a cui non pensava ormai da tanto, soprattutto da quando si era nuovamente innamorato.
“Siamo pronti!” la voce del tenente Sanchez lo riportò alla realtà.
Jan si mosse verso Vince osservandolo con attenzione, sembrava proprio entrato nella parte. Indossava una canottiera bianca dalla quale fuoriusciva un ciuffetto di peli, pantaloni blu fino al ginocchio e camicia a fiori. Ai piedi un paio di Converse azzurre e al polso un orologio pacchiano d’oro che celava il microfono. Fece una smorfia, sebbene il look fosse lontano anni luce dai suoi gusti, trovava il suo ragazzo ugualmente irresistibile.
Vince gli sorrise, poi tornò serio cercando di non lasciar trapelare l’inquietudine che lo attanagliava “Come sto?”
Jan storse il naso e l’altro scoppiò a ridere “Sono perfetto, allora”
“Per i bassifondi, forse”
“Esagerato. Sto davvero tanto male?” domandò ai presenti.
“Passabile” disse un agente “speriamo che la bevano altrimenti…”
“La berranno” Vince aggiustò i capelli.
“Ricorda cosa dire?” intervenne il tenente Sanchez.
“Certo, ho tutto qui!” si toccò una tempia.
“Bene, noi saremo in ascolto, ma non potremo comunicare. Se Santiago dovesse capire che qualcosa non va, la prego di uscire immediatamente dal locale. Quell’uomo è pericoloso”
“Non mi farò uccidere, tenente”
Lei annuì, poi aggiunse “Commissario Maybach, potrebbe seguire da vicino l’operazione per intervenire in caso di necessità. Che ne pensa?”
“La trovo un’ottima idea, tenente Sanchez” sorrise rassicurato.
“Tutti pronti? Bene, si va in scena”
Uscirono dall’ufficio, ma Jan trattenne il compagno “Sii prudente, Vince”
“Lo sarò” gli appoggiò una mano sul petto “non preoccuparti” e si allontanò.


Un’ora dopo Vince era seduto al bar del “Choza” in attesa di Santiago, davanti a sé un cocktail a base di tequila. Lo sguardo vagò annoiato da una parte all’altra del locale. Individuò Jan in un angolo, intento a chiacchierare con una ragazza dai lunghi capelli neri stretta in un mini abito rosso fuoco. Gli venne da ridere, il suo Jan sembrava a disagio. Di certo, lei stava cercando di portarselo a letto. E come darle torto… Jan era talmente bello e sensuale che nemmeno una cieca avrebbe resistito.
Improvvisamente Vince avvertì una presenza alle sue spalle. Prima che potesse voltarsi, una mano gli afferrò il braccio. Si trovò davanti lo stesso energumeno della sera precedente.
“Il mio capo vuole vederti!” esclamò Josè aumentando la stretta “Seguimi!”
“Non è per questo che sono qui? Dov’è?”
Sentendosi tirare senza ricevere alcuna replica, Vince lo strattonò “Lasciami! Dove mi porti?”
“Se vuoi parlare con el senior Santiago verrai con me!”
Fu condotto verso la porta sul retro, per essere sbattuto addosso a un fuoristrada nero dai vetri oscurati.
Colpì la schiena contro la portiera “Cazzo, fai piano, bestione”
L’altro lo guardò torvo e lo spinse dentro dalla testa.
Sul sedile accanto a lui tre uomini, presumibilmente portoricani, lo fissarono truci intimandogli di restare fermo.
Uno si sporse verso di lui “Dammi le mani”
Obbedì e un attimo dopo si ritrovò i polsi legati tra loro. Sugli occhi gli fu stretta una benda.
Vince rabbrividì dandosi dell’idiota. Perché ho insistito? Ora sto rischiando la vita, senza neanche la possibilità di salutare Jan per l’ultima volta!
“Dove mi portate?”
Nessuno rispose e Vince, ormai rassegnatosi al suo triste destino, si appoggiò alla spalliera.
Quando l’auto si fermò, qualcuno aprì la portiera che scricchiolò e lui fu trascinato fuori in malo modo.
“Eccoci, siamo arrivati, ragazzino!” Josè lo sbendò e poi gli liberò le braccia.
“Era proprio necessario?” protestò Vince massaggiando i polsi doloranti.
“Seguimi senza fiatare”
Vince annuì, lo sguardo si posò sulla pistola che usciva dai suoi pantaloni e deglutì, era sempre più certo di essersi cacciato in un vero guaio.
Guardandosi intorno si rese conto che si trovava in un’enorme villa circondata da un giardino grande almeno il triplo del suo appartamento a Lipsia. Il prato era abbellito da alcune statue di nudi e una fontana di marmo.
Attraversarono il viale, la villa era preceduta da un portico con colonne. Giunti all’interno del salone si trovarono davanti ad una scalinata che portava al piano superiore. Al soffitto scendeva un lampadario stracarico di cristalli e alle pareti quadri che rappresentavano varie figure femminili, alcune accovacciate, alcune vestite, altre in pose lascive. Vince spalancò la bocca per la sorpresa, non credeva si sarebbe trovato davanti a tanto lusso, ma in fondo non doveva meravigliarsi. Quella era l’abitazione di un narcotrafficante.
“Dove stiamo andando?”
“Muovi il culo, el senior Santiago ti aspetta in piscina”
Quando furono in prossimità della porta a vetri che portava all’esterno, l’energumeno lo bloccò “Se tenti qualche scherzetto, ti faccio fuori!”
Vince represse un sorriso, si riferiva a quello che gli aveva combinato la sera precedente.
“Hai capito?”
“Tutto chiaro! Sono qui per affari!”
“Bene!” Josè aprì la porta-finestra e uscì seguito dall’infiltrato.
Vince non era pronto allo spettacolo che gli si presentò agli occhi: la piscina dalla forma oblunga occupava quasi tutto lo spazio disponibile, decine di ragazze scherzavano lanciandosi palloncini pieni d’acqua o sedevano su poltroncine gonfiabili sorseggiando drink multicolori. Su di un lettino gonfiabile un uomo estremamente attraente sorseggiava un martini on the rock. Lo copriva solamente uno slip bianco troppo piccolo per contenere l’erezione che sembrava sentisse un estremo bisogno di fuoriuscire da un angolo.
Due ragazze gli erano stese accanto, una di colore, con un bikini giallo, lo baciava sul collo, mentre l’altra, una rossa mozzafiato, gli accarezzava il torace bagnato. Sebbene le fanciulle fossero veramente belle, Vince non riuscì più a staccare lo sguardo dall’uomo. Ma questi sembrava non essersi ancora accorto della sua presenza.
Il suo scagnozzo si avvicinò a bordo piscina “Senior. L’uomo che attendeva!”
Questi puntò le iridi scure sul nuovo arrivato. In quell’attimo, Vince avvertì uno strano formicolio alle parti basse. Provò a spostare l’attenzione su una delle ragazze, ma quel viso lo attraeva come un magnete. Gli ritornarono alla mente le foto in casa di Jan, collocate nei vari portaritratti, persino sul comò di fronte al letto dove pressappoco ogni notte facevano l’amore, troneggiava un’immagine sua con il compagno scomparso!
Vince decretò che la somiglianza tra loro fosse davvero incredibile.
Se qui ci fosse Jan non so come reagirebbe nel rivedere il sosia, ‘la perfetta copia’ del suo compagno scomparso.
Santiago continuò a fissarlo con interesse. Sulle labbra carnose apparve un sorrisetto malizioso.
Vince sentì la gola seccarsi, l’atmosfera si stava davvero riscaldando. La canottiera aderì al punto da diventare una seconda pelle.
Improvvisamente immagini di Miguel e Jan insieme si affollarono nella mente tormentandolo. Si sentì quasi un testimone involontario del loro amore.
In una visione li vide in ufficio a Lipsia, all’esterno il sole era già tramontato, ma i due sedevano ancora alle loro scrivanie, occupati a sbrigare delle vecchie pratiche.
Miguel rosicchiava il tappo della penna sbuffando, era un uomo d’azione e detestava dover sbrigare del lavoro di cancelleria. Jan alzò il capo dal documento che stava leggendo e ridacchiò.
“Che hai da ridere? Potremmo essere già in un pub davanti ad una birra e invece siamo bloccati qui!”
“Non vedi il lato positivo di tutto questo” Jan lo raggiunse e sedette sulla sua scrivania accavallando le gambe. Negli occhi una strana luce.
Miguel appoggiò la schiena alla spalliera “Dimmi quale sarebbe il lato positivo nel trascorrere il venerdì sera tra le scartoffie”
Con un piede Jan attirò verso di sé la poltroncina sulla quale era seduto il compagno “Siamo soli e soprattutto liberi di fare ciò che vogliamo” si sporse verso di lui.
“Sei diabolico, Jan” Miguel appoggiò le mani sulle cosce del collega.
Le labbra si unirono. Fu un bacio delicato, ma bastò a infiammarli. Miguel gli conficcò le dita nella stoffa dei pantaloni.
Incontrando la lingua con la sua, Jan approfondì il contatto “Chiudo la porta” si staccò.
Miguel lo trattenne “No! Rischiamo!” gli slacciò la cinta.
“Ti piace il pericolo, vero?” sbottonò la camicia di Miguel e vi insinuò le dita.
“Sempre! Siediti su di me, Jan”
“Vuoi che ti cavalchi, amore mio?” accarezzò il torace.
Gli occhi dello spagnolo s’illuminarono “Mi fa impazzire quando mi dici amore mio”
Jan si spogliò lentamente sotto il suo sguardo attento, poi gli sedette in grembo “Ti desidero come un pazzo, lo sai, vero?”
Miguel tornò a reclamare le labbra. Sbottonò i jeans ansioso di essere dentro di lui.
Lasciata scivolare la camicia sul pavimento, Jan spostò le labbra sul collo, lo leccò con la punta della lingua “Adoro il tuo sapore”
“E io adoro te” Miguel lo penetrò fino in fondo.
Jan ansimò muovendosi sinuoso “Scopami!”
Miguel lo accontentò e alzato il bacino pose le mani sui fianchi per assecondare i suoi assalti “Cavalcami! Scopati su di me!”
“Ti prego, non ti fermare.” Lo supplicò Jan in preda all’estasi.
“Hermosos ojos, mi vuole dire a cosa devo il piacere della sua presenza nella mia casa?”
Vince tornò alla realtà. Non era né il momento né il luogo per lasciarsi invadere dalla gelosia, nemmeno chiedersi il perché di quella fantasia sciocca. Jan non avrebbe mai fatto sesso con Miguel in ufficio né con chiunque altro! Vince alzò la testa e si rese conto che il trafficante non era più in acqua, ma ad un passo da lui e lo guardava con estremo interesse. Era sempre nudo, ma un asciugamano, con il quale si tamponava, celava una parte del torace.
“Vede, io...” balbettò. Cosa diavolo mi sta succedendo?
Santiago sorrise “Sai che non sei niente male? Qual è il tuo nome, dolcezza?”
“Vince” mormorò distogliendo lo sguardo dal corpo bagnato ed eccitato che gli era davanti e lo posò sul viso.
“Di dove sei? Il tuo accento mi è familiare, sei tedesco?” corrugò la fronte.
“Sì, di Berlino. È mai stato in Germania?”
“No” scosse la testa “Cosa ti porta a Miami, Vince?” avanzò di un passo.
“Affari, signor Santiago e sono qui per proporgliene uno”
“Chiamami Estefan, dolcezza” gli lisciò il colletto della camicia “tutto a tempo debito. Siamo ad una festa e io non discuto mai d’affari davanti a delle belle donne, preferisco fare altro” fece l’occhiolino, poi si voltò verso una biondina “Porta da bere al nostro ospite”
“Veramente, non…” Vince tentò di rifiutare.
“Non farti pregare, mi piaci. Sembri un tipo in gamba” avvicinò il viso al suo.
Vince poté avvertire il suo alito, un misto di tequila e tabacco, combinazione che non fece altro che accentuare l’attrazione che provava “Signor Santiago, Estefan... la ringrazio, ma…”
“Non dirmi che sei astemio!” scoppiò a ridere.
“No!” si affrettò a negare “Anzi, accetto volentieri” l’ultima cosa che voleva, era contrariarlo.
Estefan sorrise “Non hai caldo con tutta quella roba addosso?”
“Sto bene” mentì.
In quel momento un palloncino pieno d’acqua lo colpì infradiciandolo da capo a piedi “Merda” imprecò il poliziotto nella sua lingua madre.
L’ispanico scoppiò a ridere, mentre Vince non lo trovò affatto divertente. Stizzito, si tolse la camicia e la strizzò “Se non altro, mi sono rinfrescato” blaterò per sciogliere la tensione.
“Sei proprio tenero” Estefan lasciò vagare lo sguardo sul torace del giovane “un cucciolo da accarezzare!” aggiunse con voce profonda.
Vince fremette, quell’uomo aveva deciso di farlo impazzire! Considerò che avrebbe fatto meglio ad andare via prima fosse troppo tardi “Non avrebbe qualcosa con cui possa asciugarmi?”
Estefan fece un cenno e la fanciulla dai lunghi capelli biondi ritornò con i drink e un asciugamano. Appoggiato il tutto sul tavolo, si strinse al padrone di casa il quale le sferrò una pacca sul sedere. Lei fece un gridolino, ridacchiando. Vince cercò di asciugarsi alla meglio, ma era completamente zuppo.
“Puoi andare, dolcezza” le disse Estefan.
“Non torni da noi, tesoro?” civettò vogliosa “Ci manchi”
“Tra un attimo” le fece segno di allontanarsi.
“Bevi tedesco, è tutto tuo” Vince accettò ma quando gli porse il bicchiere e le dita si sfiorarono, Vince si sentì invadere da un’ennesima ondata di calore. Lo ingoiò tutto d’un sorso, poi tossì, era esageratamente alcolico.
“Troppo forte? Sai, l’ho inventato io, si chiama Orgasmo ed è a base di tequila.”
“Squisito” mormorò Vince mentre la gola chiedeva pietà.
Una delle ragazze, una bella morettina sorrise al tedesco, poi gli fece cenno di raggiungerle, ma Estefan scosse la testa “No, piccola, non vorrai che il nostro ospite entri lì dentro dopo tutto quello che ci abbiamo combinato”
Vince fissò l’acqua torvo. Un’altra ragazza si avvicinò porgendo un accappatoio al padrone di casa. Questi l’indossò, poi strinse il braccio al suo collega “Vieni con me!”
“Dove mi porta?” pensò non fosse prudente restare da solo con lui.
“In un posto dove si può parlare in santa pace” lo condusse all’interno della villa. Dopo aver varcato la porta-finestra, entrarono nel grande salone.
Scesero una scalinata di legno, poi attraversarono un lungo corridoio giungendo di fronte ad una porta. Oltrepassato l’uscio, si ritrovarono in un enorme bagno completamente rivestito in marmo bianco. Al centro, una vasca idromassaggio con i rubinetti d’oro.
“Ti piace la mia Jacuzzi?”
“Caspita” si lasciò sfuggire Vince.
“Mai stato in una di queste?” si voltò.
“In verità, no”
“Cazzo, voi tedeschi non sapete come ci si diverte?” appoggiato il drink sul bordo, aprì il getto d’acqua.
“Che fa?” Vince era preoccupato per ciò che lo attendeva e cosa avrebbero pensato gli altri ascoltando la conversazione? E Jan?
Sono davvero nei pasticci.
“Preparo la vasca, ho bisogno di rilassarmi dopo tutto quel movimento e anche tu” Estefan lasciò vagare lo sguardo lungo il suo corpo “anzi, ho proprio qualcosa che fa al caso nostro” si mosse verso un mobile.
Aprì un cassetto e ne cacciò statuetta scura dalla forma di una divinità, probabilmente africana. Rappresentava una donna dalle grosse mammelle e dal clitoride dalle proporzioni improbabili. “Cos’è?” domandò il tedesco fissando quella strana scultura.
“Una sorpresa” ridacchiò “Ti va di fare due tiri? È purissima”
“Io non…”
“Su, ne hai bisogno, sei così teso”
Il trafficante pose un paio di strisce sul bordo della vasca, poi usò il ‘clitoride’ che, estratto dalla divinità, fungeva da cannuccia. Abbassò la testa e sniffò pulendosi i residui con le dita. Lo invitò a servirsi. Vince, non sapendo come districarsi da quella situazione, fu attanagliato da timori più che fondati.
Merda e se mi sento male? E se vado in overdose? Furono i pensieri sinistri che affollarono la mente dell’infiltrato.
“Non farti pregare, offro io” gli porse la cannuccia.
Vince la strinse tra le dita e, per la prima volta in vita sua, sniffò cocaina. Appena tirata si sentì formicolare il naso. Nonostante il disagio, tentò di rilassarsi per non sembrare un pivello.
Estefan sorrise, poi accorciò la distanza tra loro “Ora ti sentirai meglio” accarezzò il torace attraverso la canottiera.
Vince, avvertendo il tocco della sua mano calda, gemette mentre la droga cominciava ad entrare in circolo. Il cuore accelerò i battiti, la testa divenne leggera, i sensi si acuirono. Si sentiva alla grande e una vampata di calore improvvisa lo convinse a spogliarsi.
“Le dispiace se mi tolgo questa? È bagnata”
“Fai pure, anzi…”
Vince sfilò la canottiera dalla testa restando solo con i pantaloni ormai fastidiosamente stretti. Appoggiò l’indumento sulla poltroncina
Quando lo sguardo di Estefan si posò sugli addominali scolpiti, si leccò le labbra “Caspita, meglio di quanto pensassi! Ti tieni in forma”
“Sì, pratico molto sport” Vince si passò una mano nei capelli.
“Notevole, ma voi tedeschi siete tutti così… dotati?”
Vince arrossì a disagio pensando a Jan che ascoltava ogni parola. Se solo avesse potuto disattivare la trasmittente, ma se poi gli fosse servito il suo aiuto? “Non tutti” ribatté alla domanda sulla prestanza teutonica.
Voltatosi Estefan si avvicinò alla vasca e attivò l’idromassaggio. Nella stanza si diffuse uno strano ronzio. Vince notò un tatuaggio tra le scapole che raffigurava un pipistrello con le ali aperte.
“Li porta sempre qui a discutere di lavoro i suoi ospiti?”
“Solo se ne vale davvero la pena” sorrise.
Tolto l’accappatoio, si voltò per entrare nella Jacuzzi. Al contatto con l’acqua gemette. Lo sguardo si posò sul giovane che gli era davanti “Non entri?”
Vince esitò, poi avanzò verso la vasca, ma Estefan lo bloccò “Spogliati!”
“Non ho il costume”
“E con questo? Su, togli i pantaloni”
Il giovane imprecò mentalmente, ma obbedì. Non poteva mostrarsi troppo pudico, in fondo doveva sembrare uno spacciatore smaliziato non un ragazzino pieno di timori reverenziali.
Si spogliò sotto lo sguardo attento del trafficante, fino a restare in boxer bianchi, poi infilò un piede nell’acqua. Mentre s’immergeva sempre senza staccare lo sguardo dal suo ospite, sospirò leggermente. Non lo avrebbe mai ammesso, ma gli piaceva. C’era qualcosa in lui che lo attraeva, forse era la somiglianza con Miguel oppure il fascino latino. O quello del figlio di puttana, l’antitesi di Jan...
Appoggiata la schiena alla parete della vasca, lasciò ciondolare fuori le braccia. Vince avrebbe voluto risolvere al più presto quella faccenda per potersene andare via, ma temeva non sarebbe stato affatto semplice.
“Allora, Vince” avvicinandosi Estefan lo fissò con occhi come braci “ora che siamo soli, parla!”
“Ho un affare da proporle”
“Dammi del tu” lo corresse.
“Ho un affare molto redditizio da proporti”
“Ti ascolto” ritornò nel suo angolo, appoggiando le spalle contro il bordo.
“Il mio capo vorrebbe acquistare un quantitativo di Diamond”
“Di quante pasticche si parla?”
“Tu quante ne hai a disposizione?”
Estefan scoppiò a ridere divertito “Vuoi farmi credere che ha intenzione di accaparrarsi l’intera partita?”
Vince annuì “Ha molti soldi da spendere”
“Davvero credi che mi lascerei infinocchiare? Ha intenzione di fottermi il territorio?” la voce era all’apparenza calma, ma lasciava presagire tempesta “Se è così, stai sprecando il tuo fiato, anzi, rischi anche la pelle, dolcezza, oltre che il culo”
“Non ha intenzione di invadere il tuo territorio, Estefan” spiegò fingendo calma: “la nostra rete si sviluppa in Europa, per la precisione nell’Europa dell’est; Germania, Bulgaria, Ungheria…”
“In Germania ho dei miei agenti, soprattutto a Lipsia e Berlino”
“Che ne diresti di dividere il raggio d’azione? Lui si rifornirebbe delle pasticche di cui ha bisogno, triplicandoti i guadagni e portandoti altri compratori, ma in cambio tu dovrai lasciare a lui i tuoi traffici in Germania”
Estefan lo fissò pensieroso e Vince continuò “Sembra un accordo più che vantaggioso, no? Tu avresti il monopolio di Miami, lui avrebbe quello dell’Europa dell’est”
“Io non ho il monopolio di questa fottuta città, ci sono dei bastardi figli di una cagna che mi contrastano” replicò con rabbia “ma ancora per poco”
“Siamo al corrente anche di questo, ma se accetterai non saranno più un ostacolo. Saranno spazzati via”
“E chi cazzo sarebbe il tuo capo, Attila?” lo prese in giro. La sua proposta appariva ridicola e inverosimile.
“Uno che non va per il sottile, se qualcuno lo intralcia…”
“Mi stai minacciando?” in un attimo Estefan fu su di lui. Pose le mani ai lati della testa e gli si spinse addosso.
Vince poté avvertire l’imponenza del suo corpo massiccio. Cercò di allontanarlo, ma Estefan lo schiacciò maggiormente.
“Vieni a casa mia ed osi anche minacciarmi?” la bocca era talmente vicina alla sua che, se si fosse sporto di un niente, avrebbe potuto baciarlo “Sai che potrei prenderla male?”
“No, non era mia intenzione” balbettò ansimando, la sua vicinanza gli era pressoché insopportabile.
Santiago lo scrutò cercando di capire se stesse mentendo o meno, poi percepì l’erezione contro la coscia e ghignò “Interessante, ma cosa abbiamo qui?”
“Non starmi addosso”
“A me sembra che apprezzi” tolse una mano dal bordo della vasca e l’immerse nell’acqua planando tra le gambe di Vince.
“Cazzo” imprecò scattando.
“Siamo ben equipaggiati, sento” le dita del trafficante solleticarono il membro attraverso la stoffa dell’intimo ormai inconsistente.
“Lasciami”
“Perché dovrei? Me lo hai fatto rizzare” piegò la testa di lato baciandogli il collo “mi piace il tuo sapore”
Vince gemette ed eccitato mormorò qualcosa nella sua lingua natale. Estefan continuò il suo cammino, ma quando le parole gli giunsero alle orecchie, si rese conto di aver compreso cosa volessero dire. Si bloccò stupito, non era mai stato in Germania e di certo, non aveva mai studiato il tedesco. Si chiese come mai fosse possibile.
Vince si accorse del suo turbamento e lo fissò stranito “Che hai? Ti senti male?”
“Sto benissimo” replicò seccato “Dove eravamo? Ah, si” e ricominciò a palpeggiarlo.
Raggiunta la spalla leccò la clavicola. Tornò verso l’alto, mentre con le dita liberava il sesso. Mentre lo masturbava, sussurrò all'orecchio di Vince frasi che infiammarono il giovane tedesco, il quale buttò la testa indietro e allargò le gambe per fornirgli maggiore accesso. Scariche elettriche si propagarono lungo la schiena.
“Datti da fare, dolcezza!” ordinò Estefan aumentando il ritmo.
Vince allungò la mano, posandola sulla punta del membro che fuoriusciva dal costume. Pensò che in piscina aveva avuto una giusta impressione: era davvero molto dotato. Sfiorò il sesso poi preso coraggio, serrò le dita attorno iniziando a dargli piacere.
Estefan gemendo, avvicinò la bocca alla sua e l’accarezzò con la lingua “Ci sai fare, tedesco”
Lo baciò con violenza premendo per entrare, Vince socchiuse le labbra e rispose con altrettanto ardore lasciandosi inebriare da quel sapore latino.
Usò l’altro braccio per attirarlo a sé, poi gli circondò la vita con le gambe. Le mani si mossero frenetiche sui rispettivi sessi fino al raggiungimento del picco.
“Niente male, hai del potenziale” commentò accarezzandogli i capelli madidi di sudore.
“E tu baci da dio, Estefan” sfiorò il pizzetto sotto il mento. In quel momento notò un’anomalia, qualcosa che gli era sfuggito: uno sfregio sotto la bocca “e questo?” puntò con l’indice la cicatrice.
“Non so, dovevo essere piccolo quando mi sono procurato la ferita” tornò a cercare le sue labbra, tirando quello inferiore con i denti “Ho voglia di fotterti”
Vince sgranò gli occhi e s’irrigidì. Non era di certo preparato a una proposta del genere.
“Ti sto prendendo in giro” ridacchiò “Puoi respirare” si scansò per uscire dalla vasca.
“Dove vai?” gli occhi si posarono sul membro. Un neo grosso quando un fagiolo attirò la sua attenzione. L’osservò a lungo, fino a quando il trafficante non ebbe indossato nuovamente l’accappatoio e annodando la cinta.
“L’incontro è terminato”
Vince, ancora in acqua che cercava di riprendersi dall’orgasmo, sospirò.
“Che c’è? Non dirmi che ti ho già sfiancato” lo prese in giro “Tutta qui la resistenza di voi tedeschi?”
“Neanche per idea!” protestò Vince alzandosi a sua volta. I boxer bagnati gli aderivano mostrando la mercanzia.
“Notevole, davvero notevole” commentò Estefan “Asciugati!” ordinò “Josè ti attende qui fuori per riportarti al locale” e voltandosi per uscire si allontanò.
Vince gli corse dietro. Quando lo ebbe raggiunto, gli afferrò un braccio “Non mi hai dato una risposta”
“Dì al tuo capo che ci penserò. È stato un piacere parlare di affari con te”
Vince arrossì e lui gli sfiorò la guancia con il palmo “Sei davvero carino, la prossima volta potremo provare qualcosa di diverso” avvicinò le labbra all’orecchio “significa che ti scoperò fino a quando non cominci ad urlare”
Vince restò senza parole, ma al solo pensiero, il suo sesso ebbe un guizzo.
“Ora, devo andare. Ho un appuntamento molto importante” aprì la porta e uscì.
“Merda” imprecò una volta solo. Raccattò gli abiti e si vestì.
Lo scagnozzo di Santiago aprì la porta “Seguimi!”
Vince obbedì. Bendato fu riportato al locale, dove venne scaricato senza troppe cerimonie.
Prima di sgommare via Josè si sporse dal finestrino “Avrai nostre notizie”
“E come?”
L’altro gli lanciò un piccolo cellulare argentato “Prendi questo. Quando squillerà saprai che il capo vorrà parlarti” e il fuoristrada partì.
Terrorizzato all’idea che il compagno avesse ascoltato quanto successo con Santiago, si portò le mani alle tempie. Sospirando gravemente, guardò intorno la strada era deserta. Di Jan e degli altri nemmeno l’ombra.