venerdì 20 gennaio 2012

Steve and Danny: Without you

Un altro video della coppia Steve - Danny da Hawaii Five-O

martedì 17 gennaio 2012

Una babysitter particolare




Una babysitter particolare

Soko Leipzig
Spoiler: ultime puntate trasmesse
I personaggi non mi appartengono

La serata era iniziata davvero storta. La rabbia che provava gli impediva di ragionare lucidamente. Non riusciva a credere che Leni fosse uscita di casa sbattendo la porta. Il litigio si era protratto per più di un’ora con urla, recriminazioni e accuse fino a quando lei non  era andata via. Guardando l’orologio ipotizzò si fosse rifugiata da suo padre ed imprecò mentalmente, pensando che l’indomani avrebbe dovuto subire anche una sua ramanzina, visto che oltre ad essere suo suocero era anche il suo capo.
Jan cullò la Charlotte che, in lacrime, strillava ormai da ore senza che riuscisse a calmarla. Non era mai stato bravo con i bambini. Perfino quando Benny era piccolo aveva faticato a farlo dormire o anche a dargli da mangiare. Ma Charlotte sembrava inconsolabile. Forse percepiva l’atmosfera tesa o i suoi nervi tesi  o probabilmente aveva solo una piccola colica. Jan non sapeva davvero cosa inventarsi per farla smettere di piangere. Aveva provato di tutto e in quel momento percorreva il corridoio avanti e indietro con la piccola tra le braccia sussurrandole qualunque cosa gli venisse in mente. Tentò di cantarle una ninna nanna, ma fu inutile, gli strilli aumentarono d’intensità.
“Amore, piccola, ti prego, mi stai mandando al manicomio!” una smorfia gli deformò il viso. La stanchezza cominciò a prendere il sopravvento, ma di dormire proprio non se ne parlava.
Preso dalla disperazione, alzò il telefono e compose un numero che conosceva a memoria.
“Ehi, dormivi? Si dispera. Vieni, ti prego, sei la mia unica speranza!”
Quando ottenne una risposta positiva dall’altra parte della cornetta, i suoi muscoli si rilassarono e le labbra si aprirono in un dolce sorriso. Charlotte lo fissò con i suoi occhi azzurri, stringendo i pugni e strillando con tutto quanto il fiato che aveva in gola.
“Lo so, amore, lo so. Ti manca la mamma!”
Pochi minuti dopo il familiare trillo del campanello lo fece sospirare di sollievo e stringendo il piccolo batuffolo tra le braccia, raggiunse l’ingresso. Il vice commissario Vince Becker sostava sul pianerottolo, mani in tasca e naso rosso per il freddo.
“Hai fatto presto!” lo accolse, gli occhi gli brillavano.
“Ti ho sentito così disperato!” entrò togliendosi il cappotto e la sciarpa. Una volta all’interno dell’appartamento il tepore dei termosifoni lo coccolò ritemprandolo. Guardandosi intorno, si rese conto che non solo Leni non c’era, ma che non sarebbe neanche tornata per la notte.
Evitando di porre domande imbarazzanti, si limitò a salvare Jan dalla neonata urlante. La strinse tra le braccia e le sussurrò qualcosa a bassa voce.
Osservandolo, Jan ricordò la prima volta in cui Vince si era trovato nella stessa stanza con Charlotte. Aveva l’immagine vivida nella mente. Vince davanti alla culla, lo sguardo diffidente e una leggera smorfia sulle labbra, mentre la bambina piangeva disperata. D’istinto, Vince aveva allungato la mano e Charlotte gli aveva afferrato il dito stringendolo con forza. Con sorpresa di Jan, ma anche dello stesso giovane commissario, in quel momento le urla erano cessate. Dopo un paio di versetti, aveva chiuso gli occhi addormentandosi profondamente.
Un miracolo. Vince aveva il potere di calmare Charlotte. Gli venne da ridere pensando alle facce contrariate del collega, quando lui tentava di fargli ascoltare i primi vagiti della figlia, al telefono. Ma in Jan c'era sempre stata la speranza che Vince potesse affezionarsi a lei e così era stato.
Immerso nei suoi pensieri non si rese conto del silenzio che ormai regnava nella stanza. Charlotte si era finalmente placata. La manina della piccola stretta intorno al dito di Vince e gli occhioni azzurri fissi su di lui. Jan si avvicinò, ma l’amico gli fece segno di non parlare fino a quando non si fosse addormentata.
Restò a cullarla per qualche altro minuto, poi la piccola finalmente entrò nel mondo dei sogni. Vince la depose con delicatezza nella sua culla nella cameretta accanto alla stanza di Jan e Leni. Socchiuse la porta e raggiunse l’amico e collega, nel piccolo corridoio.
“Dorme” gli sorrise.
“Sei un angelo, Vince” mormorò indietreggiando fino a trovarsi nella camera matrimoniale.
Vince lo guardò con apprensione, poi gli appoggiò una mano sulla spalla “Allora, mi vuoi dire che è successo? Dov’è Leni?”
L’espressione di Jan divenne seria “Se n’è andata”
“Merda, Jan” lo spinse seduto prendendo posto accanto a lui, le gambe si sfiorarono.
“Mi ha affrontato, lei sa!”
“Come? E come ha fatto a…” Un groppo in gola impedì a Vince di chiedere altro.
“Non so, forse intuito di donna. Ho sempre sospettato che lei sapesse qualcosa, ma…” Jan si alzò in piedi “Speravo di sbagliarmi, ma questa sera è esplosa, sono volate parole pesanti e…” si bloccò per qualche istante, poi continuò. “mi ha accusato di averla sempre presa in giro, di tradirla, poi è uscita per non ritornare”
“Forse gli sguardi, i sorrisi” Vince abbassò la testa, il senso di colpa lo attanagliava. “le telefonate a tarda notte”
Jan tacque e Vince mormorò: “Che pensi di fare?” non aveva il coraggio di incrociare il suo sguardo.
“Non credo riusciremo a far funzionare le cose” continuò, la voce sembrava fredda, quasi come se stesse parlando di qualcun altro.
 “Dovrete farlo per il bene di Charlotte”  
Jan restò in silenzio, poi aggiunse “non so se lo voglio, Vince”
“Non sai se lo vuoi? Jan, avete una figlia!” finalmente l’altro lo guardò, incontrò i suoi occhi chiari colmi di tristezza. “Non può crescere senza un padre!”
“Per lei ci sarò sempre!” Il biondino avanzò verso di lui. 
“Non amo Leni”
“Jan non è giusto!” protestò, il cuore gli batteva con violenza, ma non poteva prendersi la libertà di sperare.
“Vince, piccolo, guardami!” gli alzò il mento con il palmo e Vince fissò affamato le sue labbra, invitanti come una ciambella di primo mattino.
Quando le labbra s’incontrarono, Vince fu percorso da lava incandescente che lo avvolse completamente liquefacendo ogni sua più piccola cellula e facendogli perdere ogni contatto con la realtà. La bocca di Jan si socchiuse accogliendo la lingua morbida e setosa di Vince, il quale gemette di piacere. Jan lo prese come un invito a continuare, mordicchiò il labbro inferiore, per poi tornare a spingersi nelle profondità della sua alcova.
“Jan” si staccò boccheggiante, preda di un improvviso tremito e di un formicolio al basso ventre.
“Io voglio te, nessun altro” gli confessò il suo superiore carezzando il naso con il suo “Leni ha capito che voglio stare con te”
Sorridendo, Vince si stese trascinandolo con sé. I baci ricominciarono, aumentando d’intensità fino a quando la camera non ne fu satura.
“Ti amo, Jan” sussurrò prima di lasciarsi baciare ancora.
Dall’altra stanza il vagito di Charlotte li riportò alla realtà.
“Vado io!” ridacchiò Vince felice. “In fondo, sono la sua babysitter no?” lo allontanò alzandosi.
Geloso dell’attenzione che la bambina attirava su di sé Jan mise il broncio “Anche io ho bisogno di te!”
“A quanto pare i bambini di cui occuparsi sono due!” e dopo aver preso Charlotte in braccio tornò da Jan. Questi lo accolse con un altro bacio, coccolando sia lui che la bambina che riempì la stanza dei suoi gridolini di felicità.
Trascorsero tutta la notte tutti e tre nel lettone fino a quando la stanchezza ebbe la meglio trascinandoli in un sonno ristoratore.





giovedì 12 gennaio 2012

Io sono Achille e tu Patroclo completa


Io sono Achille e tu Patroclo

Pairing: Jan- Miguel
Squadra speciale Lipsia
NC17 per essere sicuri
I personaggi non mi appartengono e le fic non sono scritte a fine di lucro.


Nel salotto illuminato solo da una piccola lampada, risuona la voce melodiosa di Jan, intento a declamare i versi di Omero. Con espressione autorevole il commissario legge a Miguel, seduto accanto a lui sul divano. Lo spagnolo ha la testa appoggiata sulla spalla del compagno e fantasticando sulle battaglie epiche e sul coraggio degli eroi greci e troiani, gli sfiora il braccio con la punta delle dita. Lo affascina talmente Achille da immedesimarsi in lui.
“Jan?” alza lo sguardo.
“Che c’è? Ti annoi?”
“Ma che!” gli occhi scuri si illuminano: “Questa roba è fantastica! Avrei dovuto leggere prima l’Iliade”
“Sei uno zuccone, Miguel. Se solo mi dessi retta, potresti ampliare le tue conoscenze, ma tu ti ostini a considerare i libri dei nemici”
“Non è vero!” gli sferra un pugno sul braccio.
Divertito dalla sua faccetta imbronciata, Jan scoppia a ridere.
“Osi pure ridere?”
“Dai, non prendertela”
“Uffa! Sempre il solito saputello!”
“Mi lasci continuare?”
“Che è tutto questo interesse per i classici, Jan?” si sporge verso di lui.
“L’ho trovato sulla scrivania di Benny e ho pensato di rileggerlo” alza le spalle. “Ho sempre amato i classici, soprattutto la mitologia greca”
“Il mio è preferito è Achille!” esclama Miguel “Doveva essere una belva da come si avventava contro i nemici”
“Era un vero guerriero. Sua madre era una ninfa”
“Davvero? Le ninfe erano divinità?” Miguel accorcia la distanza.
“Sì, e si dice che lui fosse molto bello, oltre che coraggioso, indomito, ma con un carattere impossibile”
“Sai tutto, Jan” lo prende in giro.
“Gli è anche stato profetizzato che sarebbe morto giovane ma con gloria e…” si blocca “il suo punto debole era il tallone”
“Ma è vero che amava un suo compagno?” domanda Miguel disegnando cerchi concentrici sulla gamba di Jan.
Sorpreso da quella domanda, il biondino annuisce e certo che non sarebbe riuscito a leggere più neanche un verso, chiude il libro.
“E allora? Vuoi parlare?” lo tampina dandogli un pizzicotto sulla coscia.
“Ehi!” salta Jan “E va bene! Ma sei davvero pestifero, Miguel!” si finge seccato “L’amante di Achille si chiamava Patroclo”
“Sai è strano, un tipo virile come lui”
Jan appoggia l’Iliade sul tavolino davanti al divano. “Amava Patrolo, si dice fossero amanti, ma non sapremo mai se era vero o se li univa solo una grande amicizia“
Mentre Jan continua a narrare, Miguel gli circonda le spalle con un braccio e lo attira più vicino.
“Quando Patroclo è stato ucciso, Achille era talmente furioso che ha massacrato il suo assassino, Ettore, principe dei troiani”
Miguel lo ascolta sempre più affascinato, “Lo capisco” si spinge contro di lui: “Io impazzirei se ti accadesse qualcosa, Jan”
Le sue parole lo toccano molto e non sapendo che replicare, abbassa la testa.
“Io mi sarei comportato come lui” continua Miguel stringendo le labbra: “Lo avrei trafitto con una spada e poi… “
“Figurati! Non dire assurdità. Non sei un assassino, Miguel!”
“Che c’entra. Stiamo parlando di guerrieri vissuti migliaia di anni fa e poi, non ti credere. Se ti ammazzassero, non ci penserei due volte a vendicarti”
Jan avverte la rabbia nella sua voce e lo guarda apprensivo.
Miguel sorride avvicinando il viso al suo: “Mi sento molto Achille, in questo momento, Jan. Tu sei il mio Patroclo”
“Semmai, Achille sono io! Lui era più vecchio di Patroclo e con maggiore esperienza”
“Lo sapevo! Sempre il solito. Vuoi essere un semidio, eh?” allunga le mani per fargli il solletico.
Jan si divincola: “Guarda che io sono anche più bello! E potrei anche abituarmi ad essere quasi invincibile”
“Poi sarei io lo sbruffone” Miguel scoppia a ridere tornando alla carica.
“Smettila!”
Miguel obbedisce e Jan ne approfitta avvicinarsi di più “E poi, di che ti lamenti? Anche Patroclo si dice fosse un ragazzo di grande bellezza ed è morto indossando l’armatura di Achille” continua Jan percorrendo i contorni del suo viso con le dita. “Ettore lo ha scambiato per lui”
“Cavolo!” dopo quella rivelazione l’ispanico resta a bocca aperta.
Jan l’osserva soggiogato. In quel momento gli sembra come un bambino al quale gli raccontano una fiaba e lo sorprende un’improvvisa voglia di stringerlo a sé e coccolarlo.
Si sporge verso di lui, le labbra possono quasi toccarsi. Miguel avverte il suo respiro, lo vede arrossire sotto il suo sguardo.
Gli basta un niente perché bocche si uniscano. Come scottato, Jan si tira indietro: “Miguel, ma…”
“Mi sono immedesimato un po’ troppo” sorride prima di tornare a reclamare le sue labbra.
Quando Miguel approfondisce il bacio, solleticando la lingua con la sua, Jan geme piano, catturandogli il labbro inferiore tra i denti. Lo tira leggermente. “Miguel”
“Chiamami Achille” gli occhi scuri brillano.
“E io sono il tuo Patroclo” sussurra prima di lasciarsi andare tra le sue braccia.
Per quella notte l’Iliade viene abbandonata in favore di più piacevoli occupazioni.



Nell’aria risuonavano le urla di incitamento dei guerrieri e il rumore del bronzo delle armi. Il campo di battaglia era disseminato di corpi, il sangue sgorgava copioso dalle ferite mescolandosi con il terreno. Il sole s’immerse nelle acque lasciando il posto alla luna, segno che presto i combattimenti si sarebbero interrotti per la notte e soprattutto per concedere alle due parti rivali di dare degna sepoltura ai soldati caduti. Sulla collina s’intravedevano le mura di Troia inviolate e inattaccabili. Improvvisamente si udì il suono di uno strumento a fiato e gli achei cominciarono a ritirarsi, ad indietreggiare verso la spiaggia sulla quale da ben dieci anni sorgeva l’accampamento greco. Noncurante del segnale, Achille, uno dei guerrieri più valorosi e forti, continuò ad avventarsi con la sua lancia contro il suo avversario, il quale tentava invano di non soccombere alla potenza dei suoi colpi. Stanco di quel combattimento per niente esaltante, Achille sferrò un fendente che lo colpì alla gola lacerandola e uccidendo il malcapitato all’istante. Un fiotto di sangue schizzò sull’armatura del pelide Achille e il troiano cadde al suolo per restare lì immobile.
Dopo avergli rivolto un ultimo sguardo, l’acheo si voltò per raggiungere i suoi compagni.
L’accampamento acheo era in festa. Agamennone radunò tutti i suoi generali nella sua tenda per rassicurarli sulla imminente vittoria. Certo che Priamo avrebbe ceduto, che Troia sarebbe stata sua e il torto fatto dal principe Paride a suo fratello Menelao vendicato riportando la sua sposa a Sparta propose un brindisi. Aggiunse anche che gli dei erano loro favorevoli.
Achille, il guerriero figlio di Teti, bevve dalla coppa, poi lasciò la riunione per tornare dai suoi uomini, i crudeli e valorosi Mirmidoni, ma neanche lì, si fermò a lungo. Qualcosa turbava il suo animo inquieto: funesti presagi. Gli occhi chiari scrutarono il cielo rosso, quasi come se si aspettasse di vedere apparire il dio della guerra con tutto il suo furore. Il vento agitò i lunghi capelli e il leggero chitone si alzò scoprendo le cosce muscolose segnate da molte battaglie. Si chiese se la prossima alba sarebbe stata l’ultima, se sarebbe morto senza raggiungere la gloria profetizzata alla sua nascita. Era talmente perso nei suoi pensieri che quasi non avvertì i passi alle sue spalle.
“Come mai non sei al banchetto?” domandò una voce a lui eternamente cara “Agamennone prenderà come una sfida nei suoi confronti, la tua assenza”
“Agamennone può bruciare nell’Ade” rispose il guerriero senza neanche scomporsi.
Patroclo si passò dita nelle chiome scure “Finirete per uccidervi, una volta di queste”
“Se continuerà a provocare la mia ira, assaggerà la mia lancia”
L’altro scoppiò a ridere divertito “Dovresti calmare questo tuo spirito ribelle”
“Non provo rispetto per un uomo cui non interessa vendicare l’onore di Menelao, ma arricchirsi con i tesori dei troiani”
Gli occhi chiari di Patroclo si posarono sul volto del compagno “Tu invece?”
“Io voglio che le mie imprese siano immortali come quelle di Eracle, ma dopo dieci anni mi sembra sia tutto illusorio. Niente gloria, solo morte, sangue e soprusi da parte di qualcuno che dovrebbe guidarci, ma che si comporta come un vile” negli occhi azzurri un lampo “Dovevo tornarmene a Ftia fin dal primo giorno invece di seguire Agamennone”
Patroclo tacque, così l’altro continuò il suo sfogo “Non ho ancora incontrato nessuno che sia degno di battermi!”
“Prego ogni notte gli dei perché ti proteggano durante la battaglia”
“Dovresti impiegare meglio il tuo tempo, amico mio” lo rimproverò sorridendogli “oppure pregare per te stesso. Gli dei sono al mio fianco quando combatto, la mia armatura è stata forgiata dal dio del fuoco”
Patroclo gli rivolse un sorriso, poi gli appoggiò una mano sulla spalla “Il tuo cammino è già scritto. Farai grandi cose e i posteri ricorderanno le tue gesta”
“Ma quando? Sono stanco di attendere qualcosa che non accade” Lo sguardo del guerriero più vecchio si posò sul volto del compagno. Nessuno sapeva placare la sua anima come il dolce Patroclo “Andiamo! Il riposo ritemprerà le nostre membra indolenzite dalle battaglie di oggi”
“Non sono stanco” mormorò l’altro.
“Neanche io” si mosse verso la sua tenda, seguito come un’ombra dall’amico. I fuochi illuminavano la spiaggia. Le voci e i gemiti, segni che la festa era degenerata in orgia, li accompagnarono fino alla loro meta. Patroclo si bloccò all’esterno incerto se seguirlo o meno, ma Achille lo prese per mano e lo condusse con sé nella tenda. Al loro ingresso, la schiava del giovane eroe, Briseide, si alzò in piedi pronta ad eseguire ogni suo ordine, ma quando notò la presenza dell’altro guerriero s’irrigidì. Il suo padrone le fece cenno di uscire e lei, dopo un frettoloso inchino, si allontanò.
“Sembrava sorpresa che la volessi mandare via, ma anche sollevata!”
“E allora? Voglio restare solo con te, senza nessuno che osservi”
“Non ti è mai dispiaciuto” ghignò malizioso.
“Vuoi che la richiami?” lo provocò Achille alterato.
“Come sei permaloso” Patroclo incrociò le braccia al petto.
“E tu dispettoso” avanzò di un passo “Devo ricordarti chi è il più anziano tra noi e chi comanda?”
“Sei tu il mio comandante” replicò l’altro, mentre gli occhi s’illuminavano “ti devo obbedienza!”
Soddisfatto, Achille si mosse verso il tavolo. Prese due coppe e le riempì di vino. “Brindiamo!” gliene porse una.
Patroclo la prese “A cosa vuoi brindare?”
“Alla gloria futura” si avvicinò all’amico e sporgendosi verso di lui aggiunse “Alla nostra unione”
“Che sia eterna!” Bevvero tutto il contenuto con un solo sorso, poi lasciarono cadere le coppe vuote sui tappeti.
Achille attirò a sé il compagno, impossessandosi della bocca. Lo baciò con violenza divorandogli le labbra.
Patroclo rispose con trasporto, spingendolo supino sulle pelli sulle quali il suo compagno e amante era solito riposare. Gli sfilò la tunica mostrando il corpo muscoloso. Lo carezzò con la punta delle dita e percorse ogni cicatrice, ogni livido. Lo sentì fremere di desiderio, tra le sue mani non era più il feroce e prode Achille, ma un uomo dolce, premuroso e follemente innamorato. Lo amava più di un fratello, di un amico, di un amante. Era l’altra parte di se stesso. Eros aveva scoccato il suo dardo anni prima e da quel momento erano stati inseparabili.
“Dimmi che sei solo mio!” sussurrò Patroclo prima di tornare a baciarlo “che sono più importante di qualunque fama”
“Sei Patroclo! Niente è importante senza di te”
Quelle parole dettate dal cuore lo fecero sentire amato. Il giovane guerriero sorrise e si rifugiò nelle sue braccia forti, ma Achille gli alzò il mento “Non devi dubitare di quello che provo!”
“Mi piace sentirtelo dire”
Achille ribaltò le posizioni schiacciandolo sotto di sé “Te lo dirò fino a quando ci sarà fiato nei miei polmoni”
Le bocche si unirono e ogni cellula dei loro corpi vibrò, dando vita a una danza d’amore che sarebbe durata tutta la notte.


Miguel si sveglia di soprassalto guardandosi intorno spaesato e con un’erezione ingombrante. Dove mi trovo? Si gratta la testaJan gli è accanto. Dorme a pancia sotto, con il volto affondato nel cuscino e i capelli a celare i lineamenti delicati. Il respiro regolare e sulle labbra un dolce sorriso. Era solo un sogno! Cavoli se sembrava vero. Ero nell’antica Troia. Jan si muove, ora è in posizione fetale, con le braccia strette al petto. Miguel lo osserva in silenzio pensando che se fossero stati davvero dei guerrieri, avrebbe ucciso per lui. “Il mio Achille” mormora posando un leggero bacio sulla testa.
Ancora profondamente addormentato, Jan mormora qualcosa di incomprensibile.
Miguel accorcia al minimo lo spazio che li divide. Con una gamba gli allarga le cosce s’insinua per stringerlo a sé.
D’istinto Jan si accoccola sul suo petto, circondandogli la vita con le braccia.
“Sei bello come un dio” Miguel affonda il viso tra i capelli biondi e inspira l’odore del suo shampoo.
 Il corpo nudo dell’amante è una continua tentazione. Ansimando tenta di riprendere sonno, fino a quando non percepisce le mani di Jan percorrere la sua schiena. Ghigna. È sveglio il furbetto.
Attirandolo contro di sé, succhia il lobo, mentre il compagno gli agguanta le natiche tirandolo verso di sé. Miguel geme sommessamente “Vuoi sapere cosa ho sognato?”
Un mugolio di assenso fu la sua risposta.
“Eravamo nell’antica Troia e io ero Achille”
“Il mio Achille virile e forte” lo stringe possessivo.
“Sei il mio Patroclo?” gli domanda all’improvviso.
Jan riapre gli occhi e Miguel trattiene il fiato. Sono talmente limpidi che gli sembra di annegare.
“Sempre” e accoglie le sue labbra socchiuse.
Si baciano lentamente e a lungo tanto che quando si staccano, sono sfiancati. Miguel lo stringe tra le braccia e continuando a vezzeggiarlo fino a quando non si addormentano entrambi.