mercoledì 24 febbraio 2010

L'ultima scena capitolo 2

Pairing: Gabriel Merz - Marco Girnth
Rating: NC17
Spoiler: Sesta stagione (più o meno)
Questa storia è completamente frutto della mia immaginazione e non c’è niente di vero.
Capitolo 2

Marco aprì gli occhi guardandosi intorno,l’aroma pungente del caffè lo aveva svegliato. Gli servì qualche minuto per realizzare che si trovava a casa di Gabriel. Un attimo dopo il collega fece capolino dalla porta con in mano una tazza fumante. Indossava solo un paio di boxer neri. Deglutì, ricordò il bacio della sera precedente. Si chiese se l’aveva solo sognato o se fosse accaduto realmente, ma era troppo vivida la sensazione provata.
“Giorno” gli porse il caffè e un sorriso disarmante “mi dispiace che tu abbia dormito sul divano, il letto è grande, potevamo anche dividerlo”.
“Non importa, avevi bisogno di riposare e con me accanto non ci saresti riuscito” sorrise “Come stai?” prese la tazza per poi sorseggiare lentamente la bibita calda “Ieri sei crollato subito”
“Sì, ero proprio cotto” ridacchiò sedendogli accanto “non ricordo nulla”
Marcò non voleva ammetterlo, ma era deluso non ricordasse quello che c’era stato tra loro.
“Non c’è molto da ricordare, ti ho riportato a casa, hai dato di stomaco, poi sei crollato semi vestito sul letto” gli comunicò omettendo il loro bacio, non voleva dirglielo, se non lo ricordava forse non aveva avuto alcuna importanza per lui.
“Sicuro non abbia fatto nulla d’imbarazzante?”
“Sicuro, sei crollato quasi subito” abbozzò un sorriso “Ora, è meglio che vada”
“Non vuoi fare una doccia? Hai dormito vestito?”
“In effetti, sì” rispose Marcò mordendosi il labbro “Grazie”
“Fai come se fossi a casa tua. Io vado a vestirmi così usciamo insieme” e si diresse verso la camera da letto “Ho lasciato la mia macchina agli studi” urlò prima di entrare nella stanza.
Marco si alzò e si recò in bagno, una doccia gli avrebbe fatto bene e gli avrebbe tolto dalla mente pensieri che non avrebbero portato altro che guai.


Giunse il giorno in cui dovevano girare la sequenza della morte di Miguel e tutti sul set erano elettrizzati, era una scena difficile e ogni cosa doveva essere preparata con cura. Marco era in un angolo, con la testa immersa nel copione. Detestava dover recitare quelle battute, piangere al capezzale del suo migliore amico e vederlo morire tra le sue braccia. Alzò lo sguardo, Gabriel era dall’altra parte della stanza, sembrava inquieto, ma allo stesso tempo concentrato. Sapeva quanto fosse impegnativo quel momento e voleva dare il meglio di sé.
Improvvisamente Gabriel alzò la testa e puntò le iridi scure su di lui, sorrise, poi gli fece cenno di raggiungerlo.
In un attimo Marco gli fu accanto, era triste, ma non voleva darlo a vedere “Come stai?”
“Bene” mentì rivolgendogli un sorriso smagliante, ma in realtà era molto nervoso “anche se… ”
“Cosa?” Marco distolse lo sguardo e lo lasciò vagare attraverso la stanza.
“Dovrò morirti tra le braccia” mormorò Gabriel diventando improvvisamente triste.
Marcò tornò a guardarlo “Andrà bene, vedrai”
“Sì, certo” non era questo ciò che voleva sentirsi dire “Siamo professionisti, no?” replicò con voce dura.
“Pronti?” la voce del regista risuonò nel locale e Gabriel si allontanò.
Marco osservò la scena da lontano, l’amico fu impeccabile, il momento della lotta e di quando venne colpito furono molto toccanti. Marco, nei panni del commissario Maybach, entrò in azione correndo al capezzale del collega e amico ferito. Portò una mano dietro la nuca di Miguel e, il viso bagnato dalle lacrime, recitò le sue battute. Gabriel lo guardò e per un attimo sembrò come paralizzato tanto da non riuscire a proferire parola, poi finalmente sembrò riscuotersi e pronunciò le sue ultime parole.
Miguel morì tra le braccia del suo migliore amico e Jan pianse affondando il viso nel suo collo.
“Stop” urlò il registra “Buona”
Marco si alzò in piedi, Gabriel riaprì gli occhi e lo guardò porgendogli la mano, ma l’altro, dopo averlo aiutato, si allontanò senza neanche guardarlo.
Gabriel lo rincorse, costringendolo a fermarsi “Marco? Aspetta, dove vai?”
“In camerino”
“Vengo con te, dobbiamo parlare!”
“E va bene” si avviò verso il camper.
Entrò seguito dall’altro che si chiuse la porta alle spalle.
“Come mai sei così freddo da qualche giorno?” Gabriel non riusciva a comprendere il motivo del suo comportamento.
“Non è vero” negò sfuggendo il suo sguardo “Sono solo ancora turbato, mi è costato girare questa ultima scena”
Gabriel si avvicinò “Ti sembrerà strano ma mentre giravamo ho avuto uno strano flashback"
“Di che parli?"
"Dell'altra sera a casa mia ho ricordato qualcosa, ma vorrei una conferma da te”
Il biondo impallidì "Sei crollato come una pera cotta, Gabriel” lo prese in giro.
Gabriel accorciò la distanza che li separava, gli occhi neri erano lucenti “Io ricordo di averti baciato”
L’espressione di Marco confermò che non lo aveva immaginato, era accaduto davvero.
“Come pensavo” Gabriel sorrise.
“Eri ubriaco, non ha sign…” Marco non riuscì a concludere la parola perché l’amico fu su di lui intrappolandogli le labbra in un bacio pieno di ardore. Marco gli appoggiò le mani sul torace e dopo un attimo di stordimento, si lasciò andare.
Gabriel lo spinse verso il divano insinuandogli le mani sotto la maglietta, il cervello smise di formulare pensieri coerenti. Marco si stese trascinandolo con sé, Gabriel gli morse il labbro inferiore, spingendosi nuovamente all’interno e accarezzandogli la lingua con la sua. Le mani vagavano lungo il corpo cercando lembi di pelle da sfiorare.
Un lieve bussare li distolse, Marco si staccò voltando la testa verso la porta. Gabriel sbuffò per l’interruzione.
“Signor Girnth?”
“Chi è?” rispose ansimando
“Sono Paula”
“Alzati, vuoi farti trovare sul divano in questo stato?” lo spinse via.
“Posso entrare?” domandò timorosa “Devo darle qualcosa”
Gabriel fece una smorfia, aveva capito che aveva un debole per il bel biondo, ma non pensava avrebbe inventato una scusa per entrare nel suo camper. Si alzò aggiustandosi la camicia.
“Avanti” sussurrò.
La porta si aprì e Paula entrò. Tra le mani aveva un plico, i capelli erano sciolti sulle spalle e sulle labbra spiccava un velo di rossetto color porpora.
“Buonasera” arrossì nel trovare anche l’altro attore nel camper, non era pronta ad avere al cospetto entrambi i protagonisti della serie “Salve, signor Merz, signor Girnth”
“Ciao” mormorò, lo sguardo si posò sulla scollatura, non era niente male, la piccola. Si chiese come avesse fatto a non notare quanto fosse carina.
“Ciao, ma cosa ti avevo detto? Chiamami Marco” il biondo le si avvicinò sorridendole. In questo modo tentò di celare il suo imbarazzo.
“Va bene, Marco, ho qui le scene corrette che gireremo domani” abbassò lo sguardo, il rossore era apparso sulle gote.
Gabriel strinse le labbra per la gelosia, non sopportava quell’intimità tra i due. Li osservò con attenzione per cogliere ogni particolare.
“Sei molto gentile, grazie”
“È stato un piacere, ora vado, è tardi” sorrise e si voltò per andarsene.
“A domani, Paula” sussurrò con voce calda che le mise i brividi.
“Notte, Marco, signor Merz”
“Gabriel” la corresse.
Lei annuendo li lasciò soli.
“Vedo che la ragazzina ha una cotta per te” commentò il moro, cercando di non lasciar trasparire la gelosia che provava.
“Dici? È solo gentile”
“Certo” ridacchiò nervosamente “quanto sei ingenuo, mio caro, quella vuole entrare nel tuo letto, è evidente”
“Forse, ma non mi interessa, avrà vent’anni, io ne ho trentacinque e poi, ho moglie e un figlio”
“Da come le parli e la guardi sembra tu voglia scopartela”
Marcò lo fissò “Stai delirando”
“Sì, forse è vero, ma solo per colpa tua” accorciò le distanze, si sporse in avanti e cercò le sue labbra, ma Marco lo allontanò “Che significa?”
“Non è abbastanza palese?” gli occhi neri colmi di desiderio.
“No, non lo è” voleva capire “Perché mi hai baciato?”
Gabriel sussurrò “Forse perché lo volevo e poi, baci così bene”
“Non fare lo stronzo, non giocare con me, Gabriel” gli occhi erano come il ghiaccio. Lo spinse via indietreggiando di qualche passo.
“Giocare?” sgranò gli occhi alle sue parole “Se è così che la pensi, allora…” si voltò per andarsene “non abbiamo più niente da dirci. Meglio che vada e poi, hai una moglie da cui tornare” concluse con dolore.
Aprì la porta, il cuore si era come frantumato in mille pezzettini. Aveva creduto provasse anche lui un sentimento che andava oltre l’amicizia, ma aveva sbagliato e ora ne avrebbe pagato le conseguenze.
“Ci vediamo, Marco”
“Aspetta, Gabriel, scusami, non…” lui però, era già uscito chiudendosi la porta alle spalle.
“Dannazione!” imprecò sferrando un pugno sulla parete.
Sedette sconsolato sul divano, lo aveva ferito. Si sfiorò le labbra, erano gonfie per i baci. Poteva risentire in bocca il suo sapore, il camper era impregnato dell’aroma muschiato della sua acqua di colonia.
Inspirò a fondo per poterne conservare almeno un piccolo ricordo, poi prese il cappotto e uscì.


Il giorno seguente Marco aveva i nervi a fior di pelle, il copione che gli era stato dato giaceva dimenticato nel camper. Il litigio con Gabriel lo aveva scombussolato. Sentiva di aver rovinato il rapporto che c’era tra loro e di non avere più il tempo di recuperarlo. Notò il plico sulla mensola e lo prese.
“Dannazione” sibilò, non lo aveva letto.
Si cambiò d’abito e raggiunse la troupe.
Il regista gli si avvicinò “Marco, che ne pensi delle modifiche? Credo che così la scena sia molto più toccante”
Marco lo fissò imbarazzato quando si rese conto di aver dimenticato il copione che gli aveva portato Paula la sera precedente e quindi di non conoscere le modifiche apportate “Detesto ammetterlo, ma non ho guardato il plico che mi hai fatto avere”
“No? E perché, di grazia?” incrociò le braccia al petto “C’erano dei cambiamenti fondamentali”
“L’ho lasciato nel camerino, ma rimedierò leggendolo ora ” glielo mostrò.
L’uomo scosse la testa allontanandosi, Marco affondò la testa nel plico che aveva tra le mani. Sorrise, non riusciva a credere a quello che stava leggendo “No!” esclamò “È geniale”
Alzò lo sguardo e restò a bocca aperta, a pochi metri da lui c’era Gabriel vestito con un’uniforme da poliziotto di colore verde, una camicia color crema e in testa un cappello. Il cuore cominciò a battere con violenza nel petto, era di una bellezza disarmante. Decise che doveva chiedergli scusa, aveva esagerato. Fece per avvicinarsi, ma fu preceduto da Melanie e suo malgrado dovette rimandare.
Un attimo dopo era tutto pronto per iniziare a girare. Marco si avvicinò a Melanie e Andreas, mentre Gabriel si mantenne in disparte.
Alla fine delle riprese il giovane attore fu circondato da tutta la troupe ansiosa di salutarlo, Marco, invece, restò in un angolo a sorseggiare del caffè. Avrebbe voluto parlargli, ma temeva lo avrebbe respinto. Abbassò lo sguardo e sospirò tristemente, in quel momento, però, fu raggiunto Andreas, che interpretava Hajo, il loro capo. Gli sorrise “Perché sei qui tutto solo, avete litigato per caso?”
Marcò si voltò a fissarlo sorpreso, come aveva fatto ad indovinare?
“Non è difficile da capire, Marco, tu e Gabriel fino a due giorni fa ridevate e scherzavate, mentre ora sembra non riusciate a stare nella stessa stanza”
“Passerà” alzò le spalle.
“Sei arrabbiato perché lascia, vero?” ipotizzò.
“Sì” confessò “ ma in fondo lo capisco, se fossi stato al suo posto, avrei preso la medesima decisione”
“Cerca di chiarire le cose” gli consigliò rivolgendogli un sorriso “Gabriel ti è molto affezionato”
“Anche io e mi mancherà”
Melanie li raggiunse “Stiamo andando in un pub qui vicino a festeggiare, venite?”
“Non sono dell’umore adatto” rispose Marco scuotendo la testa.
“Cosa? Non sarebbe lo stesso senza di te, Gabriel si aspetta che tu venga”
“Devo tornare a casa” inventò.
La loro collega lo guardò stranita “Non puoi perdere questa festa, è in onore di Gabriel”
Marco sentiva lo sguardo di Andreas su di lui e quasi senza accorgersene si ritrovò ad accettare.
“Bene, venite? La notte è giovane e attende solo noi”
“Certo”sospirò Marco pentendosene immediatamente.
Gabriel sedeva tra due ragazze della troupe, ma ogni tanto lanciava uno sguardo al collega e amico che occupava un posto al bancone, spiluccando distrattamente dei salatini.
Era arrabbiato con lui, lo aveva accusato di voler giocare con i suoi sentimenti e questa era una cosa che lo faceva soffrire. Da quel momento l’atteggiamento di Marco era cambiato nei suoi confronti, diventando freddo e distaccato.
Gabriel strinse le labbra, gli avrebbe fatto vedere quanto poco gli importava di lui e della sua opinione. Si concentrò completamente sulle due ragazze che gli erano accanto, astraendosi completamente.
“Gabriel?” lo chiamò una voce profonda.
Il giovane alzò la testa, Marco era fermo davanti al loro tavolo “Non vedi che sono occupato?”
“Devo parlarti, Gabriel, è importante”
“Non puoi aspettare?” gli domandò circondando le spalle di una delle ragazze.
“No”
“E va bene” stampò un bacio sulle labbra di entrambe, poi si alzò. Seguì il collega in un angolo.
“Cosa vuoi?” sbottò seccato.
“Cosa stai combinando con quelle?” era seccato dal suo comportamento.
“Non sono cazzi tuoi, non ti devo alcuna spiegazione” replicò Gabriel alterato.
“Lo so, hai ragione, non mi devi niente, è solo che…”
“Marco, cosa vuoi?” insistette.
“Sto cercando di chiederti scusa, Gabri, ma me lo rendi estremamente difficile”
“Ora, posso andare? Non mi interessano le tue scuse” gli voltò le spalle.
“Ti prego, non odiarmi, Gabri, non penso quello che ti ho detto” continuò Marco senza speranza, sentiva di aver rovinato tutto “forse ero solo turbato”
“Non puoi neanche immaginare quello che ho provato quando…” si bloccò.
Marcò abbassò lo sguardo, non aveva scuse.
Gabriel gli puntò un dito contro, gli occhi erano fiammeggianti “…mi hai accusato di giocare con te. Mi è crollato il mondo addosso”
“Lo so, è la stessa sensazione che provo io” sussurrò Marco
“Come?”
“Sto male, sapere che sei arrabbiato con me quando io…” si bloccò senza riuscire a terminare la frase.
“Quando tu, cosa?” gli si avvicinò.
“Lascia perdere, non ha importanza”
“Sì, ne ha!” insistette costringendolo a guardarlo “Parla!”
“Qui non mi sento a mio agio, possiamo andare in un posto più appartato?” Marco sentiva su di sé gli sguardi di tutti.
Gabriel gli appoggiò una mano sul braccio e lo guidò attraverso un corridoio. Entrarono in una stanzetta vuota
“Ecco, ora mi spieghi di che stai parlando perché non sto capendo nulla”
Marco sospirò prima di riuscire ad aprire bocca “Tengo molto a te, Gabri e detesto questa situazione che si è venuta a creare tra noi”
“Se fosse così non ti comporteresti da bastardo! Mi hai ignorato per giorni e scommetto che non volevi neanche venire. Melanie ha dovuto obbligarti, vero?”
Marco abbassò gli occhi e l’altro comprese di aver indovinato “Come pensavo” mormorò con dolore.
“Sapevo quanto fossi arrabbiato e che non desideravi avermi tra i piedi” ma la verità era un’altra.
“Non ti credo” replicò “Speravi che con il trascorrere dei giorni avrei dimenticato”
“No”
“Sì, invece” sibilò Gabriel “credevo mi conoscessi meglio di così, Marco, mi hai deluso”
“Lo so e non sai quanto sto male al pensiero di perderti, non mi ero reso conto quanto fossi importante per me” non riuscì più a trattenere le lacrime.
“Marco” i lineamenti del viso si addolcirono, non l’aveva mai visto così fragile.
Accorciò le distanze che li separavano, asciugò gli occhi umidi con le dita “Non riesco ad essere arrabbiato con te”
“Mi dispiace di essere stato così stronzo” Marco continuò a scusarsi.
Gabriel lo attirò in un abbraccio affondando poi il viso nel suo collo “Lo so” baciò rumorosamente la spalla.
Marco appoggiò le labbra sulla guancia e immediatamente, Gabriel si voltò per catturarle. Il biondo le socchiuse spingendo la lingua all’interno. Gabriel lo attirò maggiormente a sé circondandogli la vita con un braccio e rendendo il bacio infuocato. Si lasciò sfuggire un gemito mentre si staccava per la mancanza d’ossigeno “Scusami, non sono riuscito a frenarmi”
“Non scusarti, se non mi avessi baciato tu l’avrei fatto io” confessò Marco “non voglio più negare quello che provo” gli sfiorò le labbra gonfie.
“Davvero?”
Per tutta risposta ricominciò a baciarlo spingendosi contro di lui e facendogli percepire la sua eccitazione attraverso la stoffa dei jeans.
“Marco, mio dio” gemette quando la bocca si spostò sul collo succhiando la pelle con forza, lasciando dei segni.
“Ti voglio” gli sussurrò il biondo mordicchiando il lobo dell’orecchio.
“Mi stai facendo impazzire, lo sai, vero?”
“Andiamo a casa tua?” propose Marco con voce carica di desiderio.
Gabriel impietrì, stava sognando. Se era così, sarebbe stato meglio non risvegliarsi mai “Parli sul serio?”
“Secondo te?” gli prese la mano e se la portò tra le gambe “Non lo senti quanto ti voglio?”
“Non sai quanto ho sperato potesse giungere questo momento” si morse il labbro inferiore
Il biondo si alzò intrecciando le dita con le sue “Mi dispiace di averti detto tutte quelle cattiverie”
“Basta parlarne, non importa più” scosse la testa baciandolo ancora.
“Come spiegheremo la nostra fuga?” Marco era preoccupato.
“Nessuno baderà a noi, vedrai” Gabriel rivolse un sorrisetto malizioso. Afferrò il braccio “Vieni, usciamo dal retro”
Attraversarono nuovamente il corridoio, Marco poteva avvertire il calore della sua stretta, immaginò di essere con lui, di fare l’amore e fu colto da un’incredibile eccitazione. Desiderava un uomo, Gabriel, uno dei suoi migliori amici.
Uscirono nella fredda notte. Marco rabbrividì e Gabriel lo attirò in un abbraccio per scaldarlo con il suo corpo “Presto saremo al caldo”
“Ci sono già, con te accanto” si ritrovò a dichiarare.
“Sei venuto con la tua auto?” arrossì leggermente alla sua dichiarazione.
“Sì”
“Vorrà dire che andremo separatamente” concluse il moro, non voleva certo che uno dei due dovesse ritornare a riprendere la macchina “Ci vediamo tra dieci minuti sotto casa, Marco” si staccò da lui e si avviò verso il suo veicolo parcheggiato dall’altra parte della strada.
Marco l’osservò attraversare e sorrise, poi raggiunse la sua Mercedes grigia. Fece scattare l’antifurto ed entrò. Restò per qualche istante in silenzio, con la testa appoggiata allo schienale, sulle labbra un dolce sorriso. Era felice.

martedì 23 febbraio 2010

Soko Leipzig: Liebe und tod in Moskau

video

Per tirarti su NC17




Per tirarti su.

Squadra Speciale Lipsia
Pairing: Jan- Miguel
Prima stagione
Rating-vietato ai minori di 18 anni per scene esplicite di sesso
I personaggi non sono di mia proprietà, mi diverto solo con loro.



Jan stava attraversando davvero un periodo negativo: Benny si comportava da ribelle causando guai a scuola e rischiando più volte la sospensione costringendolo a punirlo. Tutto questo gli rendeva sempre più gravoso il ruolo di unico genitore. Rifletté sulla sua situazione e si convinse che Benny aveva bisogno di una figura femminile accanto e che forse, non era il solo. Aveva dimenticato da quando tempo non frequentava una donna. Invidiava Miguel che non aveva alcuna difficoltà ad approcciare il gentil sesso, mentre lui era sempre timido e impacciato. Quella notte Benny sarebbe rimasto a dormire a casa di un amico e lui aveva deciso di trascorrere la sera vedendo una partita in televisione, giocava il Bayer di Monaco. Tra le mani una birra e un mega panino, era terribilmente depresso, avrebbe voluto chiedere a Miguel di vederla assieme a lui, ma il collega aveva accennato ad un appuntamento.
Sedette sul divano, appoggiò il piatto sulle gambe, sorseggiando la birra. Il suono del campanello lo distolse dalla partita, alzò la testa stupito, non attendeva nessuno.
Andò ad aprire, Miguel era sul pianerottolo, con un sacchetto in mano e una confezione di birre. Jan lo fissò incredulo e l’amico entrò senza dire una parola.
“Che ci fai tu qui?”
“Ho pensato di venire a tirarti su” Miguel appoggiò la roba sul tavolino accanto al divano.
“E il tuo appuntamento?”
L’altro alzò le spalle “Niente di fatto e poi…” sorrise “non sopportavo di vederti così abbacchiato. Sono giorni che sei insopportabile”
“Non è vero” protestò.
“Sì che è vero” avvicinò il viso al suo “la prossima volta organizzo un’uscita quattro, hai bisogno di scopare, collega!” sedette appoggiando i piedi sul tavolino.
“Non essere così volgare, Miguel. Pensi sempre al sesso, tu, vero?” gli spinse giù le gambe “lo rovini così!”
“È la sua mancanza a renderti così musone, Jan” infilò la testa nel sacchetto.
Ridacchiò cacciando una videocassetta “per questo ti ho portato una cosa”
“Cos’è? C’è la partita in tv” protestò Jan afferrandola.
Il viso cambiò colore quando lesse il titolo del film “Le gemelle del piacere” fissò l’amico “non vorrai mica vedere questa roba”
“Certo che voglio e poi, non dire che non penso a te” recuperò la cassetta per infilarla nel registratore “vedrai come ti cambierà la serata”
“Sei irrecuperabile, Miguel” scosse la testa “davvero pretendi che guardi questa porcheria?”
“Porcheria? Non sai cosa dici, è un capolavoro”
“Gemelle del piacere?” represse a stento una risata.
“Benny non c’è vero? È un po’ troppo giovane per questo genere di film” prese il telecomando e accese “mettiti comodo, Jan” batté la mano sul cuscino per invitarlo a sedergli accanto.
Jan sospirò tristemente, non c’era modo di fargli cambiare idea. Prese posto sul divano, gli offrì una birra prendendone una anche per sé.
Bevve un sorso mentre sulla scena apparve una ragazza con le treccine bionde e un succinto babydoll che lasciava poco all’immaginazione. Bussò ad una porta ed entrò senza attendere. Una fanciulla pressoché identica era stesa sul letto a pancia sotto, a gambe divaricate si sfiorava con la mano. Jan si mosse nervoso, lo sguardo di Miguel era invece fisso sullo schermo.
“Ciao sorellina, dormivi?”
“Sono così eccitata, oggi sono stata con il mio ragazzo”
La sorella si stese accanto “Racconta, avete fatto l’amore?”
L’altra rise “Mi ha strappato i vestiti di dosso” continuò a sfiorarsi.
“E poi, che avete fatto?”
“Mi ha toccato”
“E come?”
“Ora te lo mostro” prese la mano e se la portò all’interno degli slip “muovi il dito in questo modo”
I gemiti riempirono la stanza, Miguel lasciò scivolare il palmo sulla propria coscia, poi risalì appoggiandolo sul cavallo dei pantaloni.
Jan sudava, l’atmosfera si stava surriscaldando sia sullo schermo che fuori. Si stava eccitando e non era di certo il solo, Miguel sembrava apprezzare molto quello che vedeva.
Lo sguardo di Jan cadde sull’erezione che premeva sulla stoffa dei jeans dell’amico. Si toccò a sua volta, mentre le protagoniste si lasciavano andare ad un appassionato 69.
“Chissà perché agli uomini eccita sempre vedere due donne insieme” commentò il biondo scrutando la reazione di Miguel.
“Se sono belli anche due uomini possono essere arrapanti, no?” replicò il bruno con un sorrisetto malizioso.
Jan lo fissò esterrefatto “Come? Non dirmi che guardi anche quel genere di film” si rese conto che c’era ancora qualche aspetto dell’amico di cui non era al corrente.
“Mi è capitato un paio di volte, ma per sbaglio” si affrettò a giustificarsi.
“Per sbaglio?”
Intanto la scena sullo schermo si stava evolvendo, le ragazze avevano cacciato da sotto il letto vari oggetti dei quali stavano usufruendo in modo molto soddisfacente.
Miguel gemette leggermente, si sbottonò i jeans insinuando le dita all’interno “Jan, a te non è mai capitato?”
“No” si affrettò a rispondere, quella discussione stava prendendo una strana piega.
“Sai, in uno c’era un biondino davvero notevole” il respiro dello spagnolo era ansimante “aveva una bocca carnosa da perdere la testa ed un corpo scolpito” gli occhi neri si erano spostati su Jan dimenticando il film “quasi come il tuo, sembrava una statua greca”
La gola di Jan divenne secca, Miguel continuò “Sai, devo ammettere che ti somigliava molto. Appena l’ho visto ho pensato a te”
“E che faceva?” Jan si mosse accorciando la distanza che li separava, le gambe potevano quasi sfiorarsi.
“Lo succhiava ad un bel moro” Miguel continuò a toccarsi immaginando Jan al posto di quell’attore. Ansimò al pensiero della sue labbra sull’erezione.
La gamba di Jan strusciò contro quella del compagno, quel discorso lo stava mandando su di giri. Gli sfiorò la coscia con la punta delle dita disegnando dei piccoli cerchi “Ed era bravo?”
Miguel si voltò a guardarlo con desiderio muovendo la mano all’interno dei jeans “Grandioso, Jan Talmente bravo che me lo ha fatto diventare duro proprio come adesso” la voce di Miguel era pressoché impercettibile.
Ai gemiti delle gemelle si erano aggiunti i sospiri dello spagnolo. La mano di Jan risalì lungo la coscia avvicinandosi all’erezione ancora celata dalla stoffa.
Miguel lo fisso con i suoi grandi occhi neri “E tu, Jan?” gli sbottonò i pantaloni.
“Io cosa?”
“Sei duro?” Miguel abbassò i boxer, lasciando sgusciare fuori il membro ormai eretto. Si leccò le labbra “Sì, lo sei”
Anche Jan raggiunse finalmente la patta dei jeans del compagno, gli schiaffeggiò la mano sostituendola con la propria. Le dita lo circondarono percorrendo poi tutta la lunghezza.
Miguel sfiorò, invece, la punta con il pollice facendolo fremere,
“Non torturarmi”
Miguel per tutta risposta cominciò a muovere la mano lungo l’asta.
“Miguel” Jan ansimò “non fermarti”
Lo spagnolo ridacchiò obbedendo, Jan inarcò la schiena senza smettere di dargli piacere.
“Jan, più veloce” lo incitò.
Gli ansiti li eccitarono inducendoli a continuare fino a quando non furono sul punto di raggiungere il picco.
Jan spillò il seme sul torace, ma non smise di masturbarlo.
“Jan, sto venendo” gemette sentendo arrivare l’orgasmo. Un attimo dopo gli inondò la mano con la sua essenza.
Miguel affondò il viso nel collo di Jan, che poteva avvertire il suo alito caldo sulla pelle. Il biondo cercò di calmare il cuore in fibrillazione dopo quello che aveva provato.
“Che pelle morbida, Jan” posò una scia di piccoli baci fino all’orecchio, succhiando il lobo.
Le labbra si spostarono sulla guancia leccandola “Adoro il tuo sapore”
Jan ansimò “Miguel”
Lo spagnolo gli cercò le labbra, sfiorandole la punta della lingua. Lambì ogni angolo prima di spingersi all’interno approfondendo il bacio. Jan si lasciò sfuggire un gemito, prima di lasciarsi trasportare dal desiderio.
Miguel si spinse maggiormente contro di lui, Jan gli circondò la vita con una gamba per aumentare il contatto.
Jan si staccò per respirare, Miguel gli sfiorò la bocca gonfia per i continui assalti “Questa serata si è rivelata più interessante del previsto” sorrise felice.
“Era questo che avevi in mente quando dicevi di volermi tirare su?” sbottò stizzito “ora mi sento anche peggio”
“Perché ti senti peggio?”
“Lo sai il perché”
“Non era programmato, Jan, ma non posso negare di averlo sperato” sulle labbra un sorriso estasiato.
Il biondo si districò dall’abbraccio, alzandosi dal divano. Si aggiustò i pantaloni “Non doveva accadere”
“Perché? Lo volevamo entrambi” non riusciva a comprendere la sua reazione.
“Ci siamo lasciati trasportare dal film, Miguel” replicò “se non fosse stato per quella roba che hai portato non sarebbe successo niente”
Miguel scattò in piedi seccato “Ho capito, meglio che vada a casa” riabbottonò i jeans.
Afferrò la giacca e si mosse verso l’ingresso senza neanche guardarlo “A domani, Jan”
Jan non lo fermò, restò impassibile e solo quando sentì la porta dell’ingresso sbattere si rese conto dell’errore che aveva commesso.

sabato 20 febbraio 2010

Lo soffri il solletico?



Lo soffri il solletico?

Squadra Speciale Lipsia
Pairing: Jan- Miguel
Prima stagione
Seguito di "Dormi bene"
I personaggi non sono di mia proprietà, mi diverto solo con loro.

Il giorno dopo Jan attendeva Miguel sotto casa per la loro corsa. Guardò per l’ennesima volta nel giro di cinque secondi l’orologio, Miguel era in ritardo. Appoggiò le mani sui fianchi camminando avanti e indietro sul marciapiede, a volte era davvero inaffidabile.
Stava per prendere il cellulare e comporre il suo numero, quando lo vide arrivare correndo. Indossava una maglietta nera e dei pantaloncini che arrivavano fino al ginocchio, ai piedi scarpe da ginnastica nere.
“Era ora, Miguel! Sai da quanto è che ti aspetto?”
Lo spagnolo gli rivolse un sorriso disarmante “Esagerato, saranno cinque minuti”
“Venti, Miguel! Sei in ritardo di venti minuti”
“Non ho sentito la sveglia”
“Sì, certo. Saranno state le quattro birre che hai bevuto ieri sera a metterti al tappeto”
“Pensa a correre invece di protestare” si mosse lasciandolo indietro
Jan scosse la testa, lo raggiunse “Ti va di andare alle piste?”
“Per me va bene, facciamo chi arriva prima?”
“Preparati a mangiare la polvere” lo sfidò Jan.
“Vedremo” e scattò in avanti.
“Miguel, non vale” urlò.
Miguel si voltò ridendo, senza diminuire la sua andatura. Jan lo raggiunse per dare inizio alla gara.
Un’ora dopo lo spagnolo si accasciò esausto su prato, Jan aveva vinto per pochi secondi, ma lui era ugualmente soddisfatto per avergli tenuto testa.
Si stese sull’erba rasata appoggiandosi sui gomiti, il sudore gli scendeva dalla fronte inzuppandogli anche i ricci scuri, mentre la maglietta era ormai diventata come una seconda pelle. Afferrò la borraccia e bevve.
Jan lo raggiunse inginocchiandosi accanto senza fiato. Lo fissò bere, le gocce scivolare dalle labbra lungo il mento. Miguel gli porse la borraccia “La prossima volta ti batto, collega”
“Sì, certo” ridacchiò afferrandola e portandosela alla bocca “continua a sognare, Miguel”
“Stavo per fartela, pochi secondi ed ero io a ridere” gli puntò un dito contro. Si stese mettendo le mani dietro la nuca, guardò il cielo plumbeo tipico di quella stagione autunnale. Jan si stese a pancia sotto, le loro gambe si sfiorarono per un attimo provocando in entrambi delle scariche elettriche lungo la schiena.
“Su, alzati, sarà meglio andare se non vogliamo sorbirci una lavata di testa da parte del capo” disse Jan cercando di celare il suo stato d’animo. Si sporse in avanti per stampargli un bacio sulla fronte “e poi, non puoi restare così sudato, ti prenderai un raffreddore”
“Si, papà” ridacchiò Miguel scrutandolo con attenzione. La maglia azzurra era diventata pressoché trasparente, mentre i pantaloni stringevano le cosce tornite. Ciocche bionde gli cadevano sul viso celando i suoi stupendi occhi azzurri Gli si seccò la gola, quel mattino era più bello che mai. Ricordò la sensazione delle sue labbra sulla nuca, non poteva averlo solo sognato.
“Perché mi guardi in quel modo?” domandò Jan scostandosi i capelli dagli occhi.
“Stavo pensando a ieri”
Jan, imbarazzato, distolse lo sguardo, Miguel continuò “Al sogno che ho fatto”
“Davvero?”
“Non vuoi sapere cosa ricordo?”
“Scommetto che c’entrava una ragazza”
“Mi ero appisolato, sai come mi è accaduto ieri in ufficio e all’improvviso, ho avvertito il tocco delle labbra sul collo, dietro la nuca… “ gli occhi erano fissi sul compagno.
“Ed io scommetto che ti ho svegliato sul più bello”
Miguel sorrise “Il solito guastafeste”
Qualcosa diceva a Jan che il furbetto lo stava prendendo in giro “Eri sveglio, non è vero?”
Lo spagnolo non rispose e Jan avvicinò il viso al suo “Perché non hai detto nulla?”
“Perché avrei dovuto farlo?” Miguel accorciò le distanze, infilando una gamba tra quelle di Jan “Era così piacevole il tocco delle tue labbra, Jan, sai che sono molto morbide?” le fissò “Cosa usi per renderle così?”
“Stupido, non prendermi in giro” Jan mise il broncio.
Miguel si sporse in avanti appoggiandogli una mano sul petto avvicinando il viso al suo. Si fissarono per qualche istante, Jan trattenne il fiato, poi Miguel si sciolse dalla stretta scattando in piedi “Andiamo a fare la doccia” gli porse la mano.
Jan gliela strinse e si lasciò tirare su, poi gli appoggiò il braccio sulla spalla “Ina non apprezzerebbe l’odore maschio dopo un’ora di corsa”
“Non sa che si perde”
Jan gli sferrò uno scappellotto dietro la nuca prima di avviarsi verso gli spogliatoi.
Miguel si spogliò velocemente, poi entrò sotto il getto. Gemette quando l’acqua calda gli scivolò lungo il corpo.
“Jan? Guarda che se poi finisce l’acqua calda dovrai lavarti con quella fredda!” gli urlò vedendo che l’amico non lo raggiungeva.
Il collega arrivò, un asciugamano bianco annodato alla vita, il petto sudato e i capelli umidi. Miguel lo fissò incapace di staccare lo sguardo da quel corpo perfetto, Jan si sfilò l’asciugamano ed entrò nella doccia accanto alla sua.
Sulle labbra di Miguel apparve un ghigno, era deciso a giocargli uno scherzetto coi fiocchi. Lo innaffiò con un getto d’acqua “Prendi questo, Jan”
Jan scattò all’indietro scoppiando a ridere “Miguel, peste che non sei altro, mi hai bagnato”
“E tu, pensavi di restare asciutto in una doccia?” l’acqua lo colpì ancora, ma questa volta negli occhi.
“Vuoi la guerra, eh?”
Per tutta risposta Miguel gli fu addosso facendogli il solletico, sapeva quanto l’amico lo soffrisse.
Jan si divincolò indietreggiando, ma Miguel lo spinse fino ad un angolo.
“Smettila! Lo sai che lo detesto!” cercò di proteggersi il corpo dagli attacchi.
“È per questo che lo faccio” scoppiò a ridere.
Le mani si muovevano frenetiche, insinuandosi ovunque, sotto le ascelle, sul collo e infine sul ventre. Due dita gli pizzicarono un po’ pancia e Miguel commentò divertito “Avevi ragione, Jan, stai mettendo su dei bei rotolini”
“Brutto…” Jan gli bloccò le braccia, schiacciandolo contro la parete.
Si spinse contro di lui “Ora chi è che ride, eh?”
Miguel sogghignò senza cercare di liberarsi “Sei forte, Jan e anche terribilmente sexy” gli fece gli occhi dolci.
“Stupido” Jan gli liberò le mani, per sferrargli uno schiaffetto sulla guancia.
Lo sguardo scivolò fino alla cicatrice, ben visibile sotto il labbro. Jan pensava gli desse un’aria vissuta, da duro. Miguel non aveva mai voluto spiegargli come se la fosse procurata e la cosa lo stupiva, di solito era un gran chiacchierone. Era quasi come se si vergognasse del suo passato.
Lo spagnolo approfittò della sua distrazione per sorprenderlo, allungò una mano e gli sfiorò le labbra. Ne segnò i contorni con un dito, Jan s’irrigidì, gli occhi neri di Miguel erano fissi nei suoi.
Un vociare li distolse e un attimo dopo due giovani sui vent’anni fecero il loro ingresso rompendo l’atmosfera.
Miguel ritirò il braccio e Jan tornò mestamente sotto il getto.

giovedì 18 febbraio 2010

Dormi bene




DORMI BENE

Squadra Speciale Lipsia
Pairing: Jan- Miguel
Prima stagione
I personaggi non sono di mia proprietà, mi diverto solo con loro.

Miguel dormiva beato con la testa sulla scrivania e i fogli dei verbali sparsi intorno. Alla fine era crollato nonostante tutti quei caffè ingurgitati in quel bar e le notti in bianco per risolvere finalmente il caso d’omicidio.
Jan, Ina e Hajo si trovavano nella stanza accanto a brindare per la cattura del colpevole, ridevano e bevevano, improvvisamente si resero conto che mancava qualcuno.
“E Miguel?” chiese Hajo stupito, di solito era il primo a farsi vivo se c’era da festeggiare.
Jan sorrise e fece loro segno di seguirlo, aprì la porta dell’ufficio e indicò il giovane commissario.
“Poverino, era stremato” ridacchiò Ina.
“Come fa a dormire così profondamente dopo tutti quegli espressi che ha bevuto” commentò il loro capo.
“Non lo so, è fuori dal comune” Jan, sguardo fisso sul bell’addormentato, non si accorse quasi che i colleghi gli avevano dato la buonanotte. Una volta solo restò lì fermo indeciso su cosa fare. Doveva svegliarlo o lasciarlo riposare? Rifletté sulla scomodità di quella posizione, l’indomani si sarebbe trovato con la schiena a pezzi.
“Dormi bene, Miguel” sussurrò osservando la testa appoggiata sulle braccia, la bocca socchiusa, il respiro regolare. Sembrava così sereno, gli ricordò suo figlio Benny.
Quasi senza rendersene conto infilò le dita nei ricci tenuti a posto da quintali di gel, sorpreso che nonostante questo, fossero morbidi. La mano scese lungo il collo sfiorandolo, Miguel si mosse leggermente, Jan ritrasse la mano timoroso, non avrebbe saputo come giustificare il suo gesto nel caso in cui avesse aperto gli occhi. Non accadde. Jan prese coraggio, si sporse in avanti appoggiando la bocca sulla nuca e deponendovi un bacio. Le labbra si spostarono in alto fino all’attaccatura dei capelli, era un punto che adorava, non si sarebbe mai stancato di vezzeggiarlo. Lo sentì mormorare qualcosa nel sonno, ma non capì cosa stesse dicendo, era così tenero mentre dormiva. Indugiò per qualche istante ad accarezzarlo dolcemente poi decise che era giunto il momento di porre fine al suo sonno.
“Miguel” sussurrò sfiorando l’orecchio con un piccolo bacio.
Lo spagnolo si mosse senza aprire gli occhi, Jan insistette “Miguel, svegliati, torniamo a casa”
“Jan”
“Sì, piccolo, sono io” gli appoggiò una mano sulla spalla.
Finalmente gli occhi neri si aprirono e si puntarono su di lui, Miguel alzò la testa stiracchiandosi e sbadigliando.
“Dormito bene?” sulle labbra un sorrisetto.
“Per quanto tempo sono stato ko?”
“Una mezz’ora” sedette sulla scrivania con le braccia incrociate al petto “sai che sei davvero carino quando dormi, Miguel?”
“Scemo” mise il broncio “Ho fatto uno strano sogno”
Jan fremette “Davvero?”
“Sì, ma ora… “ si grattò la fronte “non lo ricordo più”
Miguel si alzò, prese la giacca indossandola “Ti va una birra?”
“Sai che sono a dieta”
“Jan, si può sapere perché stai facendo questa cavolo di dieta?” lo squadrò con attenzione “Hai un fisico perfetto e poi, con tutto lo sport che fai una birra la smaltisci”
“A proposito, domani non darmi buca come al solito. Alle otto sotto casa mia per la solita oretta di jogging”
“Jan” si lamentò facendo una smorfia.
“Nessuna scusa, hai questa pancetta che…” lo toccò attraverso la maglia nera.
“Pancetta?” sgranò gli occhi “Dici sul serio?”
Jan ridacchiò continuando ad accarezzargli il ventre, Miguel abbassò lo sguardo “Ti diverti a prendermi in giro, vero?”
“Molto”
Miguel s’indispettì accorciando le distanze “Ti odio quando fai così” i visi potevano quasi sfiorarsi.
“Una bella corsa non può che farti bene, Miguel”
“Solo se ritiri la tua affermazione” gli puntò un dito contro “ripeti dopo di me, Miguel, tu non hai la pancetta”
“Miguel, tu non hai la pancetta” alzò gli occhi al cielo.
“Miguel, tu hai un fisico tonico e scolpito”
“Sei un bambino, lo sai questo?” Jan era divertito.
“E tu perfettino”
“E con questo? Non è un difetto” replicò indispettito.
“Dipende dai punti di vista, mi fai sembrare…” cercò la parola da dire “non all’altezza”
“Cosa? Ti senti così?”
Miguel distolse lo sguardo “Non farci caso, è la stanchezza che mi fa dire sciocchezze”
“No, ora parli! Ti faccio sentire inadeguato? Non all’altezza?”
“A volte, sai io sono il caciarone, lo scapestrato e…”
“Solo perché sei più giovane! Sei un ottimo poliziotto, Miguel, nessuno di noi lo mette in dubbio!” esclamò accarezzandogli una guancia “Uno dei migliori”
Sulle labbra di Miguel apparve un sorrisetto “Vieni, ti offro una birra!”
Jan fece per rifiutare ancora poi cambiò idea “Certo, se offri tu, perché no?”
Miguel gli appoggiò una mano sulla spalla per condurlo fuori.

giovedì 11 febbraio 2010

mercoledì 10 febbraio 2010

L'ultima scena capitolo 1

L’ultima scena


Pairing: Gabriel Merz - Marco Girnth
Rating: NC17
Spoiler: Sesta stagione (più o meno)
Questa storia è completamente frutto della mia immaginazione e non c’è niente di vero.


L’ultima scena


Pairing: Gabriel Merz - Marco Girnth
Rating: NC17
Spoiler: Sesta stagione (più o meno)
Questa storia è completamente frutto della mia immaginazione e non c’è niente di vero.


Capitolo 1


Era una mattina di novembre, l’aria era fredda e una pioggerellina cadeva lenta su Lipsia, Marco Girnth era seduto nella roulotte che gli avevano adibito a camerino, quando bussarono alla porta. Entrò una delle assistenti del regista, sui vent’anni, bionda, con grandi occhi verdi e un fisico minuto. Tra le mani stringeva un copione.
“Signor Girnth, il copione del prossimo episodio” lo porse all’attore, non riusciva a sostenere il suo sguardo, quegli occhi azzurri la intimidivano e ogni volta che le sorrideva le guance diventavano color porpora.
“Grazie…” la guardò cercando di ricordare il suo nome e lei mormorò “Paula”
“Grazie, Paula” le alzò il mento con un dito “ma non chiamarmi signore, mi fai sentire vecchio, Marco sarà più che sufficiente”
“Io…” i loro sguardi si incontrarono e lei si sentì venire meno, quell’uomo era di una tale bellezza che averlo vicino la scombussolava completamente.
“Gabriel è già arrivato?” domandò poi sfogliando distrattamente il plico.
“Il signor Merz è nel suo camerino”
“Grazie” sorrise, desiderava discutere con il collega di una scena che dovevano girare.
“Lo avverto che desidera parlargli?”
“No, grazie, vorrei, prima, dare un’occhiata a questo” e tornò a sedere.
Affondò la testa nel copione dimenticandosi della sua presenza, lei uscì abbozzando un saluto con un filo di voce.
Marco cominciò a leggere, ma quando raggiunse a metà sgranò gli occhi e impallidì, doveva esserci un errore.
Buttò il copione sul divanetto e uscì dal camper come una furia, raggiunse il regista che sedeva sulla sua sedia con la testa affondata nel computer. Lo fronteggiò “Che significa?”
L’uomo alzò la testa “Di che parli?”
“Di che parlo? Della scena della morte di Miguel, è uno scherzo, vero?”
“No” la sua risposta fu semplice e concisa “accadrà nel prossimo episodio”
“Non riesco a crederci, ma perché?” era sconvolto.
“Gabriel voleva andarsene”
“Cosa?” provò un dolore in pieno petto a quella notizia.
“Sente che il suo personaggio non ha lo spessore e la visibilità che ha il tuo e ha deciso di lasciare”
“Non è possibile!” esclamò infilando una mano nei capelli biondi “Perché non me ne ha parlato?”
“Non ne ho idea, vai a prepararti, tra mezz’ora si gira” gli ordinò.
Marcò si voltò e senza dire altro si diresse verso il camper di Gabriel, non poteva andarsene, almeno non fino a quando non gli avesse spiegato il vero motivo. Bussò, ma entrò senza attendere risposta, Gabriel era in piedi con un caffè in una mano e il copione nell’altra. Quando lo vide le labbra si aprirono in un sorriso “Marco, ciao, caffè? Mando Paula a prendertelo?”
“Quando me lo avresti detto, Gabriel?” era davvero arrabbiato.
Gli occhi neri si puntarono su di lui “Di che parli? Dell’episodio che dobbiamo girare?”
“Certo, perché non mi hai detto che vuoi mollare Soko? Credevo fossimo amici, non solo due che lavorano insieme” dolore traspariva dalla voce.
“Lo siamo, Marco” si avvicinò mettendo giù il bicchiere e il copione. Gli appoggiò una mano sulla spalla “mi spiace di non avertelo detto, ma non riuscivo a trovare il momento adatto”
“Dannazione, perché? E poi, perché far morire il tuo personaggio? Non potevano trovare un’altra soluzione?”
“Miguel è spericolato, non poteva che fare un’uscita ad effetto” cacciò la lingua tra i denti.
Gli occhi azzurri di Marco si rattristarono, non poteva sopportare l’idea di non averlo più intorno, di non girare con lui, ma la cosa che temeva di più era di perdere la sua amicizia.
“Non cambierà niente” la mano si spostò sul suo viso “resteremo sempre amici, io tengo molto a te”
“Devo andare a prepararmi” distolse lo sguardo e scivolò via dal suo tocco.
Fece per uscire, ma la voce di Gabriel lo bloccò “Non sei arrabbiato, vero?”
“Ti aspetto sul set”
“Certo” sussurrò, ma dentro di sé sentiva che fosse in collera.
Quel pomeriggio girarono una scena dell’episodio “Mein Freund” i due attori furono impeccabili come sempre, ma in Marco c’era qualcosa di diverso, i suoi occhi erano tristi e vuoti.
Una volta che ebbero terminato le riprese si ritirò nel suo camper per poi tornare a casa, ancora qualche giorno e non avrebbe più lavorato con Gabriel. La cosa lo sconvolgeva più di quanto non volesse. Sedette sconsolato sul divanetto e appoggiò la testa allo schienale, si massaggiò le tempie, gli era scoppiato un fastidioso mal di testa.
Udì bussare alla porta, sospirò, non era dell’umore per vedere nessuno, ma poteva essere importante “Avanti, chi è?”
Il portellone si aprì ed entrò Gabriel, indossava un cappotto di pelle lungo fino alle ginocchia e un maglione a mezzo collo nero “Marco?”
Il biondo alzò la testa e lo fissò per un istante, poi appoggiò la testa sulla spalliera. Si portò una mano davanti agli occhi “Ciao, Gabriel, stai andando via?”
“Sì” poi si rese conto del suo malessere “Che hai?”
Si avvicinò sfilandosi il cappotto e appoggiandolo su una sedia “Stai male?”
“Mal di testa”
S’inginocchiò davanti a lui “Aspetta, ho un metodo infallibile” appoggiò le mani sulle tempie e cominciò a massaggiarle. Marco trattenne il respiro, il tocco delle sue mani calde era prodigioso, sembrava quasi avesse il potere di attenuarlo “Va meglio?”
“Sì” gemette chiudendo gli occhi e lasciandosi andare alle sensazioni che stava provando “fantastico”
“Mi dispiace” sussurrò Gabriel allontanando le mani.
Marcò lo guardò “Per cosa?”
“Per non averti detto come stavano le cose, che volevo andarmene”
Marco non replicò, lasciandolo continuare “Era da un po’ che ci pensavo, in questi ultimi tempi sentivo che a Miguel non gli era stato dato lo spazio che invece avrebbe meritato, che non era…”
“Valorizzato?” concluse al suo posto.
“Sì”
“Allora, fai bene, se pensi che altrove tu possa ottenere un ruolo migliore, devi tentare” gli costava dirgli quelle parole, ma si trattava della sua carriera.
“Mi mancherai” sussurrò Gabriel “trascorriamo così tanto tempo insieme che mi sembrerà così strano non farlo più” gli prese il viso con entrambe le mani e lo baciò sulla fronte.
Marco lo fissò con il cuore in gola. Deglutì leggermente, la sua vicinanza lo confondeva.
“Ci vedremo ancora, Marco, non credere di liberarti di me” sorrise dolcemente, non tollerava neanche l’idea di non rivederlo più, gli era troppo affezionato.
“Resterai a Lipsia, vero?” gli domandò l’altro abbozzando un sorriso.
“Per il momento. Ho un appartamento qui” alzò le spalle “ farò avanti e indietro da Berlino”
“Quando vorrai potrai restare da noi, sai che sarai sempre il benvenuto a casa nostra, Gabriel” appoggiò la mano sul braccio sinistro del compagno.
“Grazie, sei un vero amico” dopo un attimo di esitazione gli domandò “Ti va di bere una cosa?”
“No, grazie, devo tornare a casa” Marco scosse la testa.
“Perché non resti da me? Dai, avverti tua moglie che rimani a Lipsia, festeggiamo” cercò di convincerlo.
“E cosa c’è da festeggiare? Ci abbandoni” gli occhi azzurri erano tristi.
“Abbiamo ancora vari giorni di riprese, Marco e non fare il musone”
Il biondo scoppiò a ridere “E va bene, solo un drink che poi devo tornare a Berlino”
“Come vuoi, andiamo” prese il cappotto e lo trascinò fuori, era da tanto che desiderava trascorrere del tempo da solo con lui.


Gabriel sorseggiò la birra scura, Marco addentò il suo hot dog, la senape colò sporcandogli le dita “Dannazione” se le portò alle labbra.
L’amico gli passò un tovagliolino di carta senza staccare gli occhi da lui “Sei un disastro”
Marco rise “Ne hanno messa un po’ troppa”
Gabriel si sporse con un fazzolettino per aiutarlo, le dita si sfiorarono. Marco alzò lo sguardo perdendosi nei suoi grandi occhi neri “Grazie”
Il moro allontanò la mano, prese il suo boccale di birra e la bevve con un solo sorso. Ne ordinò un’altra facendo cenno alla cameriera, una biondina con le curve al punto giusto. Lei sorrise maliziosa e quando si avvicinò gli sussurrò qualcosa nell’orecchio passandogli un fazzolettino, Marco sbirciò e vide che c’era scritto un numero di telefono. Scosse la testa, era davvero incredibile quanto le donne fossero attratte da lui, ma perché continuava a stupirsi? Era bello, famoso, ricco, aveva tutto quello che una donna potesse volere in un uomo. L’unico ostacolo erano una fidanzata e i figli che vivevano con lei.
La ragazza si allontanò soddisfatta e Gabriel sospirò “Cosa farò io alle donne, tutte mi cercano”
“E sì, ma mi sembra chi dimentichi di essere impegnato, amico mio”
Lui sbuffò “Diciamo di sì”
“In che senso?
“Vedi, in realtà, le cose non vanno molto bene tra noi” spiegò grattandosi la fronte.
“Mi spiace” non gli aveva mai accennato nulla.
“Sì, il fatto è che non ci vediamo quasi mai. Spero che quando termineranno le riprese potrò stare un po’ con lei e i ragazzi”
“Vedrai che le cose si sistemeranno” appoggiò una mano sulla spalla.
“Lo spero, non vorrei perderla” si rattristò.
Marco decise di cambiare argomento “Carina, quella ragazza, ti ha dato il suo numero? Hai intenzione di chiamarla?”
“Non so”alzò le spalle “non era il mio tipo, troppo formosa”.
“Perché hai preso il suo numero, allora?”
“Sono un gentiluomo, si sarebbe sentita rifiutata” gli spiegò.
“È difficile capire i tuoi ragionamenti, Gabriel” ridacchiò Marco.
Gabriel sorseggiò la sua ennesima birra “Esageri, come sempre, Marco. Piuttosto, dovremo uscire tutti insieme, una di queste sere, anche con Andreas e Melanie”
“Certo” bevve, poi infilò in bocca l’ultimo pezzo di hot dog.
“Quante ne abbiamo passate in questi sei anni, eh, Marco?” Gabriel alzò la mano e ordinò una porzione maxi di patatine fritte.
Marco portò il boccale di birra alle labbra e ne bevve un lungo sorso “Ricordi quando abbiamo girato l’episodio dell’agenzia per i cuori solitari? Quella morettina ti aveva fatto davvero un bell’effetto.”
Gabriel cambiò espressione “Era uno schianto, Marco e quegli occhi neri” ridacchiò diventando leggermente rosso “anzi, visto che stiamo parlando di questo, devo confessarti una cosa”
Il biondo posò le iridi azzurre sul suo viso e notò che era imbarazzato, cosa doveva confessargli di tanto grave?
“Sono stato con lei”
“Cosa?” era incredulo.
“Sì, una sola notte, ma è stato…” ridacchiò e si morse il labbro inferiore.
“Così bello?” appoggiò il boccale sul tavolo e si sporse verso di lui.
Gabriel avvicinò il viso al suo e sussurrò “Sappi solo che ha una bocca di fuoco”
L’altro deglutì e si mosse agitato sulla sedia “Ti ha fatto un…?”
“Uno? Quella ragazza era insaziabile, mio caro”
“Si era creata una certa alchimia tra voi, ma non avrei mai pensato che saresti finito a letto con lei” commentò l’amico.
Gabriel ridacchiò “Una vera tigre, avevamo appena terminato di girare, io ero nel mio camper pronto ad andare via quando la porta si è aperta e lei è entrata. Marco, non puoi immaginare come era sexy. Indossava una camicetta di seta bianca, e una minigonna nera. Uno spettacolo. Senza dire una parola si è avvicinata per baciarmi”
“Cosa?”
“Già, mi ha baciato, poi mi ha guardato con i suoi occhi neri e mi ha sorriso. La mano è scesa alla cerniera e lo ha cacciato fuori. Si è inginocchiata e…”
Marcò sentì i pantaloni diventare stretti, si stava eccitando con quel racconto.
“Il resto puoi immaginarlo” cacciò la lingua tra i denti e sorrise malizioso “mi ha fatto un servizio che non dimenticherò mai”
“Diamine” la mano scese tra le gambe, aveva un’erezione.
Gabriel lo scrutò con attenzione “Tutto bene?”
“Sì, certo” fece finta di niente e sorseggiò lentamente la birra “e come è andata a finire?”
“Abbiamo fatto sesso, nel mio camper e poi a casa sua” rispose “una cosa da non credere”
“Perché non me lo hai detto? Sei un cialtrone” lo rimproverò l’amico.
“Non pensavo ti interessassero le mie esperienze sessuali, Marco e se proprio vuoi saperlo, non è stata l’unica volta che sono stato con delle attrici della serie”
“Eh? Davvero?” sgranò gli occhi.
“Certo, non sono un santo come te, ho i miei bisogni” replicò alzando gli occhi al cielo.
“Per chi mi hai preso? Anche io ho avuto le mie avventure, ma non sul set e non da quando sono sposato”
“Appunto, sei un santo” lo prese in giro ridendo “Sei sposato da sette anni e non hai mai desiderato di fare sesso con un’altra? Devo ammetterlo, Marco, sei davvero un uomo fuori del comune”
“Certo che l’ho desiderato, ma tra il volerlo e il farlo c’è un abisso” protestò mettendo il broncio.
“Dai, non fare così, è un complimento il mio” si sporse in avanti appoggiando una mano sulla guancia.
Marco si sentì invadere da un insolito calore, forse aveva davvero bevuto troppo per quella sera.
“Devo andare, Gabriel, non arriverò mai a Berlino altrimenti” si alzò, lasciando i soldi del conto sul tavolo.
“Mi accompagni a casa? Non sono in grado di guidare” Gabriel si alzò a sua volta, non si sentiva per niente bene.
“Certo, ho l’auto qui, dietro l’angolo” gli fu subito accanto notando che aveva qualcosa di strano “avresti dovuto mangiare qualcosa di più oltre alle patatine”
“Hai ragione, come sempre tra noi sei tu il più saggio. A volte mi ricordi Jan”
“E tu Miguel, ti comporti da immaturo agendo così, Gabriel” lo rimproverò.
“Si, papà” ridacchiò prendendolo in giro.
“Stupido, io lo dico perché ti voglio bene e mi piange il cuore vederti così” gli cinse la vita con un braccio per sorreggerlo.
“Se fai così sembriamo una coppia, Marco” Gabriel sorrise malizioso.
“Mi sa che hai bevuto troppo, mio caro, vieni, ti porto a casa” scosse la testa e lo condusse all’esterno.
L’aria fredda l’investì, era solo novembre, ma sembrava volesse mettersi a nevicare “Andiamo, si gela”


In pochi minuti arrivarono sotto casa di Gabriel, Marco spense il motore, ma l’amico non accennava a scendere.
“Siamo arrivati”
“Non sto bene, Marco” gli occhi erano chiusi e la testa poggiata sullo schienale “Mi viene da vomitare”
“Dai, scendi, un po’ d’aria fredda ti farà bene” aprì la portiera e scese, poi andò dalla parte del passeggero aiutandolo a scendere.
“Stai meglio?” gli domandò.
“Sì” mentì, gli girava la testa e lo stomaco era sottosopra “non preoccuparti”
“Non posso lasciarti in questo stato” gli accarezzò la fronte, era madida di sudore.
“Puoi restare, te l’ho detto, ormai è tardi per tornare a Berlino”
“Va bene” sorrise “non mi va di andarmene sapendoti in questo stato”
“Sei un tesoro, Marco”gli sorrise “mi mancherà tutto questo”
Queste parole furono come una pugnalata, aveva dimenticato che presto lui sarebbe stato lontano e che non avrebbero avuto più occasione di trascorrere serate come quella.
“Per te ci sarò sempre, lo sai”
“Sì, ma non sarà lo stesso” divenne improvvisamente tristi.
Marco abbassò lo sguardo “Saliamo, devi stenderti”
“Mi gira la testa” si appoggiò delicatamente a lui.
“Dannazione, ma quante birre hai bevuto?” gli domandò in ansia “Domani sarai uno straccio, come farai a girare?”
“Starò bene” replicò “mi basterà qualche ora di sonno per tornare fresco come una rosa”
“Sì, certo” mormorò per nulla convinto.
Una volta nell’appartamento, Marco seguì Gabriel in camera. Si guardò intorno, gli piaceva molto la sua casa, era bella, anche se piccola, aveva una stanza da letto, un salottino, cucina e un bagno.
Gabriel si tolse il cappotto, lo lanciò sulla poltrona, sedette sul letto e si lasciò sfuggire un lamento
“Tutto bene?” Marco si avvicinò e gli appoggiò una mano sulla spalla ”Stenditi, dai”.
In quel momento Gabriel scattò in piedi e corse fuori. Marco udì sbattere la porta del bagno.
“Dannazione” l’amico lo seguì preoccupato.
Bussò alla porta “Gabri? Posso entrare? Hai bisogno di aiuto?”
“Sto bene” non fu molto convincente.
Marco aprì la porta ed entrò, Gabriel era seduto sul pavimento, il volto era bianco come le piastrelle delle pareti e la fronte lucida di sudore.
“Gabri” gli si accovacciò accanto.
“Sto meglio, Marco, non preoccuparti” abbozzò un sorriso. Si alzò e andò al lavandino per sciacquarsi la bocca e il viso.
Si guardò allo specchio “Cazzo, sembra che mi sia passato un treno sopra”
“Si può sapere quante birre hai bevuto?” lo rimproverò.
“Tre o erano quattro?” non riusciva a ricordare.
“Vieni, devi stenderti” gli circondò la vita con un braccio, Gabriel sorrise, gli piacevano quei contatti tra loro.
Lo fece sedere sul letto, si avvicinò “Faccio io” dichiarò vedendo che aveva problemi con il maglione. Glielo sfilò e lo appoggiò sulla poltrona, Gabriel si slacciò le scarpe e le lanciò lontano, desiderava solo stendersi e dormire.
Restò con la canottiera bianca e jeans, si stese e chiuse gli occhi. Marco tornò in bagno, prese un asciugamano e lo passò sotto il getto d’acqua.
Ritornò da Gabriel, aveva la testa appoggiata sul cuscino e gli occhi chiusi. La canottiera si era alzata lasciando intravedere la pelle scoperta della pancia. Lo sguardo si soffermò sugli addominali e la bocca diventare secca. Scosse la testa, stava davvero perdendo il senno, si sporse verso di lui
Gli appoggiò l’asciugamano bagnato sulla fronte. Gabriel sospirò di sollievo, poi riaprì gli occhi perdendosi nelle iridi azzurre dell’amico “Grazie, Marco”
“E di cosa? Ora, riposa” gli accarezzò una guancia “ Io sarò nell’altra stanza”
“Il letto è grande” sussurrò “resta qui”
“Dormirò sul divano, non preoccuparti” gli sedette accanto.
“Mi mancherai, davvero” gli confessò Gabriel “questi sei anni sono stati molto importante, per me sei diventato quasi un fratello”
“Ora mi fai arrossire” il biondo era spiazzato da quelle rivelazioni, gli appoggiò una mano sul braccio.
“Sei così tenero e premuroso”
“Dovresti dormire, Gabriel altrimenti domani sembrerai un zombie” si sentiva strano vicino a lui, non riusciva a capire cosa gli stesse accadendo. Era inspiegabilmente attratto da lui, forse Gabriel non era l’unico ad aver bevuto troppo.
“Uno zombie sexy, però” ridacchiò l’altro.
Marco scoppiò a ridere “Certo”
Gabriel divenne improvvisamente serio, gli portò una mano dietro la nuca. Lo attirò verso di se, posando le labbra sulle sue. Fu un bacio delicato, ma bastò a scatenare una moltitudine di sensazioni in Marco. Il cuore cominciò a battere con furia nel petto, le dita strinsero il lenzuolo. Non riusciva a credere che Gabriel lo stesse baciando.
Il moro si staccò “Baci bene, sai?” chiuse gli occhi
“Gabriel, perché tu…?”
Non rispose, Marco s’interruppe, l’amico era ormai profondamente addormentato.
Sospirò, gli posò un bacio sulla fronte e si alzò dal letto lasciando la stanza. Una volta solo si stese sul divano e cercò di addormentarsi. Erano le 4, il mattino seguente avrebbe fatto fatica a girare.
Incrociò le braccia dietro la nuca e chiuse gli occhi, ma non riuscì a dormire. Quel bacio lo aveva confuso, cosa significava per lui? Era solo per ringraziarlo o nascondeva altro? Mille dubbi e domande si affollarono nella mente. Solo quando le prime luci dell’alba filtrarono dalla finestra, il sonno ebbe il sopravvento.

venerdì 5 febbraio 2010