venerdì 2 dicembre 2011

Un cucciolo da coccolare



Spoiler: Seconda stagione Specchietto per le allodole
Rating: per tutti
Coppia: Jan-Miguel
I personaggi non mi appartengono


La serata era terribilmente fredda, ma Miguel coperto da un leggero giubbino a jeans sembrava non accorgersene. Da qualche minuto si trovava fuori dal commissariato, con la schiena appoggiata alla portiera dell’auto di Jan, il braccio fasciato, un cerottino sul sopracciglio e la testa tra le nuvole. Rimuginava sugli innumerevoli guai che gli erano piombati addosso in quei due giorni. Prima la rapina alla gioielleria alla quale era seguito il suo incidente, poi la sua ragazza lo aveva lasciato e infine, Haio si era incaponito impedendogli di seguire il caso e intimandogli di restare alla larga dalla Centrale. Nonostante tutto, quel luogo lo attirava come una calamita. Era la sua casa, così come Jan e Ina, la sua famiglia. Seccato scalciò un sassolino, poi si voltò verso l’entrata nella speranza di vedere arrivare l’amico.
Quando, finalmente, lo scorse chiacchierare con Ina, avvertì una gioia improvvisa che lo turbò.
Accorgendosi di lui, Jan lo raggiunse aggrottando la fronte “Che ci fai qui? Non eri a riposo?” gli appoggiò una mano sulla spalla.
“Ehm” mise il broncio “lo sai che riesco a stare con le mani in mano”
“Sei uno zuccone! Se ti vede Hajo…”
“Allora, sbrighiamoci ad andarcene” cacciò la lingua tra i denti.
Scoppiato a ridere Jan disattivò l’antifurto. “Sei impossibile”
“Dai, facciamoci una bella bevuta!” fece il giro dell’auto per poi aprire lo sportello dalla parte del passeggero.
“E che fine ha fatto la tua seratina romantica? Stamattina eri tutto gasato” e sorridendo malizioso, appoggiò le mani sul tettuccio. “Ti ha dato buca?”
Miguel dopo avergli lanciato un’occhiataccia, salì sulla BMW sbattendo violentemente lo sportello. Jan comprese che doveva esserci maretta tra i piccioncini.
Pochi minuti dopo sedevano un po’ in disparte. Il loro tavolino era sommerso da tovagliolini, piatti e bottiglie. Miguel aveva preso un paio di birre, mentre Jan, perennemente a dieta, aveva optato per dell’acqua tonica. Dopo la seconda, Miguel, incurante delle sue proteste, aveva ordinato una birra anche per l’amico.
“Questo caso è davvero spinoso” Jan aveva ragguagliato il collega sui progressi fatti, ma Miguel sembrava avere la mente altrove. Indispettito, lo affrontò “Si può sapere che diamine hai? È tutta la sera che fissi il piatto e il tuo muso lungo mi sta deprimendo”
Finalmente Miguel alzò lo sguardo “Scusa amico, è che non riesco a togliermi dalla testa che l’omicidio e la rapina alla gioielleria siano collegati. Come te lo spieghi che l’orologio che avevo scelto era sulla scena del crimine?”
“Sei sicuro fosse lo stesso orologio?”
“Certo. Aveva la chiusura difettosa” gli dava molto fastidio che nessuno volesse ascoltare la sua tesi. “Dannazione, Jan, vuoi fidarti di me, una volta ogni tanto? Ti ho mai deluso?” si sporse verso di lui.
“No, mai” gli rivolse un sorriso talmente dolce che Miguel sentì lo stomaco come se fosse stato messo in lavatrice durante la centrifuga. Restò per qualche istante in silenzio, poi ricominciò a parlare “E poi, non riesco a togliermi dalla testa che quel ragazzo sordo c’entri qualcosa” tornò pensieroso.
“Io so solo che siamo tesi tutti come corde” replicò Jan.
Il cameriere portò loro le birre e Miguel alzò la bottiglia per proporre un brindisi “Alla buona riuscita dell’indagine”
Jan la toccò con la sua e aggiunse “E che finisca prima che ci mandi tutti al manicomio”
A quelle parole lo spagnolo scoppiò a ridere, poi bevve un lungo sorso.
“Senti, mi dici cosa è successo con la tua amica?” si azzardò a chiedere Jan e quando Miguel alzò lo sguardo verso di lui, provò un tuffo al cuore. Gli sembrò un cucciolo bisognoso d’affetto, con il labbro tumefatto, il sopracciglio incerottato e il braccio fasciato. Aprì la bocca per scusarsi, ma non uscì alcun suono.
Miguel strinse le labbra “Ha sentito di quello che è accaduto e…” sbuffò “mi ha detto che non sono l’uomo che credeva”
“Eh? In che senso?” Jan alzò un sopracciglio.
“Che…” e borbottò qualcosa di incomprensibile.
“Come?” si sporse maggiormente per sentire.
“Mi sono reso ridicolo? Okay? Un poliziotto che non solo assiste ad una rapina e si fa scappare i delinquenti, ma che viene investito da una bicicletta” la vergogna trapelava da ogni parola “avevo preso una bottiglia di bollicine, volevo trascorrere con lei la serata, ma mi ha scaricato al telefono senza mezzi termini!”
Jan non lo interruppe, poteva immaginare il suo stato d’animo 0e soprattutto quanto si vergognasse di quella situazione. “MI spiace, amico” appoggiò una mano sulla sua “non vorrei infierire, ma non teneva a te, altrimenti non le sarebbe importato”
“E io che credevo fosse quella giusta” gli occhi scuri si persero in quelli limpidi dell’altro poliziotto “Pensavo di essere innamorato”
Jan impallidì “Tu cosa?” Quella frase lo colpì come un pugno in pieno petto.
“Speravo che anche lei amasse, invece stava con me solo perché sono un poliziotto. Beh, anche perché sono un dio a letto”
“Devi sempre fare lo sbruffone?” ritirò la mano.
Miguel sghignazzò, ma Jan si rese conto che stava soffrendo e che quella era solo una facciata. In quegli ultimi giorni era stato colpito in ogni ambito della sua vita: negli affetti, nel lavoro e nel fisico. Gli sembrava stesse per crollare da un momento all’altro.
“Come stai?”
“Miguel Alvarez cade sempre in piedi” terminò la sua birra, sbattendo poi la bottiglia sul tavolo. “Senti, andiamo? Non ne posso più di questo posto”
“Okay” e cacciò dal portafoglio i marchi per il conto.
“Paghi tu?” Miguel era esterrefatto.
“Questa volta offro io, ma non farci l’abitudine” e si alzò “Ti riporto a casa”
Quando Miguel lo imitò, un giramento di testa lo costrinse a sedere di nuovo. “Cavoli”
“Non reggi l’alcool?” Jan gli fu immediatamente accanto
“Prima di uscire ho preso un antidolorifico e con la birra non è un buon mix” confessò grattandosi la nuca.
“Un incosciente come te credo di non averlo mai conosciuto!” s’alterò. “Poggiati a me”
Suo malgrado, Miguel fu costretto ad obbedire. Gli appoggiò il braccio sano sulle spalle, mentre Jan gli circondava la vita.
“Sei un vero amico” i visi ad un soffio.
“Dai, hai bisogno di una bella dormita” lo sorresse.
Miguel gli si addossò contro e Jan trattenne il fiato nel timore che lui potesse udire il battere irregolare del suo cuore. Solo quando si rese conto che l’amico era preso da altro, tornò a respirare normalmente.
Una volta all’esterno del locale il gelo li fece rabbrividire. Miguel starnutì una, due volte.
“Ma ti sembra questo il modo di andare conciato? Con questo giacchetto ti prenderai una polmonite” lo rimproverò Jan sentendosi quasi un fratello maggiore.
“Figurati” un altro starnuto lo sconquassò provocandogli un dolore improvviso al braccio. “Ahi”
“Che c’è?”
“Il braccio mi fa un male boia” piagnucolò e Jan pensò che forse desiderava solo essere accudito. “Uff”
“Dai, non fare i capricci. Non sei più un bambino. A volte sei peggio di Benny” lo prese in giro aiutandolo ad entrare in auto.
“Sei crudele! Sfotti, sfotti”
“Ma quanto sei tenero” sportosi verso di lui, gli pizzicò una guancia.
“E smettila!” si tirò indietro.
La risata di Jan continuò fino a quando non lo raggiunse mettendosi al posto di guida. “Dai, non prendertela”
Miguel si voltò dall’altra parte fingendo di guardare qualcosa fuori dal finestrino, mentre tra loro cadeva un silenzio a dir poco surreale che si protrasse durante tutto il tragitto.
Pochi minuti dopo la BMW di Jan si fermò davanti all’edificio in cui abitava l’amico.
“Grazie” borbottò Miguel restando seduto.
“Stai bene?” il tono di Jan era preoccupato. “Da quando sei entrato in macchina non hai detto una parola”
“Non ero dell’umore” mormorò voltandosi verso di lui.
“Non è da te stare zitto così a lungo. Non sarà ancora per la tua amica”
Dopo aver fatto un profondo respiro, Miguel cominciò a parlare “Questo è un periodo davvero di merda. Non me ne va una giusta”
“Sei troppo pessimista!” non lo riconosceva più, di solito era lui a tirarlo su. Era la prima volta che si trovavano con i ruoli invertiti.
“Pessimista?” granò gli occhi “Guardami, Jan!” gli indicò il braccio imbrigliato nella fasciatura.
“Okay, hai avuto un paio di giorni no, ma presto passeranno e ci rideremo sopra” abbozzò un sorriso.
“Già, ma fino a quando non guarisco, Haio non vuole che venga in ufficio. Non ci riesco a stare senza il lavoro”
Jan gli appoggiò una mano sulla spalla “Vedrai che lo convinco a farti partecipare alle indagini” gli occhi brillarono.
Miguel pensò che non c’era niente di più bello di quei laghi limpidi e profondi.
“Non preoccuparti, so come prendere il capo” e quasi come se fossero attratte da una forza invisibile, le dita risalirono verso il suo volto accarezzandogli una guancia.
Il viso di Miguel prese fuoco e il cuore cominciò a galoppare tanto che quando il medio si posò sulle labbra tumefatte, il giovane commissario non riuscì a trattenere un gemito di piacere.
“Scusa” temendo di avergli fatto male, Jan ritirò la mano.
Miguel ancora scombussolato per quella bomba di emozioni che gli era piombata addosso, non replicò. Si limitò ad abbassare la testa per impedirgli di scorgere il suo vero stato d’animo.
“Sei davvero malconcio, forse dovresti riposare” aggiunse poi Jan imbarazzato per quel gesto così spontaneo, ma anche pieno di significati.
“Forse hai ragione, da qualche tempo passo le notti in bianco” si massaggiò la nuca.
“Vedrai che domani ti sentirai un uomo nuovo, amico” gli sorrise.
“Ti va di salire?” tornò a guardarlo.
La sua richiesta lo colse di sorpresa “Non vorrai continuare a fare baldoria? Ti ho detto che hai bisogno di una bella dormita!” il tono di Jan sembrava quello di un padre con un figlio capriccioso.
“Ecco, insomma…” balbettò.
Jan lo fissò in attesa, quella sera gli appariva più strano del solito.
“Non mi va di restare solo, vorresti fermarti da me?” sputò fuori tutto d’un fiato.
“Come?” spalancò la bocca, per poi richiuderla “Miguel, Benny”
“Già, certo” aprì lo sportello di scatto “che egoista sono. Non puoi abbandonare tuo figlio. Scusami per avertelo chiesto!” allungò una gamba all’esterno. “Buonanotte, amico!” e attento a non battere il braccio, uscì’ dall’auto.
Jan rifletté per qualche secondo, poi come un automa lo seguì chiudendo l’antifurto. Alzando il passo lo raggiunse, ma Miguel era già arrivato al portone. “Mi vuoi aspettare?”
“Che fai qui? Non dovevi tornare da Benny?” dopo lo stupore iniziale, un sorriso compiaciuto gli allargò le labbra carnose.
“C’è Erta con lui, le chiederò di fermarsi per la notte” rispose alzando le spalle.
“Sei sicuro? Non voglio che trascuri il piccolo” avanzò di un passo accorciando la distanza che li separava.
“Tranquillo. E poi, starà già dormendo da ore!”
“Okay!” ridacchiando infilò la chiave nella toppa del portone.
Una volta all’interno del caldo monolocale, Jan si guardò intorno. Come sempre il caos regnava sovrano. In cucina piatti sporchi e confezioni di cibo precotto o surgelato, mentre sul letto montagne di panni.
“Cavoli, Miguel! Ma quando deciderai di pulire questo posto?”
“Con una mano sola e dolorante?” gli occhi da cucciolo bastonato gli provocarono un formicolino al basso ventre, ma non volle dargli soddisfazione.
“Finiscila di fare il martire! Qui c’è sporco vecchio di mesi!” sorrise malandrino.
Miguel mise un muso talmente tenero che Jan non riuscì più a resistere.
“Va bene. Dirò a Erta di venire, sei contento?”
“Sei il migliore!” lo afferrò per il collo attirandolo vicino, poi gli stampò un bacio rumoroso sulla guancia.
Diventato rosso quasi quanto la maglia di Miguel, Jan si districò dalla stretta “Chiamo a casa” bofonchiò digitando come un ossesso i numeri sul cellulare.
Intanto che Jan telefonava, Miguel cercò nell’armadio qualcosa da prestargli. Nell’abbassarsi percepì una fitta al braccio che gli strappò una smorfia “Merda. Ma quanto durerà questo strazio?” si lamentò alzando la voce.
“Ma con chi parli?” Jan si avvicinò di qualche passo.
“Lascia stare” finalmente acciuffò un paio di pantaloni grigi e una maglia “Hai sentito zia Erta?”
“Sì, tutto okay. Dormiva della grossa”
“Spero ti vadano. Sei più grosso di me” lo sguardo vagò lungo il corpo scolpito.
“Che vorresti dire?” replicò piccato Jan “Che sono grasso?”
Miguel scoppiò a ridere “Peggio di una donna, Jan! Guardati, sei uno schianto” d’istinto si leccò le labbra.
“Fatto sta che hai appena detto che sono grosso!” gli strappò di mano i vestiti e cominciò a spogliarsi davanti a lui.
“Sei così divertente quando fai l’offeso!” ghignò senza staccare gli occhi da quello spettacolo che non trovava paragoni.
Una volta che Jan fu in boxer, Miguel tossicchiò e avvertendo uno strano tiramento all’altezza del cavallo, si girò verso il letto. Cercò di liberarlo dalla pila di vestiti e Jan, vedendolo in difficoltà, lo raggiunse
“Lascia fare a me!” il respiro caldo lo fece fremere.
“Grazie”
Raccolto tutto in una pila, l’appoggiò su una poltrona, poi scostò il piumone.
“Infilati dentro” il suo tono non ammetteva repliche tanto che Miguel obbedì immediatamente.
Si sfilò la maglia con molta cautela, abbassando anche i pantaloni.
“Dormi così?” domandò Jan vedendo che si coricava senza indossare un pigiama o simili.
“Veramente, io dormo senza niente, ma...”
Imbarazzato Jan gli lanciò un’occhiataccia “Sempre il solito esibizionista”
“Ma è vero! Sono caloroso” sorrise malizioso. “Non ti preoccupare, per questa volta lascerò i boxer” gli strizzò l’occhio.
“Ah Ah!” scosse la testa e senza aggiungere altro, prese posto dall’altro capo del letto. “Buona notte”
Jan tentò di prendere sonno, ma i continui movimenti dell’amico e soprattutto i profondi sospiri, glielo impedivano. “Miguel, mi vuoi dire che hai?”
“Jan, secondo te, è vero quello che dice Haio? Che sono la pecora nera del distretto?”
“Figurati”
“Per colpa mia la gente non ha più fiducia nelle forze dell’ordine?”
L’amico percepì amarezza nella sua voce e sentì immediatamente il bisogno di rassicurarlo “Miguel, non pensarlo nemmeno”
“Io mi sento di aver fallito, di aver mandato al diavolo anni di duro lavoro”
“Piccolo, non fare così” lo raggiunse trovandosi così vicino che i visi potevano quasi sfiorarsi “sei un ottimo poliziotto, hai doti che altri solo sognano”
“Lo dici solo perché mi vuoi bene” le dita giocherellarono con il bordo della maglietta di Jan.
“No, lo sai quanto sono critico nei tuoi confronti e se te lo dico vuol dire che lo penso” si sporse a baciare la fronte “dai, fammi un sorriso”
“Lo sai che non è molto virile?”
Jan scoppiò in una risata contagiosa e dopo poco la stanza si riempì dei loro sghignazzi. “Così mi piaci” accarezzò una guancia, scendendo poi verso il collo. “Ora dormi”
“Come faccio con te così vicino?” sussurrò visibilmente turbato.
“Allora mi allontano” ma quando tentò di farlo, Miguel gli circondò la vita con il braccio.
Jan appoggiò la testa sul petto villoso, strofinando il viso contro la sua pelle.
“Sembri un gatto che fa le fusa, Jan” sospirò.
Jan si spinse maggiormente contro di lui “Uno di razza spero”
Miguel rise di gusto “Certo, un bel gattone con tanto pelo”
“Tu invece un bel cucciolone bisognoso di affetto e di coccole” le mani cercarono lembi di carne da accarezzare.
“Stai mettendo a dura prova la mia resistenza, piccolo”
Era la prima volta che Miguel si rivolgeva a lui con quel nomignolo e Jan provò una strana sensazione di completezza. “Sto bene tra le tue braccia, sei così caldo”
A quelle parole, Miguel deglutì cercando di calmare il desiderio che prendeva vita in lui.
Jan baciò il ciuffetto di peli al centro del petto, poi chiuse gli occhi. Il calore del suo colpo lo avvolgeva come una coperta. Avrebbe potuto trovarsi in una tormenta e non avrebbe sentito altro che Miguel.
“Il mio cucciolo” mormorò Jan prima di scivolare in un sonno profondo.
Miguel gli sfiorò la fronte con le labbra, poi scese verso il naso e infine sulle labbra socchiuse. Le lambì con un bacio leggero “Dormi piccolo”
Stretto a lui, restò ad osservarlo fino a quando la stanchezza mista agli antidolorifici prese il sopravvento impedendogli di tenere gli occhi aperti.













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